Tiranno in Europa è un ordoliberalismo senza ordo. Intervista a Carlo Galli

Tra sovranità e teologia politica critica

Questa lunga intervista al professore Carlo Galli1,si snoda in due momenti: uno più propriamente politico e l’altro filosofico. Nel primo si parla delle cause che stanno disgregando l’Europa tra ordo-liberalismo tedesco solo monetario e spinte centrifughe dei governi, più o meno sovranisti. Nella seconda parte ci si sofferma sulla soluzione proposta dallo stesso Galli, attraverso un metodo che lui ha messo a punto nel corso della sua carriera scientifica: la teologia politica critica. Lo snodo tra i due momenti ruota non a caso intorno al tema della sovranità, che è anche il titolo del suo ultimo libro e il pre-testo di questa nostra conversazione.

Per Galli l’assenza di una sovranità comune e democratica al livello europeo è il problema: di comune c’è quasi solo l’ordoliberalismo tedesco, che si è imposto senza aver creato prima i presupposti per la sua riuscita, ovvero un sistema politico e finanziario unitario. A questa critica si aggiungono altri due importanti corollari: una sovranità europea esige una enorme energia politica, un potere costituente su scala continentale, che al momento non pare disponibile; inoltre, una sovranità europea democratica deve esser in grado di discutere criticare il paradigma economico vigente. E anche di ciò non vi è traccia.

Ma quale soluzione propone dunque Galli? Nel solco della definizione del sovrano che ne dà Carl Schmitt: “sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione”, Galli concepisce la sovranità come “l’essenza stessa della politica moderna che affronta e formalizza la realtà complessa e contraddittoria del vivere insieme” quindi come un “potere politico che si misura coscientemente con la propria contingenza originaria ed esistenziale”. Sovrano è colui che sa governare la paura collettiva della morte garantendo sicurezza e ordine. In politica, esistenza e sovranità sono intimamente legate, ma a differenza di Schmitt, che sviluppa questa intuizione in una chiave reazionaria e occasionale, Galli ne propone invece una revisione più dialettica e ‘critica’. La sovranità concepita da Galli vede al centro il ruolo attivo e dialettico della società civile, così come lo aveva teorizzato Hegel. L’esempio più calzante, dice Galli, è la storia della nostra stessa Costituzione, in particolare le spinte politiche che ne sono all’origine. La Costituzione italiana, nata da una guerra civile e da una lotta contro il nazifascismo, si fonda su alcuni principi non dimostrabili che sono stati affermati con la forza della vittoria di una parte maggioritaria. Come allora, anche oggi la società civile deve difendere se stessa, la propria esistenza, dall’aggressione di un capitalismo che mercifica ogni angolo dell’esistenza e concentra ricchezza e porte nelle mani di pochi. Il senso della politica più alta, dunque, per Galli è quello di salvaguardare in tutti i modi il luogo irrappresentabile e indisponibile della sovranità democratica.

Prima di lasciarvi, una precisazione sulla divergenza di vedute con Prodi che emerge all’inizio dell’intervista. Solo in fase di correzioni di bozze, dopo aver letto in anteprima l’intervista che abbiamo fatto al suo illustre conterraneo, Galli mi dice: “Fra me e Prodi più che una contrapposizione c’è una distanza argomentativa e disciplinare”. Tanto meglio! Di fronte all’incertezza del futuro, è bene che due esponenti della più alta scuola ‘politica’ bolognese, come Prodi e Galli, non siano poi così in disaccordo nelle conclusioni.

L’intervista ci è stata rilasciata per telefono, il 20 novembre 2019.

1. Politica: l’Europa e il tiranno

DOMANDA. Dalla lettura del suo ultimo libro, Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il Sovranismo sarebbe invece una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’Euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault “pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato”. È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?

GALLI. L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente ed estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale, ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.

DOMANDA. Quali?

GALLI. Innanzitutto dobbiamo dire che l’euro è un sistema monetario molto esigente. Inoltre, la cogenza di queste esigenze è esercitata con discrezionalità: davanti alle regole dell’euro alcuni sono più uguali degli altri. E questo di solito viene giustificato con l’idea che quando un governo ha sentimenti anti-euro, e quindi è inaffidabile, contro quel governo la legge va applicata. Mentre quando un governo ha sentimenti pro-euro, quel governo è affidabile, e in questo caso la legge va interpretata. Naturalmente, sempre con grande misura: non ci sono mai gesti di grande generosità. Un’ulteriore sottolineatura, è che in realtà le decisioni che si prendono al livello della Commissione e del Consiglio – che non sono tecniche ma strategiche e quindi politiche – sono determinate dall’interesse di alcuni Stati più forti. Il metodo intergovernativo oggi prevalente porta a questo. E noi, come Italia, non siamo tra quelli che ricevono benefici senza contropartite.

I benefici dell’euro: la tesi di Romano Prodi

DOMANDA: Ma l’euro ha prodotto dei benefici evidenti, come ribadisce anche Romano Prodi proprio in questo numero.

GALLI. Se lei mi dice che l’euro ha prodotto benefici, io le rispondo che forse ne ha prodotti. I prezzi stabili sono un beneficio, certo. Ma fino a quando? Fino a che non diventano deflazione e strumento di dominio del capitale sul lavoro. Perché i prezzi stabili vogliono dire “moderazione salariale”, non pagare molto gli operai. E i conti in ordine vuol dire che tutti gli anni in sede di legge di bilancio – e non a caso il capo dello Stato ha detto che questa deve essere condotta all’interno della governance economica europea – si devono tagliare decine di miliardi: e ne risentono i servizi sociali, e in ultima analisi la democrazia. Se i prezzi stabili sono stati comunque un vantaggio generato dall’euro, questo vantaggio è molto molto costoso. La difesa dalle dinamiche finanziarie mondiali, poi, è stat quanto meno a corrente alternata.

DOMANDA. In effetti appare ormai come una prassi degli ultimi Presidenti della repubblica italiana anteporre una ragione economica a esiziali decisioni politiche, basti pensare alla tirannia dello spread durante la presidenza di Giorgio Napolitano.

