La tirannide arcaica tra despotismo, moderazione e democrazia: Pisistrato e gli altri

Tiranno è, nell’immaginario comune, colui che prende il potere agendo al di fuori delle regole comuni e che lo esercita in maniera despotica e crudele. Il fenomeno della tirannide è antico: a scuola, tutti abbiamo studiato Pisistrato e il suo governo ad Atene. Eppure, l’analisi dello sviluppo della tirannide nella Grecia antica, particolarmente in età arcaica, permette di tracciare una fisionomia del fenomeno che, in certa misura, risulta inaspettata.

Lo stesso vocabolo, di origine orientale, inizialmente non aveva in sé una connotazione negativa, pur evidenziando l’alterità di questa forma di esercizio del potere rispetto a quelle più legittime. Nella sua evoluzione storica, inoltre, il tiranno spesso si colloca a metà tra i governi aristocratici a partecipazione chiusa e ristretta, e le forme di più ampia condivisione del potere, democratiche o moderate, che si affermarono in età classica.

Il tiranno, dunque, si fa interprete e sfrutta alcune dinamiche sociali, economiche e politiche a suo vantaggio per prendere il potere, ma, così facendo, ne permette l’evoluzione e il rafforzamento, risultando così un fattore decisivo nello sviluppo delle forme di governo di V e IV secolo a.C.

In questo senso, proprio l’esperienza di Pisistrato ad Atene, che è per noi quella più facilmente ricostruibile pur nell’ambiguità del panorama delle fonti, che in sostanza sono di matrice avversa ai Pisistratidi, risulta illuminante e merita di essere valutata accuratamente. Al contempo, però, un’ampia panoramica delle altre tirannidi instaurate in varie poleis della Grecia continentale in età arcaica permette di rintracciare dei tratti comuni e, di conseguenza, consente un giudizio più completo su una figura politica dalle molte sfaccettature.

Parole chiave: tiranno, Pisistrato, aristocrazia, democrazia.

Abstract inglese

In common understanding, a tyrant is someone who seizes the power acting beyond the rules and who behaves in an autocratic and cruel manner. Tyranny is an ancient phenomenon: for instance, we all know of Pisistratus and of his rule in Athens. Nevertheless, the analysis of the development of tyranny in Archaic Greece gives the chance to reconstruct a rather unexpected profile of the phenomenon.

The term “tyrant” itself has Oriental roots and originally did not have necessarily a negative meaning, though emphasizing the alterity of this type of rule compared to more legitimate governments.

Moreover, in the historical perspective a tyrant is often situated between aristocratic regimes, characterized by a restricted share in the exercise of power, and more participatory forms of government, whether democratic or moderate, established in the Classical period.

A tyrant is therefore someone who interprets and exploits contemporary socio-economic and political dynamics to seize power but, in doing so, he allows their evolution and enhancement, thus being a key factor in the development of forms of government typical of V and IV century BC.

In this respect, the rule of Pisistratus in Athens is significant, being the best known to us despite the ambiguity of the essentially anti-tyrannical approach of the sources. At the same time, a general overview of the vicissitudes of other tyrants in Archaic Greece permits to identify common features and, consequently, allows a more comprehensive judgment on a multifaceted political figure.

Key words: tyrant, Pisistratus, aristocracy, democracy

Quante volte ci capita di usare la parola tiranno? Nella sapienza popolare tiranno è il tempo, che con il suo scorrere inesorabile avvicina sempre di più alle scadenze inderogabili. Tiranno è amore. Tiranne, secondo il Tasso, erano le passioni dalle quali Goffredo di Buglione, dialogando con Guelfo, zio di Rinaldo, si pregiava di astenersi nell’emettere giudizi, lui che era custode e difensore del legittimo e del diritto. Tiranna è, secondo il Manzoni, la paura di dar sospetto che provava Renzo seduto su una panca nell’osteria a Gorgonzola. Tirannia mascherata da libertà diviene paradossalmente la democrazia, intesa come governo della maggioranza, nelle pagine de Il fu Mattia Pascal di Pirandello.

Un qualsiasi vocabolario rivelerà che tiranno è colui che governa in modo despotico, crudele e violento, accentrando in sé tutti i poteri. Eppure, la qualifica di tiranno è stata affibbiata anche a personaggi che non finirebbero in un ipotetico elenco degli uomini più crudeli della storia. Paradossalmente, anche un eccesso di democrazia è stato visto come forma di tirannide. Platone diceva che da un’ubriacatura di libertà senza autorità la democrazia diveniva tirannide1.