GALLI. Quando si afferma che tutti gli Stati dell’Unione europea e dell’eurozona sono Stati sovrani che hanno ceduto soltanto la sovranità monetaria, si dice tecnicamente il vero; ma conservare la sovranità di bilancio in queste condizioni equivale ad avere una coperta sempre corta, da tirare da una parte e dall’altra. E questo sarà anche un diritto, ma non è un gran diritto.

DOMANDA. Ecco su questo, mi permetto di prospettarle un altro punto di vista, quello di Romano Prodi, che di fronte alla domanda sulla tirannia dell’euro, ha spostato la questione da una prospettiva di politica interna alla Europa, ad una più geo-politica, difendendo l’euro come un prezioso spazio conquistato tra giganti quali gli USA, la Russia e Cina. In altri termini, dice Prodi, più che preoccuparci della tirannia dell’Euro dobbiamo preoccuparci della tirannia del neoliberismo, e cioè delle multinazionali come Amazon, Google, e compagnia bella.

GALLI. L’euro nasce di fatto con la caduta del muro di Berlino (benché sia stato pensato prima, con la fine degli equilibri di Bretton Woods), e con l’idea che nel momento in cui il capitalismo diviene globale è molto probabile che i singoli Stati storici d’Europa non abbiano la forza di contrastare i mostruosi poteri della globalizzazione. Il punto è che il lodevolissimo intento di contrastare lo strapotere delle corporation transnazionali non è raggiunto e implementato dal solo fatto che esiste l’euro. Perché poi i rapporti con le grandi corporation se li giocano i singoli Stati. Trattando in prima persona, sanzionando o condonando … Il neoliberismo non è combattuto in modo efficace dall’euro (ordoliberista), che ne condivide alcuni presupposti centrali: l’economia dell’offerta, la critica del valore-lavoro, la comune matrice marginalistica, la fede che il sistema economico sia un insieme di equilibri che si autoregolano. Le differenze sono politiche: l’ordoliberalismo ha una storia tedesca, e da vent’anni europea. Il neoliberismo, da cui deriva, ha una storia anglosassone.

DOMANDA. Dei ‘piccoli’ condoni…

GALLI. Piccoli condoni da decine di miliardi di euro … Ma è anche vero che l’idea di costituire una unità geo-politica-economica chiamata Europa, per entrare nel grande gioco delle super potenze, non mi pare sia sostenuta concretamente da un qualche politico di peso oggi al governo in Europa. Anzi, questa è un’idea che non può che essere invisa ai governanti dei singoli Stati europei, perché questi tendono a tenersi stretta la loro sovranità. I veri sovranisti sono gli Stati, come del resto è ovvio.

DOMANDA. Prodi parla del ruolo politico europeo della Francia…

GALLI. Certo, c’è stato il tentativo di Delors e poi di Giscard, ma, a parte il fatto che la costituzione europea è stata battuta dai referendum del 2005 in Francia e in Olanda, i francesi hanno pensato all’Europa, nel migliore dei casi, come a una Francia allargata, con i diplomati ENA nei posti chiave

DOMANDA. Cosa non diversa del resto sul lato delle grandi imprese, come dimostra l’ultimo accordo fusione FCA- Peugeot.

GALLI. Certo. Ma tornando al tema di fondo della tirannia dell’euro, bisogna capire che se da una parte la costruzione dell’euro ha un contenuto fortemente politico, dovuto ai vincoli alle politiche degli Stati che pone di fatto, dall’altra parte questa costruzione non è di per sé politica: cioè l’euro non favorisce una politica federale e unitaria. Perché l’Europa lascia a ciascuno Stato sovrano l’onere di far fronte agli effetti sociali dell’euro. Ciascuno Stato deve far fronte di tasca propria agli effetti socio-economici dell’euro. E ciò divide l’Europa.

DOMANDA. In che cosa l’euro è diverso dal dollaro?

GALLI. Il dollaro è la moneta di riferimento dell’economia internazionale, e viene stampato ad libitum dagli Usa, che sono una federazione il cui bilancio vale circa un terzo del PIL del paese. L’euro non è la moneta di riferimento e nemmeno di riserva dell’economia internazionale; il bilancio della UE è ridicolo a fronte del suo PIL. Il 98% del PIL della Ue è gestito dai singoli Stati sovrani della UE, e solo il 2% viene gestito a livello della Ue. Detto altrimenti: dietro l’euro non c’è una politica, ma solo un sistema di diffidenze reciproche fra gli Stati, e continui compromessi sulla base della legge del più forte.

DOMANDA. Quindi il problema è tra sovranità federale e sovranità dei singoli stati?

GALLI. Finché non si fa un’unione bancaria, fiscale e politica, finché non ci saranno partiti transnazionali, e un parlamento in grado di esercitare un potere legislativo cogente come parte centrale di un potere sovrano europeo, l’euro sarà un problema almeno quanto è una soluzione. Ma quello che sembra uscito dalla consapevolezza comune è che la creazione di soggetti politici unitari, cioè realmente sovrani (come dovrebbe esser l’Europa), non nascono a tavolino dai trattati. La sovranità, quando è già in essere, si esercita e si manifesta attraverso il diritto, ma per venire al mondo ha bisogno di un investimento di energia enorme. Fuor di metafora, le sovranità nascono da guerre di liberazione, da guerre civili, da rivoluzioni o collassi di sistemi istituzionali. Cioè nascono da cesure, dall’esercizio di potere costituente.

Euro senza sovranità e ordoliberalismo senza ordo

DOMANDA. Sta dicendo che far nascere l’euro senza unità politica è stato un errore? Sbagliava dunque Kohl a dire a Prodi di aver pazienza, che Roma non si è fatta in un giorno solo.

GALLI. Far nascere una sovranità politica europea attraverso le contrattazioni fra le sovranità dei singoli Stati dell’unione è praticamente impossibile. Non è mai successo e non succederà. Pensi al caso della Germania: tutte le volte che è necessario la corte costituzionale di Karlsruhe ricorda che l’insieme dei trattati europei è da considerare in una logica di sussidiarietà. Cioè la Germania aderisce alla Unione europea nella misura in cui le istituzioni dell’Unione europea fanno meglio, in modo più efficiente, ciò che la costituzione tedesca vuole, ovvero produrre libertà e benessere per la Germania (il cosiddetto Lissabona Urteil). Davanti a questo primato dello Stato e della statualità nessuno si scandalizza.

DOMANDA. La predominanza della corte costituzionale tedesca sui trattati europei mi permette di riprendere un capitolo del suo libro in cui indica tra i nemici della Sovranità oltre al capitale e al principio dell’utile, il razionalismo giuridico ovvero, il tentativo di imbrigliare la naturale instabilità della politica nelle regole e nelle procedure giuridiche. Possiamo immaginare l’ordoliberalismo tedesco come il figlio naturale di questa visione ipergiuridica, che neutralizza di fatto sia l’economico sia e la politica?

GALLI. L’ordoliberalismo è una dottrina economica che più di altre fa affidamento sulla politica. Certo, il suo limite fondamentale è che reputa l’economia un sistema di equilibrio, cioè non vede lo squilibrio tra capitale e lavoro. Ma a parte questo, l’ordoliberalismo fa affidamento sulla politica, nel senso che la dà per scontata. E come poteva essere altrimenti se è un pensiero economico che è nato negli ultimi anni ’20 del secolo scorso quando non vi erano che Stati sovrani. C’era un’economia capitalistica che allo Stato tedesco chiedeva di essere uno Stato forte in grado di neutralizzare il conflitto sociale-economico interno, e di consentire all’economia di funzionare bene. L’ordoliberalismo alla politica ci crede, a modo suo. Ma il punto vero è che l’Europa si è data l’ordoliberalismo senza darsi l’ordo.

DOMANDA. Ordo come ordine e come decisione politica di un ordine. Ci stiamo avvicinando alla definizione di sovranità?

GALLI. Certo, la sovranità è prima di tutto un fatto politico e non un fatto giuridico. E dire fatto politico vuol dire che vi è qualche cosa della sovranità, alla origine della sovranità, che non è giuridificabile.

DOMANDA. Nel suo testo lei ricostruisce la ‘giuridificazione della politica’ come un fenomeno storico originato proprio dal passaggio della sovranità dinastica ad una sovranità nazionale impersonale. Questo passaggio, lei continua, prende in Gran Bretagna le vie parlamentari, dando spazio alla rappresentazione del conflitto politico e quindi una sovranità aperta alla sua origine non giuridificabile, mentre nella Germania si incardina nelle forme istituzionali dettate dalla cosiddetta dottrina generale dello Stato (Allgemeine Staatslehre). Questa teoria, in pratica, non colloca la sovranità “nel principe o nel popolo (di cui teme la violenza intrinseca) ma in una zona intermedia che è il sistema giuridico, culminante nello Stato e nel suo potere sovrano”. Tutto questo a scapito di una società civile che era quella che avrebbe dovuto di fatto esercitare la sovranità. La sovranità diviene cosi, attraverso le strade del diritto e delle procedure, la “competenze delle competenze” [p. 61]. Mi pare un passaggio storico chiave per comprendere l’immobilità politica e la governance tecnica dell’Europa di oggi?

GALLI. Per spiegare la tirannia dell’ordo-liberalismo prenderei un esempio ancora più chiaro. Se è vero che il sogno di ogni economista è un’economia che gode di un primato non ostacolato, quello degli ordo-liberalisti è sostanzialmente diverso perché vogliono da una parte una società il più possibile spoliticizzata, mentre dall’altra sanno che per spoliticizzare la società è necessaria la politica, tutta racchiusa all’interno dello Stato. Per gli ordoliberalisti lo Stato deve essere sempre pronto a vigilare e tagliare i rami della società in cui si formano dei bubboni di politica. Vediamo come si è realizzato l’ordoliberalismo in Germania: lo Stato dopo la seconda guerra mondiale è intervenuto mettendo in vari modi fuori legge i nazisti e i comunisti e immettendo i sindacati nei consigli di gestione dei grandi fabbriche. Cioè ha fatto tutto il possibile per ottenere e mantenere la pace sociale: la Germania si è garantita l’ordo insieme al liberalismo. In Europa invece abbiamo fatto un’economia unica, una filosofia economica unica, ma ci siamo dimenticati di fare una politica unica, un ordo unico.

DOMANDA. Cioè, chi ha pensato un ordoliberalismo tedesco da estendere a tutta l’Europa, si è dimenticato di fare uno Stato federale unico, e ha lasciato che la politica la facessero tanti Stati diversi ma alla fine la sovranità la esercita lo Stato più forte, ovvero, la Germania?

GALLI. Esattamente. Gli Stati hanno storie diverse, alcuni sono partiti bene, mentre altri hanno arrancato sin dall’inizio. Del resto è normale, se non fai alcuna redistribuzione delle ricchezze e non fai niente per aiutare i paesi più deboli. L’Europa ordoliberale di stampo tedesco si è dato un solo comando: “hai firmato, vai avanti. Noi vogliamo risultati, non giustificazioni”. Senza una unificazione politica dell’Europa, con l’euro si è corso un rischio politico enorme, che stiamo ancora pagando. Il rischio della divaricazione, delle fratture fra Stati all’interno dell’Europa, lungo linee di efficienza economica – misurata, questa, con i parametri di Maastricht e di Lisbona.

DOMANDA. Questo pseudo ordo ha indebolito tutto?

GALLI. Certo, la mancanza di politica indebolisce lo stesso sogno ordoliberale, che ha bisogno di politica, che non può essere lasciata nelle mani di tanti piccoli feudatari, gli Stati nazionali. Perché l’euro funzioni davvero, deve essere la moneta di una federazione, che impone un minimo di uniformità legislativa, un minimo di redistribuzione della ricchezza, e una banca centrale che fa da vero prestatore di ultima istanza.

DOMANDA. Uno Stato federale come gli USA?

GALLI. In linea di principio, sì. Ma la federazione americana implica che i singoli Stati dell’Unione, non siano sovrani – la guerra civile è stata l’atto di decisione, al riguardo –. In Europa, invece, è praticamente impossibile togliere la sovranità alla Francia, alla Spagna, alla Germania, all’Italia o alla Polonia. Chi lo va a spiegare ai capi di questi Stati che sono solo degli amministratori, che le cose importanti le fa un centro politico sovranazionale, capace di determinare qual è l’interesse strategico dell’Ue? Lei si immagina che cosa le risponderebbero?