Abbandonando queste divagazioni iniziali e apprestandoci ad analizzare il fenomeno della tirannide con lo sguardo tipico di Leussein, non si può prescindere da una contestualizzazione storica del fenomeno, che pur non può avere l’ambizione di essere esaustiva, nel luogo e nel tempo in cui, in Occidente, si concretizzò per la prima volta: il mondo greco arcaico.

Un termine ambiguo

Nonostante numerosi tentativi da parte dei moderni, l’impresa di rintracciare l’origine della parola greca týrannos non ha ancora portato all’assoluta certezza. Maggior consenso si concentra oggi intorno alla discendenza da due vocaboli. Da un lato è stato identificato un legame con il luvio geroglifico tarwanis attestato per la prima volta nel X secolo a Karkemish2, con un significato simile a quello di “signore”, “sovrano”3. Dall’altro, la vicinanza più evidente è stata individuata con il termine biblico che designava il capo dei Filistei, seren4. In origine, dunque, il vocabolo tiranno significava “signore assoluto”, una forma di esercizio personale del potere, senza che ciò avesse necessariamente una connotazione negativa. Questo sembra trovare conferma nelle prime testimonianze di ambito greco.

In un frammento del poeta lirico Archiloco trasmesso da Plutarco troviamo la più antica attestazione letteraria del termine greco týrannos5. Nelle parole che l’autore, stando ad Aristotele6, faceva pronunciare a un fabbro di nome Carone, il termine indica uno dei beni maggiormente desiderabili e pressoché impossibili da raggiungere per un uomo, al pari della leggendaria prosperità di Gige, signore della Lidia, e delle imprese degli stessi dei dell’Olimpo7. Com’era chiaro anche agli antichi, Archiloco intendeva qui riferirsi a un tipo di potere certamente superiore, pressoché assoluto, ma, come si evince dal contesto, in maniera scevra da qualsivoglia accezione negativa8. E che per Archiloco l’essere týrannos non fosse cosa riprovevole sembra confermarlo un altro frammento in cui il poeta invita, dopo aver conquistato la signoria di una città “con la lancia”, ad assumerne il controllo come týrannos9, rafforzato da un interessante parallelo con il verbo anássō “domino, regno”, che rimanda a tempi antichi e a una concezione del potere di tipo omerico.

Solitamente si ritiene che con Alceo il vocabolo abbia assunto pienamente una connotazione negativa, il tiranno come il divoratore della città e del popolo, un’immagine di eco omerica10. Le liriche di Alceo si collocano nel contesto del conflitto tra le famiglie aristocratiche di Mitilene a cavallo fra VII e VI secolo per la conquista del potere cittadino. L’astio del poeta è rivolto contro il rivale Pittaco, il quale aveva violato l’alleanza con gli Alceidi che aveva portato all’eliminazione di un altro tiranno, Melancro passando dalla parte del nuovo tiranno Mirsilo. L’immagine della demofagia trasmessa dal verbo dáptō11 sottolinea la caratterizzazione ferina del tiranno da parte di Alceo, che fa di Pittaco un antieroe12. Eppure, nella tradizione più tarda di Pittaco si ricorda l’elezione a esimnete da parte del popolo di Mitilene, una carica che Aristotele descrive come una tirannide elettiva (aireté turannìs), ovvero una forma di potere legittimata13. Inoltre, egli è annoverato fra i sette sapienti14, è caratterizzato come nomoteta e gli viene attribuita anche attività poetica15. Viene dunque ricordato da una parte della tradizione successiva come l’esempio di un politico positivo16. Tutto ciò ha spinto alcuni studiosi a concludere che il ritratto negativo che Alceo fa del potere esercitato da Pittaco non possa essere considerato come un giudizio generalizzato sulla tirannide: le accuse e le calunnie sono rivolte all’avversario degli Alceidi per il suo tradimento, non in quanto tiranno17.

Parimenti, una sfumatura neutra, se non addirittura positiva, è riscontrabile nell’uso che Simonide fa del vocabolo. Nel suo stile irriverente, il poeta di Ceo, che era stato ospite tra gli altri di Ipparco, figlio di Pisistrato, descrive il tipo di donna che non sa fare alcunché, se non riempirsi di profumo e passare intere giornate ad acconciarsi i capelli, e sostiene che solo un týrannos, che ha i mezzi per stare al suo passo, può trovare una qualche utilità in questo genere di persona. Il tiranno è dunque un individuo benestante, uno che può permettersi il futile.

A ciò si aggiunga che Pindaro per due volte si riferisce a colui che sta lodando, Ierone di Siracusa, designandolo come týrannos: di certo Pindaro non aveva alcuna intenzione di insultare Ierone18.

Uno scivolamento verso un’accezione negativa del termine si ha in Solone, il quale caratterizza la tirannide come qualcosa che a prima vista sembra desiderabile, in linea con quanto affermava Archiloco, ma che al contrario conduce rapidamente alla rovina19. Altrove, poi, caratterizza il tiranno come un usurpatore, un individuo che si impadronisce di un potere che non gli spetta, collegando il suo agire con la spietata violenza20. Ma di Solone parleremo in seguito.

Pare dunque che in età arcaica rivolgersi a una persona definendola “tiranno” non sia necessariamente una cosa negativa. Piuttosto a dare una sfumatura di esecrazione sono soprattutto i circoli aristocratici che da questi individui erano stati spogliati delle loro prerogative e dell’esercizio del potere21.

Nel V secolo le cose si fanno progressivamente più chiare. Nei tragici il termine týrannos è sinonimo di re. Tuttavia, in alcuni casi il vocabolo trasmette un contesto negativo. Nell’Agamennone di Eschilo, ad esempio, il coro commenta le azioni di Clitennestra ed Egisto dicendo che stavano innalzando gli stendardi della tirannide, aggiungendo poi che per i due amanti sarebbe stato un destino migliore morire piuttosto che diventare tiranni. Il coro sofocleo dell’Edipo re sentenzia che l’arroganza produce la tirannide.

In Erodoto týrannos è usato sia in riferimento ai dinasti orientali, sia per designare quei signori di poleis greche che anche oggi chiamiamo tiranni22. Per alcuni di essi, tuttavia, egli usa anche il termine basiléus23 per cui è possibile affermare che ancora una distinzione lessicale tra una forma legittima e una illegittima di monocrazia non sia ancora pienamente attuata24.

Come spesso accade, però, in Tucidide l’attenzione alla chiarezza terminologica raggiunge un ottimo livello. Egli differenzia in maniera netta chi è basiléus, ovvero esercita un potere personale definito da prerogative concordate dalla comunità, e chi è týrannos 25, ovvero esercita un potere personale assoluto e autoreferenziale26. Tale distinzione è mantenuta anche da Senofonte. Nell’oratoria di IV secolo, influenzata dall’ideologia democratica ampiamente diffusa e dalle esperienze delle tirannidi di età classica, in particolar modo quelle siceliote, il termine ha ormai una connotazione pienamente negativa, tanto da essere impiegato perfino contro sovrani legittimi da parte dei loro oppositori27. Unica eccezione sembra essere Isocrate, che ancora pare usare týrannos con una connotazione neutra, quando non nettamente positiva28.

Dalle aristocrazie ai tiranni

Nel corso dell’VIII secolo stavano ormai scomparendo le tracce delle antiche monarchie doriche e ioniche. Al loro posto si erano instaurate forme di governo aristocratiche, con al loro interno una componente egalitaria. A questa élite aristocratica si accedeva per nascita. I membri traevano legittimazione da lunghe genealogie e si facevano tutti discendere da eroi antichi. Proprio questo legame eroico era per essi fonte di quella virtù (areté) della quale gli uomini di origine più umile erano privi. Si trattava di aristocrazie fondate essenzialmente sul possesso della terra, oltre che di altri beni mobili e immobili legati al sistema dell’oikos, nonché su ampie e robuste consorterie costituite da parenti e amici (phíloi) e fondate sull’ospitalità esulla reciprocità.

Tuttavia, una serie di dinamiche e di cambiamenti andò progressivamente ad intaccare la stabilità di queste forme di esercizio del potere. Un elemento che ebbe un ruolo importante in questo senso pertiene alla sfera militare, ovvero l’emergere di una nuova forma di organizzazione dell’esercito basata su una partecipazione più ampia della popolazione alla guerra nei ranghi della fanteria pesante, un fenomeno generalmente noto con il nome fuorviante di “riforma oplitica”. Molto si è scritto sull’emergere dell’oplita come combattente e sullo sviluppo di formazioni più coese, che finirono sotto il nome di falange oplitica29. Spesso questa falange oplitica è stata concepita come l’immagine della polis in azione e l’oplita come il cittadino per eccellenza, il proprietario terriero, finendo per delineare l’esistenza di un esercito più democratico e composto da elementi di una sorta di classe media composta da uomini self-made30. Altri studiosi hanno sottolineato come la “falange oplitica” fosse un fenomeno molto più tardo e come quello del middle-class army fosse qualcosa di molto più vicino a un mito che alla realtà31. Resta il fatto che ancora oggi la maggior parte dei moderni ritiene che lo sviluppo di forme di combattimento tra eserciti composti da soldati disposti in formazione serrata, che proteggono con lo scudo se stessi e il loro vicino mantenendo il proprio posto, e il conseguente diffondersi di nuovi valori, quali l’autocontrollo, la moderazione e la solidarietà fra uguali, siano da collegare con la nascita di comunità di cittadini più ampie e coese che furono in grado di mettere in crisi il governo delle aristocrazie.