DOMANDA. Col cavolo…?

GALLI. Ma certo! Chi è un soggetto politico sovrano? È un soggetto che in casi normali è signore di sé, all’interno, e in casi estremi per difendere con la forza il proprio interesse strategico è disposto anche a muovere la guerra. Questo l’Europa non può farlo perché nessuno dei suoi governanti è disposto a cedere alcun pezzo rilevante della sua sovranità: e quindi non ha unità interna, né capacità di politica strategica all’esterno. Gli USA invece, in quanto sono realmente uno Stato federale, non accetteranno mai – ad esempio – che venga meno la libertà dei mari: un loro interesse strategico esterno, per il quale sono disposti anche al conflitto. Mentre all’interno, pur con tutte le articolazioni statali che ovviamente li costituiscono, non conoscono conflitti realmente politici fra gli Stati dell’Unione (dopo la Guerra civile, naturalmente).

DOMANDA. E qual è, invece, l’interesse strategico di un’eventuale Europa unita? Chi lo potrebbe decidere? Dove, in quale sede, con quale cultura politica unitaria?

GALLI. Ribadisco, diventare una super potenza, anche solo federale, vuol dire entrare davvero nel grande gioco della politica. Ma il grande gioco della politica ha costi enormi. Se sei una superpotenza devi mettere le mani in tutte le crisi del mondo, perché tutte le crisi ti interessano e ti minacciano. Allora devi avere un Pentagono europeo, devi avere i missili nucleari europei, devi avere le portaerei europee. È una cosa a cui nessuno è preparato, e che certo nessuno vuole – mentre forse qualcuno vorrebbe che le proprie armi diventassero le armi dell’Europa –. Le forze armate europee sono difficili da gestire a livello pratico: ma a livello del comando politico, chi le guida? La Ue non può pensare a se stessa solo come a una alleanza militare fra Stati: deve (dovrebbe) essere in grado di esprimere una stabile volontà politica.

DOMANDA. Questo stato di stallo, di stare nel mezzo, di un progetto a metà, cosa comporta?

GALLI. Stare nel mezzo significa che ci si spacca.

Sovranismo, Weimar e il momento Polanyi

DOMANDA. L’indecisione sovrana e l’impraticabilità delle soluzioni politiche sembra riportarci indietro al periodo di Weimar con gli effetti devastanti del nazismo e delle guerre mondiale che tutti conosciamo. Il sovranismo appare come una richiesta di sovranità dal basso. C’è una similitudine tra questi due periodi? L’avanzare del sovranismo ci sta portando sulle soglie di un nuovo totalitarismo?

GALLI. Non c’è alcun totalitarismo all’orizzonte. Quando lei si riferisce al periodo tra le due guerre, l’elemento di correttezza di questo paragone sta nel fatto che allora, come oggi, grandi pezzi delle società occidentali si rivolsero allo Stato o a partiti statalisti per difendersi ed essere difese dalla violenza del capitalismo. È il cosiddetto ‘momento Polanyi’: quando una società si sente troppo insicura, avendo affidato il cuore della propria riproduzione materiale al privato, e vede che il privato non è in grado di produrre ordine e di distribuire benessere, allora si affida allo Stato. In quel caso le società si affidarono a partiti e regimi totalitari e le cose andarono a finire molto male.

DOMANDA. La situazione invece oggi le sembra diversa?

GALLI Senza dubbio. Oggi le società che protestano non si affidano a partiti totalitari. Oggi di partiti totalitari non ne vedo – in Italia; semmai in alcuni Stati dell’Eutropa dell’Est e nella ex- Germania dell’Est ci sono problemi –. Ci sono partiti che hanno una legittima capacità di criticare l’Europa, e per non restare alla tecnicità economica ricorrono anche a elementi identitari e li usano nella propaganda politica. Quando i partiti di protesta arrivano al governo, poi, si scopre che sono fautori essi stessi di politiche neoliberiste e ordoliberiste: la loro protesta era tutta politico-identitaria, in realtà. Ma il rischio di totalitarismo come quelli del passato non c’è. Semmai, il sistema economico ha in sé fattori di chiusura che possono sembrare totalitari, soprattutto quando si presenta “privo di alternative” (come diceva la signora Thatcher).

DOMANDA. Addirittura?

GALLI. Soprattutto per la capacità del neoliberismo di colonizzare le coscienze, e per l’esclusione a priori di ogni alternativa. Mentre coloro che vivono il presente con angoscia chiedono che lo Stato torni ad avere l’ultima parola sulle questioni interne al proprio territorio, e dunque un reale potere protettivo e decisionale. A Taranto immagino che non ci siano più molti neoliberisti; semmai ci saranno più statalisti, ovvero molti che si attendono che lo Stato abbia più potere di una multinazionale o una corporation.

DOMANDA. Certo che lo Stato dovrebbe avere più potere di una multinazionale. E come avrebbe dovuto reagire la Grecia nel 2015 quando si vide costretta di fatto a non tener conto dell’esito di referendum che diceva di no alle condizioni di ristrutturazione del debito imposte sostanzialmente dal resto d’Europa e dalla Troika? Qui il problema non è solo al livello privato-pubblico, multinazionale e Stato. Qui il problema mette in discussione il rapporto tra economia e democrazia. Un problema del resto che non sembra riguardare solo l’Europa. Basta pensare alla Cina, Russia, Turchia e Ungheria, lì dove il capitalismo sembra costringere la politica a prendere una strada sempre post- democratica, come la definisce Colin Crouch. Qual è lo stato dell’arte tra capitalismo e democrazia?

GALLI. Questo è il tema di fondo del XX e del XXI secolo: il capitalismo è ancora compatibile con la democrazia? Dopo che abbiamo capito che il fascismo non lo è, che il comunismo non lo è, adesso ci chiediamo: “il capitalismo è compatibile con la democrazia?”. Io rispondo che non sempre il capitalismo porta democrazia, e che non sempre è il contrario di essa. L’economia capitalistica, sia neoliberista sia ordo-liberalista, funziona anche senza democrazia. La democrazia è compito della politica, e non possiamo aspettarcela dalla economia. La mia idea è che la richiesta di sovranità in questa fase è una richiesta di democrazia, non di antidemocrazia.

DOMANDA. È per questo che lei dice, nella quarta di copertina, che oggi Sovranità vuol dire democrazia?

GALLI. Le multinazionali non hanno particolare interesse alla democrazia. La ditta che a Taranto fabbrica acciaio in giro per il mondo compera acciaierie e poi le chiude. Qualcuno dice che è una questione di proprietà privata, e che i privati fanno quello che vogliono. Ma non è così. La nostra Costituzione, all’articolo 42 orienta la proprietà privata verso una funzione sociale. Se lo Stato lo vuole può esercitare la sua sovranità anche in questa circostanza, con molte possibili opzioni.

DOMANDA. Ma l’Europa potrebbe obbiettare che questo sarebbe un indebito aiuto di Stato?

GALLI. E così torniamo a ciò che le avevo detto all’inizio della nostra chiacchierata: le leggi in Europa per alcuni si interpretano e per altre si applicano rigidamente. Basti pensare al favore che ricevono le banche tedesche esposte con i Land, con il pretesto che questi ultimi sono enti privati. L’Europa non è altro che il campo di tensioni in cui si esercitano i poteri sovrani dei singoli Stati. Il vero problema è che l’Italia è uno Stato debole, poco efficiente, forse povero, con poche risorse. Una condizione di relativa debolezza del nostro paese, dai tempi della unificazione. Siamo nati senza capitali, e abbiamo avuto sempre bisogno degli stranieri: inglesi, francesi, tedeschi, americani.

DOMANDA. Però abbiamo avuto un momento, quello del cosiddetto “miracolo economico italiano”, in cui le cose sembravano prendere un’altra direzione. Il tentativo di un’indipendenza energetica con l’intraprendenza di Mattei, per esempio.

GALLI. Si, ma quello è stato il momento in cui, per strano che possa sembrare, di sovranità ne avevamo di meno. Eravamo immersi nell’oceano keynesiano di Bretton Woods, nell’area d’influenza americana, e in quella fase storica dopo un’accumulazione a bassi salari è stato possibile lottare per ottenere una redistribuzione. Ma tenga presente che, finita la ricostruzione verso il 1950, l’inizio del miracolo economico coincide con il boom dell’esportazione resa possibile dall’instaurazione dei trattati di Roma del 1957. Il problema vero è che, quando è caduto il muro di Berlino, gli USA – che pure hanno conservato la loro presa sull’Europa, imponendo l’ingresso nella Nato (e indirettamente nella Ue) degli Stati dell’Europa orientale – hanno cambiato il loro rapporto con l’Europa: questa ha tentato allora di darsi un profilo politico autonomo, ma il fallimento di questa mossa strategica ha fatto riemergere le singole sovranità a lungo sopite. Negli anni ’70, quando ero un giovane studioso, nessuno si occupava del tema della sovranità, perché questa non era vista come un problema, e sembrava superata.

2. Filosofia: definizione esistenziale della sovranità

DOMANDA. Veniamo appunto ai suoi studi sulla sovranità. Tra gli anni ’70 e ’80 lei comincia a interpretare il pensiero di Carl Schmitt, un giurista tedesco che nei primi anni ’20 definì il sovrano come: “chi decide sullo stato d’eccezione”. Come dobbiamo intendere questa definizione?

GALLI. Innanzitutto dobbiamo chiarire che cosa si intende per “stato d’eccezione”, perché questo può portare a fraintendimenti. L’eccezione è un momento della sovranità che corrisponde al suo stato iniziale, alla sua origine. La rottura sovrana dell’ordinamento non è cosa di tutti i giorni: ma è una possibilità che non può essere del tutto rimossa, perché è originaria. Detto questo, occorre tenere a mente che la sovranità è l’essenza stessa della politica moderna che affronta e formalizza la realtà complessa e contraddittoria del vivere insieme. La sovranità è un concetto fondamentale della nostra vita associata, un concetto esistenziale perché è l’anima di un soggetto politico che esiste nel mondo. E chiunque esiste ha a che fare con la morte: chi esiste porta con sé la morte, sa di poter morire. Questa condizione esistenziale, portata a livello politico, implica che lo Stato sovrano moderno nasca per la ricerca quotidiana della sicurezza e dell’ordine (oltre che della potenza); e implica anche che lo Stato sappia che la propria sicurezza è instabile, che nasce dal pericolo e che può quindi essere spezzata dall’eccezione, tanto da una crisi dirompente quanto da una decisione sovrana che per salvare l’ordine lo riconduce alla propria origine di crisi. La sovranità quindi è il potere politico che si misura coscientemente con la propria contingenza originaria ed esistenziale.

DOMANDA. Quindi lei pensa la sovranità e la vita di uno Stato come quelli di un individuo?

GALLI. L’equazione Stato=individuo ci aiuta a comprendere l’essenza e l’importanza della sovranità. Uno Stato sovrano è un individuo che sa di poter morire. Sa che è stato messo al mondo e sa di poter morire. Uno Stato sovrano non conduce la propria vita nella totale inconsapevolezza, come l’uomo più buono e pacifico del mondo non conduce la propria vita nella totale cecità davanti ai pericoli. Inoltre, per conservare questa equazione, che non ha nulla di organicistico, come l’individuo così anche lo Stato sa di esser venuto al mondo nel dolore (politicamente, nella violenza, nella crisi).

DOMANDA. Mi sembra che lei stia evocando la categoria arendtiana nella nascita come significato profondo dell’azione politica, che interrompe la serie continua causa effetto.

GALLI. Non precisamente, poiché la natalità in Arendt non è collegata allo Stato ma all’agire collettivo. L’elemento dell’esistenzialismo in politica noi lo abbiamo per due vie parallele: Schmitt e Heidegger. Poi vengono tutti i loro discepoli e se vogliamo, all’origine di tutto c’è Nietzsche. Da questo lei capisce Foucault e Deleuze, come da Heidegger capisce Derrida. Come da Schmitt e Benjamin capisce Agamben.