A ciò si deve aggiungere almeno un altro elemento. Nei regimi aristocratici, i garanti delle leggi, esperti delle norme di origine divina tramandate per via orale,erano gli stessi che dovevano esercitare il potere giudiziario. Pertanto, veniva a mancare ogni forma di controllo e contrappeso e l’esercizio della giustizia diventava uno strumento di prepotenza e oppressione nelle mani dei più forti. Il rafforzarsi del desiderio di prendere parte alla gestione dello stato da parte di una percentuale sempre più ampia della popolazione portò all’emergere del bisogno di dare alle leggi una codificazione scritta, così da sottrarre l’amministrazione della giustizia dall’arbitrio della classe dirigente.

Contestualmente, e a volte in alternativa, ai tentativi di codificazione delle leggi si assistette alla comparsa di quelle forme di esercizio autocratico del potere che i moderni classificano sotto il nome di tirannidi. È importante ribadire che non si trattò certo di un fenomeno uniforme: a seconda delle diverse situazioni e dei diversi contesti, il passaggio da governi aristocratici a forme di esercizio di un potere assoluto e autoreferenziale da parte di un singolo ebbe esiti multiformi. Nonostante ciò, gli storici sono concordi nel trattare questa pagina della storia del mondo greco in maniera complessiva sotto un profilo unitario, pur con distinzioni interne.

L’instaurarsi di un potere tirannico è stato interpretato dai moderni come l’esito di impulsi diversi, dalla lotta contro i regimi aristocratici alla volontà di riscatto delle fasce di popolazione emarginate, sino al rafforzarsi di nuovi attori sociali ed economici. Alcuni hanno sottolineato il legame con i ceti economici emergenti, commercianti e artigiani, che, pur producendo ricchezza, si trovavano esclusi dal potere esercitare un’efficace influenza sulla gestione dello stato32. Altri si sono concentrati sul rapporto con l’elemento militare degli opliti33. Altri ancora hanno valorizzato la relazione tra i tiranni e il ceto medio dei proprietari terrieri. Si è sottolineato, inoltre, il nesso originario fra aristocrazia e tiranno: il secondo, infatti, è spesso un aristocratico che viene in conflitto con i suoi compagni di gruppo sociale34.

Certo è che l’instaurarsi di un regime tirannico è il frutto di situazioni straordinarie, uno degli esiti della disgregazione sociale e del conflitto civile presente all’interno delle varie compagini statali greche a guida aristocratica nel corso dell’età arcaica. Questa eccezionalità del fenomeno ben si accorda con il fatto che esso lasciò tracce nell’evoluzione sociale ed economica del mondo greco, ma non in quella costituzionale. Se, infatti, i tiranni, tramite l’esercizio del loro potere, funsero da elemento propulsivo in ambito economico, sociale e politico, essi non diedero mai una struttura istituzionalizzata al proprio potere35. Così, nella teorizzazione del pensiero politico greco la tirannide fu vista come forma di potere antitetica alla democrazia e all’isonomia, senza tuttavia avere una sua statura autonoma.

Per prima cosa affronteremo le vicende di alcuni tiranni attivi nel mondo greco in età arcaica, per poi concentrare l’attenzione su quello che forse è il tiranno più famoso e sul quale abbiamo più informazioni: Pisistrato di Atene. Apriamo la rassegna concentrando l’attenzione su quell’area del mondo greco che si protende verso il dominio persiano: le isole dell’Egeo orientale. Pittaco, tiranno di Mitilene, abbiamo già fatto riferimento. Concentriamo invece l’attenzione su due individui che furono in grado di instaurare un potere personale in altre due grandi isole, Samo e Nasso.