DOMANDA. Ma l’esposizione al rischio della morte e quindi la richiesta di sicurezza, non sono il motore della sovranità già nella modernità, quando per l’individuo vengono meno i riferimenti classici e tradizionali?

GALLI. Si, è già nell’epoca moderna, in cui l’ordine politico non è più legittimato da fondamenti tradizionali, che la sovranità in prima approssimazione viene concepita come un corpo politico che si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini, che sono innanzitutto fini di pace interna che è l’obiettivo del patto di Hobbes, che dà vita al Leviatano. La sovranità moderna nasce come risposta alle guerre di religione. Liberare l’individuo dal potere diretto delle Chiese – privatizzare la religione – è l’impresa storica della sovranità, insieme alla creazione della pace interna.

Teologia politica come critica

DOMANDA. Ora, questa definizione ‘esistenziale’ della sovranità, Schmitt la inquadra in un contesto teologico politico, perché? Come dobbiamo intendere questa locuzione o metodo? E perché lei arriva a coniare la locuzione teologia politica critica?

GALLI. Sulla teologia politica come critica sto scrivendo un libro. Bisogna premettere che il concetto di teologia politica entra nel dibattito teorico grazie al libro di Carl Schmitt del 1922. Ciò premesso, teologia politica è un modo della critica, come esiste la critica attraverso la bio-politica e la critica dell’economia politica. La teologia politica dice sostanzialmente che non è vero che gli ordini politici sono tutti traducibili in ordini giuridici. Dietro ogni ordine, inteso come mediazione, c’è una immediatezza; dietro ogni ragione dispiegata c’è un elemento di non-ragione che ne è l’origine. La teologia politica è uno strumento intellettuale con cui puoi scavare dietro la giustificazione razionale del potere per scoprirvi un grumo non razionale. Molti grandi pensatori politici della modernità scoprono diversi ‘grumi’. Marx, per esempio, ha individuato l’interesse individuale, l’appropriazione privata del valore socialmente prodotto, l’espropriazione del proletario dal proprio lavoro, come l’origine del sistema di relazioni sociali chiamato capitalismo. Un biopolitico genealogico come Foucault ha detto che il potere è la produzione di soggetti e insieme il loro assoggettamento (mai totale): del potere non importa l’origine, ma la funzione pervasiva. Con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire (in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo).

DOMANDA. E perché secondo lei oggi non si fa riferimento all’origine storica della sovranità?

GALLI. Perché discendere alle radici è troppo impegnativo e perturbante. Sia chiaro: non stiamo dicendo che il potere è necessariamente folle o arbitrario. Ma la nostra stessa Costituzione può essere compresa in senso storico-politico solo se si tiene presente che nasce dalla resistenza. La costituzione tra l’altro, comincia parlando proprio di sovranità. Non sarà un caso, no?

DOMANDA. Cioè, lei dice che dovremmo non dimenticare le radici politiche di uno Stato, la fonte della sua Sovranità, per capirne il senso e la direzione. Mentre invece tendiamo a leggere la costituzione e la sovranità con approccio prevalentemente se non esclusivamente giuridico e non politico. È questo il punto?

GALLI. Esattamente. E, ancora peggio, tentiamo di fare a meno della nozione stessa di sovranità, sottomettendola di fatto all’economia.

Tirannia dei valori

DOMANDA. È significativo il fatto che in politica non si parli dell’origine della sovranità ma si parli molto di valori, termine che Schmitt non amava molto (ne contestava la presenza anche dentro le costituzioni); e infatti scrisse un libretto La Tirannia dei valori che forse ci permette di esplicitare un altro significato di tirannia. Qual era l’intento polemico di Schmitt?

GALLI, La tesi di Schmitt, in quel libro, è che il valore è violento e polemico, perché il valore implica un disvalore, un male da combattere. Mentre invece per lui il rapporto amico-nemico non è il rapporto del bene assoluto contro il male assoluto, ma il rapporto tra due soggetti antagonisti, avversari, e quindi disposti anche a morire e a uccidere ma non a svalorizzarsi. È una tesi anti Max Scheler e anti concilio Vaticano II. È il suo vecchio discorso contro i poteri discriminatori, cioè contro i poteri che affermano la propria bontà, e per contro la malvagità e l’inumanità degli avversari. In pratica è la polemica contro la criminalizzazione del nemico, contro il moralismo politico universalistico del mondo anglofono, contro la pace di Versailles, e contro la moralizzazione della politica. Se si fa moralizzazione della politica si trasformano i nemici in mostri.

DOMANDA La svalorizzazione dell’avversario fino all’annientamento è una delle forme del totalitarismo, e mi vien in mente la circostanza che Hannah Arendt nel suo celebre Sulle origini del totalitarismo per descrivere questa nuova di forma di governo si serva del concetto di tirannia per distinguerne i tratti fino al punto di arrivare a sostenere che il totalitarismo abbia unicità e originalità proprie. Afferma cioè che la tirannia si basi sulla paura, il totalitarismo invece sul terrore; se la prima è illegale la seconda è in un certo senso meta legale, cioè si pensa al di sopra della giustizia. Ma fondamentalmente si erge e giudice della storia accelerandola verso il fine dell’uomo perfetto, e quindi accelera la selezione naturale darwinista vista dal solo punto di vista di una razza, che per il nazismo, come è tragicamente noto, è quella ariana.

GALLI. Questa è la polemica contro il costruttivismo, ovvero contro l’idea di un intervento forte della politica, sulla base di una ideologia, per ridurre il mondo a immagine. Guardi, tutto ciò è contenuto in nuce nel saggio del 1938 di Heidegger “Sull’epoca dell’immagine del mondo”. L’idea di fondo di questo saggio è che la modernità sovrappone al mondo una immagine, lo traduce in concetti e in grafici. E da ciò deriva l’impianto di Arendt in Human Condition e l’idea che il totalitarismo (una parola che per inciso suggerirei di usare cautamente) è un’ipotesi costruttivistica: il mondo così com’è, non va bene, e quindi va cambiato con grande violenza tecnica e ideologica.

DOMANDA. Anch’io vorrei pensare come lei che il totalitarismo non possa tornare, eppure la stessa Arendt insegna che l’antisemitismo era un fenomeno affatto casuale nella costruzione e nell’affermazione del totalitarismo, anzi era un retaggio storico che aveva dei precisi risvolti socioeconomici nella società tedesca. Del resto molti pensatori tedeschi erano antisemiti.

GALLI. L’antisemitismo, violentissimo in Lutero, è certamente presente, in alcuni piccoli passaggi, in Fichte, in Hegel, in Schopenhauer. Forse persino in Marx. Poi emerge forte, ma occasionale, in Heidegger e in Schmitt. Ma non è la molla del pensiero di questi autori, i quali non pensano ciò che pensano in quanto sono antisemiti. Semmai, accettano, in modo più o meno evidente, l’antisemitismo diffuso nell’ambiente. Ma lo accettano perché non credono che sia un crimine, come invece lo crediamo noi oggi.

Sovranità comunicazione immagine

DOMANDA. Si ma nel totalitarismo c’è un uso scientifico e strumentale dell’immagine, come ha cercato di dimostrare Walter Benjamin nell’Opera d’arte della sua riproducibilità tecnica, dove parlava non a caso di ‘estetizzazione della politica’, che oggi sembra quanto mai attuale. Qual è il rapporto tra sovranità e comunicazione, e in particolare la comunicazione per immagini?

GALLI. Ho proposto il concetto di “triedro del potere”, che io vedo costituito anche dal potere mediatico (oltre da dalla politica e dall’economia). Nella storia il potere mediatico è stato essenzialmente la parola del potere. Cioè quello che il potere diceva di se stesso.

DOMANDA. Cioè lei vede il potere come narrazione, e il sovrano come colui che è capace di parlare retoricamente? Ma oggi non è più che altro capacità di rappresentarsi attraverso le immagini? Penso alla lezione di Mc Luhan,”il mezzo, è già il contenuto” e, i nuovi media, ben oltre la tv, quindi i social media, non stanno cambiando o quanto meno condizionando la sovranità attraverso le immagini?

GALLI. Ma oggi non è cambiato il potere della parola che è poi la parola del potere, ciò che il potere dice di se stesso: la parola è pervasiva come mai lo è stata prima. Non è vero che il livello essenziale del potere è nel sistema mediatico, perché sotto c’è il sistema economico, e più sotto ancora c’è il sistema geopolitico. Però è vero che oggi il potere implica un dispendio di energie enorme, un impiego mostruose di risorse retoriche, con una pervasività altissima. Basti pensare, per esempio, al fenomeno Greta Thunberg. Ai più è apparsa una ragazzina che fa tremare i potenti, e tutto il mondo è stato invitato a credere in quella bambina. Io, francamente, vi ho visto invece proprio la voce del potere. Tutto quello che attraverso di lei veniva detto era funzionale alle esigenze di una parte avanzata del sistema capitalistico mondiale, e alla preparazione delle coscienze delle masse a qualche nuovo sacrificio. Credo che si sia di fronte a un salto qualitativo dello stesso capitalismo, come altri ne ha già fatti, un salto per esistere e prosperare. È stato un investimento di energia mediatica che in vita mia non avevo mai visto. Ciò non significa negare che esista una questione climatica e ambientale: significa che questa questione non va trattata in questo modo spettacolare.

DOMANDA. Ma in che modo, mi scusi, il capitalismo trarrebbe giovamento dall’esposizione mediatica del messaggio di Greta? Sta pensano alla green economy come nuovo modello capitalistico?

GALLI. Appunto. E soprattutto a un tentativo di far crescere il senso di colpa collettivo non tanto perché si realizzi un vero cambiamento del modello di sviluppo, che nessuno vuole in realtà, ma perché venga confermata la capacità del potere di generare conformismo, di convincere, influenzare, sottomettere acriticamente le masse. Una prova in grande stile dell’efficienza del sistema che genera le credenze più funzionali, mescolando scienza, paura, retorica della catastrofe, e appunto senso di colpa. Oggi, è funzionale la credenza nel green; e ancora più funzionale, per il potere, è tenere i mezzi di comunicazioni sempre affilati, le polveri sempre asciutte, saper suscitare e controllare emozioni politiche.

DOMANDA. Quindi lei vede il rapporto tra sovranità e comunicazione come narrazione, come capacità e sfruttamento della persuasività della parola. Ma c’è anche il potere dell’immagine, una sorta di egemonia culturale, basti pensare agli Stati uniti. È evidente che loro hanno costruito un pezzo di sovranità sul cosiddetto soft power, sulla pervasività delle immagini del cinema, sul cosiddetto immaginario americano. L’immagine, e non solo la parola, ha un potere non secondario. Se si pensa anche alle miriadi di immigrati dell’est che dopo l’89 si riversavano verso l’ovest attirati dalle immagini viste in tv. A me appare fuori di dubbio che la sovranità si estende attraverso l’immagine.

GALLI. Questa sua domanda mi dà l’occasione di precisare due cose a mio avviso importanti. Non si deve confondere il potere con la sovranità. I media sono certamente un potere – e il “triedro del potere” è naturalmente potere –. Ma la sovranità è un tipo di potere diverso perché è diretto, responsabile benché non pienamente giuridificabile, né pienamente narrabile. Alla sovranità pertiene il caso di eccezione. Che vuole dire che anche se la sovranità consiste nel produrre un’immagine ben definita, cioè confini, caratteristiche, identità (anche solo a livello giuridico: la cittadinanza), tuttavia dentro la sovranità, alla sua origine, persiste un elemento non immaginabile. Detto in un altro modo, la sovranità è certamente un discorso, ma la sua origine è una opacità. Torno a dire: la costituzione italiana è un discorso, una mediazione di ordine alla cui origine c’è qualcosa che non è immaginabile, perché nessuno ha programmato quel che è successo – la guerra civile –; e grazie a Dio, ne siamo usciti bene, con una buona Costituzione.

Hermann Heller: la sovranità possibile

DOMANDA. Per avviarci alla conclusione, lei alla fine del suo libro cita un costituzionalista tedesco del secolo scorso, una sorta di Carneade, che a suo avviso avrebbe dato della sovranità la definizione più lucida e ancora attuale: Herman Heller?