Policrate di Samo

Tucidide nei primi capitoli della sua opera situava l’insorgere dei regimi tirannici contestualmente a un aumento generalizzato di ricchezza e ne faceva immediatamente conseguire che i Greci crearono flotte e si dedicarono con molta più energia alle imprese marittime36. I primi a farlo, secondo Tucidide, furono i Corinzi, ma un costruttore corinzio, tale Aminocle, avrebbe fabbricato quattro navi per conto degli abitanti di Samo. La notizia, che di per sé non trova conferma in altre fonti, risulta di particolare interesse perché testimonia una precoce attitudine dei Sami a cercare fortuna per mare, cosa abbastanza logica per una popolazione isolana. Tuttavia, ci volle del tempo prima che Samo riuscisse a imporre il proprio dominio almeno su parte del Mediterraneo orientale. Protagonista di questa ascesa fu, stando a Erodoto, Policrate37.

Lo storico di Alicarnasso, che alle vicende che riguardano la parabola personale di questa figura dedica ben ventuno capitoli del terzo libro delle Storie, lo considera il più magnificente fra i tiranni greci di età arcaica38. La presa di potere di Policrate s’inserisce perfettamente nel declino dei regimi aristocratici. La data della sua ascesa è incerta, ma è da collocarsi con tutta probabilità dopo il 540. A Samo a detenere il potere era un’aristocrazia di ricchi proprietari terrieri che non esitavano a praticare il commercio e anche la pirateria39, della quale è probabile che facesse parte lo stesso Policrate40. Il padre Eace aveva forse dedicato la decima di un bottino presso l’Heraion di Samo41. Il contesto della presa di potere da parte di Policrate non è del tutto chiaro. V’è chi sostiene, infatti, che Eace prima di lui avesse già instaurato sull’isola un potere personale e autocratico. Stando a quello che dice Erodoto, la sua ascesa sarebbe avvenuta nel contesto di una sommossa cittadina grazie all’aiuto di quindici opliti42. Emerge dunque bene quello che è un tratto comune alla genesi di altre tirannidi arcaiche: la dialettica con l’elemento oplitico e con quello aristocratico. Lo storico, inoltre, racconta di un potere inizialmente diviso con i fratelli Pantagnoto e Silosonte. Il primo fu poi fatto uccidere e il secondo fu esiliato dallo stesso Policrate, che da quel momento in avanti fu in totale controllo di Samo. Il suo dominio non fu certo incontrastato: lo stesso Erodoto ricorda le numerose difficoltà causate da un gruppo di aristocratici da lui stesso esiliati, che prima tentarono di rientrare con la forza e, una volta sconfitti, si rivolsero ai Lacedemoni per un aiuto che, in fin dei conti, risultò poco efficace43.

La cosa che più interessa è come Policrate scelse di agire in seguito. Egli, infatti, avrebbe creato una flotta di cento penteconteri e, equipaggiatele di tutto punto, si diede ad azioni di pirateria, depredando chiunque si trovasse sulla sua rotta44. Grazie alla sua flotta, Policrate estese anche il suo dominio territoriale. Erodoto lo ricorda come il primo greco ad aspirare al dominio dei mari, il primo thalassokrátor45. Ecco che la crescita economica e politica e si lega con l’esercizio di un potere tirannico.

Un altro elemento da valutare è l’attività edilizia. Aristotele attribuisce al despota samio grandiose opere46 ed Erodoto afferma che Policrate fece costruire un grande fossato intorno alle mura, sfruttando manodopera schiavile ottenuta a seguito di una vittoria navale contro i Lesbi47. Meno chiaro, invece, è se si debba attribuire a Policrate una qualche mano nella realizzazione di quelli che Erodoto ricorda come i tre più grandi monumenti di tutta la Grecia che si trovavano a Samo: un acquedotto sotterraneo, un molo di fronte al porto e l’Heraion48. Se così fosse, sarebbe in linea con quanto fatto da Pisistrato ad Atene49. Tuttavia, non tutti i moderni sono propensi a riconoscere a Policrate una così ampia iniziativa in ambito edilizio.

Il tiranno di Samo fu inoltre in grado di stabilire rapporti di amicizia su vasta scala. Dapprima vicino al faraone Amasi,50 mantenne nei confronti di quest’ultimo un atteggiamento non sempre chiaro, fornendo forse appoggio a Cambise, sovrano di Persia, quando questi procedette alla conquista dell’Egitto51. Peraltro, secondo Erodoto fu proprio Policrate a sollecitare una richiesta d’aiuto da parte di Cambise, così da poter sfruttare la cosa a proprio vantaggio per sbarazzarsi di quegli aristocratici che si erano schierati contro di lui52. I legami di Policrate, peraltro, si estendevano anche ad altri tiranni del mondo greco. Egli, infatti, stando a Polieno, nel tentativo di prendere il potere avrebbe ricevuto rinforzi da Ligdami, signore di Nasso53, che a sua volta, lo vedremo, doveva la sua posizione a Pisistrato di Atene. Non è escluso, peraltro, che quest’ultimo avesse sollecitato l’intervento di Ligdami al fine di ottenere una ulteriore testa di ponte per l’influenza ateniese lungo le coste dell’Asia minore54.