GALLI. Era un galantuomo e uno sconfitto. E non un Carneade. Le sue opere sono da tempo tradotte anche in Italia, e su di lui c’è un’ottima bibliografia. Ai suoi tempi fu un aperto e rispettoso avversario di Schmitt (nel processo di Lipsia “Prussia contro il Reich”, 1932)

DOMANDA. Ma perché dovremmo ristudiarlo?

GALLI Perché quello che Heller dice sulla sovranità lo dice in termini hegeliani; ad esempio, critica Schmitt perché è occasionalista, contingentista, perché per lui la sovranità è un colpo di pistola. Il concetto di negativo, la decisione sul caso d’eccezione, è una negazione indeterminata. Mentre il concetto di negativo è stato trattato diversamente da Hegel, che gli ha dato un’energia civile, non una energia incivile. Ovvero, Heller ha cercato di pensare politicamente la società e le sue contraddizioni; mentre Schmitt dispera di potere pensare politicamente la società, che per lui è quasi solo l’origine del disordine, di una contraddizione che può esser letta solo come un’eccezione che non trova soluzione in sé.

DOMANDA. Lei sintetizza la sovranità di Heller come un’unità strutturata nella molteplicità, e giustificata attraverso il suo ruolo sociale?” [p. 105]. Cioè lei sta dicendo, in chiave hegeliana, che l’Europa può avere una vera sovranità solo se recupera in pieno la società civile?

GALLI. Sì, certo; e non la deve schiacciare sotto il peso dell’ordoliberalismo. Tenga conto che la società civile non è solo economia, la società civile è arte, cultura, centri sociali, centro di produzione di tutto ciò che è oltre l’economia. Certo l’economia è dirimente, decisiva, però una società vera, una società capace di andare oltre la propria umiliazione economicistica, è una società che produce idee, che produce immagine di sé – pur senza crederci fino in fondo, per tutto ciò che abbiamo detto prima, altrimenti è idolatra –. Una società deve essere capace di produrre immagini, ipotesi di immagine; deve impegnarsi a credere che esista un fine, un suo dovere. Non soltanto a fare del PIL, che pure è indispensabile.

DOMANDA. Allora è giusto il momento proprio alla fine di farle togliere, per dir così almeno un sassolino dalla scarpa. Ovvero una domanda sugli intellettuali di sinistra e la sovranità: perché non se ne occupano?

GALLI Perché pochi hanno voglia di trattare il problema del rapporto tra capitalismo e democrazia in modi non grossolani. Invece è una questione che va assolutamente affrontata. Una possibile soluzione è: lasciamo che il capitalismo si mangi la democrazia. L’altra, ed è quella che auspico, è: troviamo il katechon, il freno alla potenza di questa; e il katechon per me è la sovranità. Non perché la sovranità sia un potere più forte, ma perché sovranità vuol dire permettere alla società di pensare a qualcosa d’altro oltre all’economia. Cioè impegnare la società a tirar fuori da se stessa risorse esistenziali complessive. Il capitalismo di oggi è l’estensione della forma economica ad ogni ambito dell’esistenza. Fra un po’ si pagherà anche per entrare in chiesa. E per invertire la rotta è necessaria molta politica comune, democratica, sovrana.

DOMANDA. Cioè siamo di fronte ad una fede economica totalizzante, qualcosa preconizzata da Benjamin nel frammento Capitalismo come religione?

GALLI. Esattamente. L’estensione della forma economica ad ogni ambito della società è la morte della società. Abbiamo esteso questa forma economica alle città e l’abbiamo fatte diventare dei palcoscenici per il turismo. Svuotate di ogni autenticità. Abbiamo fatto della forma economica la verità dell’università, trasformandola in azienda (peraltro senza investimenti adeguati). La sovranità serve a mettere un argine, un freno, a costringere o a consentire alla società di produrre qualcosa d’altro che plusvalore, che peraltro va a finire ormai nelle tasche di minoranze sempre più ristrette.

Fine.

1 Carlo Galli (1950) è stato professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna. Si è occupato di storia del pensiero politico moderno e contemporaneo, pubblicando articoli e libri – tradotti in diverse lingue – sui principali filosofi politici moderni e contemporanei, da Machiavelli a Schmitt e sui principali concetti-chiave del pensiero politico. E’ direttore della rivista “Filosofia Politica”; dirige diverse collane presso gli editori Laterza e Il Mulino, e altri editori. Ha presieduto il Consiglio Editoriale della casa editrice Il Mulino, la Classe di Scienze Morali dell’Accademia delle Scienze di Bologna, ed è presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Dal 2013 al 2018 è stato deputato al Parlamento italiano. Dal 2018 è “Professore dell’Alma Mater”. Fra le sue opere recenti: Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno [1996, 2010]; Spazi politici. L’età moderna e l’età globale [2001]; Lo sguardo di Giano. Saggi su Carl Schmitt [2008]; L’umanità multiculturale [2008]; Contingenza e necessità nella ragione politica moderna [2009]; Perché ancora destra e sinistra [2010, 2013]; Il disagio della democrazia [2011]; Democrazia senza popolo. Cronache dal Parlamento sulla crisi della politica italiana [2017]; Marx eretico [2018]; Sovranità [2019]


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Direttore editoriale della rivista Leussein, si è laureato in giurisprudenza (La Sapienza) e in filosofia (Gregoriana), e ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia della politica (La Sapienza). E' stato ideatore, coordinatore ed editorialista della Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze dal 2004 al 2006. Ha scritto diversi saggi e ha collaborato con diverse Università (Sapienza, Gregoriana, Lateranense, UPRA) e istituti di ricerca (Istituto italiano filosofici di Napoli - Scuola di Roma, Studi politici San Piov). I suoi percorsi di ricerca si snodano negli ambiti della filosofia ebraica, la teologia politica, gli studi postcoloniali e la teoria della comunicazione.


'Tiranno in Europa è un ordoliberalismo senza ordo. Intervista a Carlo Galli' has 1 comment

  1. 13 Maggio 2020 @ 21:47 La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato

    […] Gianluca Sacco, “Tiranno in Europa è un ordoliberalismo senza ordo. Intervista al filosofo Ca… […]

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