La morte raggiunse Policrate all’apice del successo e in una maniera così orribile che Erodoto si rifiuta di descriverla nel dettaglio. A tramarne l’assassinio fu Orete, satrapo di Sardi. Sulle motivazioni che spinsero il persiano ad agire in questa maniera, lo stesso Erodoto riporta versioni diverse55. Quello che emerge, però, è che il satrapo fece leva su due punti deboli del tiranno: l’ambizione e l’avidità. Orete finse di voler sostenere, soprattutto economicamente, Policrate nel progetto di diventare signore della Ionia e delle isole. In cambio, il satrapo chiese la protezione del signore samio dall’ira di Cambise, che, pur malato, progettava la morte di Orete. Proprio in questo punto Erodoto lascia trasparire un giudizio che sporca un po’ il ritratto di Policrate: egli, infatti, rivela che il tiranno fu ben contento di accogliere la proposta, mosso da grande desiderio di denaro. Il medesimo giudizio si ritrova in Diodoro56. Policrate accettò dunque l’invito di Orete e, nonostante i tentativi di dissuaderlo da parte di amici e indovini, si recò a Magnesia sul Meandro, dove venne brutalmente ucciso57.

A Samo, però, prima di partire Policrate aveva affidato la reggenza al suo segretario, un tale Meandrio58. Quest’ultimo, all’arrivo della notizia della morte del suo signore, in un primo tempo avrebbe cercato di dissociarsi dalla maniera in cui Policrate aveva esercitato il suo potere: dopo aver innalzato un altare a Zeus Liberatore, egli avrebbe proclamato l’isonomia59. Questo suscitò la reazione delle antiche famiglie aristocratiche, che si concretizzò nell’opposizione di Telesarco, descritto da Erodoto come un illustre cittadino60. ll tentativo di Meandrio fu effimero, dal momento che, dopo qualche tempo e dopo che egli ebbe imprigionato i suoi oppositori, i Persiani occuparono l’isola e instaurarono una nuova tirannide, quella di Silosonte, fratello di Policrate. Una tirannide, quest’ultima, certo diversa da quella precedente: Silosonte era, infatti, un fantoccio nelle mani del re di Persia. Tuttavia, il fatto che Meandrio, privato della protezione del suo signore, abbia optato per l’instaurazione di un regime isonomico rivela come, sottotraccia, nel corso degli anni in cui Policrate fu al potere a Samo si erano messe in moto trasformazioni sociali di rilievo, alle quali le antiche famiglie aristocratiche cercavano ancora di opporsi.

Un aristocratico ambizioso, che, schierandosi contro i detentori del potere suoi pari e appoggiandosi agli opliti, riuscì nel tentativo di imporre un proprio dominio personale, estendendo poi l’influenza samia su territori più vasti, ricercando della supremazia sui mari, creando di una rete di amicizie su larga scala, inserendosi nei conflitti tra regni del Mediterraneo orientale, accumulando di ricchezze61, dando impulso realizzazione di opere pubbliche e, infine e forse non del tutto volontariamente, dando modo ai sommovimenti sociali che già in parte esistevano di trovare compimento. Queste sono le caratteristiche che si possono individuare nella figura di Policrate62.

Ligdami di Nasso

Il già citato Ligdami, tiranno dell’isola di Nasso63, è un personaggio la cui vicenda è per noi piuttosto difficile da tracciare, data la scarsità delle testimonianze che lo riguardano e il loro stato frammentario.

Si è già avuto modo di accennare che egli prese il potere grazie all’appoggio di Pisistrato di Atene. A darci informazioni in merito sono Erodoto e Aristotele64. La vicenda ha inizio nell’ambito del secondo ritorno in patria di Pisistrato dopo l’esilio a cui era stato costretto a seguito della rottura con la parte degli Alcmeonidi. Mentre si trovava a Eretria, egli ricevette l’appoggio in vista dell’imminente spedizione, oltre che dei cavalieri che detenevano il potere nella città, dei Tebani, di alcuni mercenari argivi e di Lidgami di Nasso, che in questo momento agiva ancora a titolo personale65. Una volta rientrato in Atene, Pisistrato si sdebitò con Ligdami insediandolo sul trono dell’isola66. L’impresa, peraltro, richiese notevoli sforzi, tanto che Erodoto parla di una vera e propria guerra.

Un frammento della perduta Costituzione dei Nassi di Aristotele ha permesso di ricostruire più nel dettaglio le vicende che portarono all’instaurazione della tirannide67. Stando a questa testimonianza, Ligdami si sarebbe messo a capo di una sollevazione popolare che aveva come obbiettivo vendicare l’aggressione subita da un tale Telestagora, uomo assai stimato e onorato dal popolo, e dalle sue figlie per mano di alcuni rampolli dell’aristocrazia locale. La stessa vicenda è menzionata dal filosofo in un passo della Politica, dove viene inserita quale testimonianza della sorte di un’oligarchia allorché i suoi membri perpetrano una qualche ingiustizia contro la massa. Qui, però, si aggiunge un dettaglio: Ligdami non era un uomo qualunque, bensì un membro della aristocrazia68. Entrambi gli autori dicono che in seguito Ligdami divenne anche tiranno dell’isola. Il problema è che non è chiaro quanto tempo indichi quel “in seguito”, ovvero se la tirannide sia stato un esito diretto della sollevazione popolare69, oppure se tra l’insurrezione e l’instaurazione del regime di Ligdami sia passato del tempo70. È stato dimostrato con buoni argomenti, tuttavia, che la sequenza degli eventi non permette di pensare a una fase intermedia in cui Ligdami, subito dopo aver guidato l’insurrezione popolare, si sarebbe fatto tiranno, per poi venire cacciato ed essere costretto a rientrare con l’aiuto del tiranno ateniese71. Erodoto e Aristotele parlano di Ligdami come di un uomo ambizioso, benestante, entusiasta, ma senza appoggi, solo nel momento in cui si presenta a Eretria da Pisistrato. Ligdami è, in sostanza, un privato cittadino e non un tiranno decaduto.

Ligdami, dunque, fu un aristocratico che, nel pieno degli scontri tra il regime degli éuporoi, i benestanti, e il démos si fece leader di quest’ultimo. Tuttavia, resosi conto di non avere sufficiente forza per imporre un proprio dominio, si volse a cercare aiuto al di fuori delle Cicladi, in particolare collaborando con un tiranno esiliato, Pisistrato, che sicuramente, se fosse riuscito a rientrare ad Atene, lo avrebbe poi aiutato, non solo per gratitudine, ma anche per gli interessi commerciali e politici che Atene avrebbe potuto avere nell’area.

Certo è che il potere di un uomo insediatosi con le armi altrui rimane sempre piuttosto fragile, ed è questo il caso di Ligdami. Da un lato, egli cercò di estendere la propria rete di amicizie appoggiando l’impresa di Policrate72. Dall’altro umiliò i suoi oppositori esiliandoli, vendendo i loro beni e, addirittura, costringendoli a ricomprarseli a prezzi gonfiati73. Peraltro, è possibile che la stessa mossa di aiutare Policrate non sia stata concepita da Ligdami, ma sia stata sollecitata da Pisistrato nell’ottica di creare una rete di tiranni a lui vincolati, che gli permettessero di estendere l’influenza ateniese sull’Egeo orientale. Policrate, però, era di ben altra pasta rispetto al suo collega nassio e molto meno disposto a obbedire.

Ligdami si trovò dunque a essere debole e passivo in politica estera, condizionato da quel Pisistrato che aveva contribuito a reinstallare sul trono di Atene, ma al quale doveva in toto la sua tirannide.

Al contrario, in politica interna Ligdami seppe dare grande sviluppo alla sua isola, in particolare dal punto di vista edilizio. Nonostante il grosso dei monumenti fatti edificare dal tiranno sia andato distrutto durante la spedizione persiana guidata da Dati nel 490, che mise a ferro e fuoco l’isola74, si può ricostruire che egli abbia fatto edificare un Apollonion monumentale75, che doveva fungere da centro cultuale legato alla tirannide stessa, come l’Heraion forse fatto riedificare da Policrate a Samo. Erodoto ricorda inoltre che alla fine del VI secolo, non molto tempo dopo il termine della tirannide di Ligdami, Nasso era, al pari di Mileto, la più ricca isola delle Cicladi76 e che possedeva una potente flotta e ben ottomila opliti, il che le permetteva di controllare Paro, Andro e altre isole77. Se dunque Nasso era così florida a fine secolo, la politica seguita da Ligdami certamente non ne aveva danneggiato l’economia e forse l’aveva addirittura aiutata a crescere.

Sulla fine di Ligdami le fonti, ancora una volta, non sono del tutto chiare. Plutarco riferisce che l’armata lacedemone che aveva cercato di spodestare Policrate, senza riuscirci, sulla via del ritorno abbatté molte tirannidi, tra cui quella a Nasso78. Tra le altre tirannidi abbattute, Plutarco inserisce quella di Pisistrato, il che creerebbe un problema cronologico. Ma è probabile che si tratti di una svista plutarchea. La fine del dominio di Ligdami su Nasso è da porre tra il 528, anno in cui morì Pisistrato ad Atene, e il 522, anno dell’assassinio di Policrate. Caduto il tiranno, sull’isola tornò a instaurarsi quel regime aristocratico che era stato abbattuto.

Teagene di Megara

È necessario ora risalire cronologicamente alla fine del VII secolo e geograficamente spostarsi dall’area cicladica all’Istmo di Corinto. Se con Ligdami abbiamo il caso di un tiranno messo al potere grazie all’aiuto di un altro tiranno, Pisistrato di Atene, con Teagene di Megara ci troviamo in una prospettiva ribaltata, ovvero la vicenda di un tiranno di una città istmica che appoggiò il tentativo del genero di assumere un potere personale in Atene.

Megara aveva due porti, Page e Nisea, affacciati rispettivamente sul golfo di Corinto e sul golfo Saronico, e fu protagonista della colonizzazione in Occidente, ma soprattutto in Oriente, nell’area del Bosforo e del Ponto79. D’altro canto, aveva vicine Corinto e Atene, che finirono per precluderne la possibilità di assurgere a potenza regionale. In città vi erano commercianti e armatori, ma vi era anche un numero ristretto aristocratici, i quali detenevano il potere e controllavano i traffici commerciali.

Di Teagene sappiamo ben poco e di quel poco, molto è aneddotico80. Anch’egli era un aristocratico, membro dell’oligarchia al potere. Aristotele, nella Politica, annovera Teagene tra coloro che, una volta guadagnatasi la fiducia del démos, si fece tiranno e fece sterminare le greggi appartenenti ai ricchi81. In altre parole, una volta preso il potere egli cercò di colpire una delle fonti di reddito dei suoi avversari82. Peraltro, è stato anche sottolineato come questo episodio possa essere collegato a un conflitto religioso sul possesso del bestiame sacro83. Sulle modalità con cui egli riuscì ad assicurarsi il dominio, siamo informati da un altro passo aristotelico, questa volta tratto dalla Retorica, nel quale viene detto che, al pari di Pisistrato, egli riuscì a farsi affidare una guardia del corpo che sfruttò per instaurare la propria tirannide84.

Di Teagene la tradizione successiva ricorda un’intensa attività edilizia, tra cui la costruzione di una grande fontana riccamente decorata85, alimentata da un condotto costruito appositamente, un altare dedicato ad Acheloo accanto alla tomba di Illo, figlio di Eracle86.

La notizia più nota riguardo a Teagene è, però, quella relativa al matrimonio della figlia con l’ateniese Cilone87. Quest’ultimo era un aristocratico già vincitore olimpico nel díaulos88. La pratica di istituire relazioni personali al di fuori della polis è, lo si è visto, un tratto importante della diplomazia fra tiranni. Cilone decise di prendere il controllo di Atene occupandone l’acropoli, con tutta probabilità nell’anno 63089. Per fare questo, dice Tucidide, egli si appoggiò a un’etería di phíloi90 e a un contingente inviato dal suocero Teagene. Ecco spiegato, dunque, il vantaggio che Cilone traeva dal matrimonio. La scelta di Teagene può trovare invece giustificazione nel quadro del lungo conflitto fra Megara e Atene per il controllo dell’isola di Salamina91. Se Cilone fosse riuscito a prendere il potere in Atene, il contenzioso si sarebbe risolto in favore di Megara.

l tentativo, però, fallì miseramente: Cilone forse riuscì a fuggire92, mentre i suoi seguaci, che pure si erano rifugiati come supplici, furono massacrati in palese violazione delle convenzioni sacre. Non si sa con esattezza quanto sopravvisse la tirannide megarese al fallimento del colpo di mano in Atene. Plutarco, pur senza dare indicazioni cronologiche esatte né dilungandosi sulle modalità, ricorda che Teagene fu scacciato dai Megaresi e venne nuovamente instaurata una forma di governo di stampo moderato93.

Gli Ortagoridi di Sicione

Rimanendo sempre in area istmica, prima di concentrare l’attenzione su Corinto, è opportuno trattare brevemente la vicenda della tirannide nella città di Sicione94. Qui si instaurò quella che a buon diritto sembra essere la più duratura delle dinastie, quella degli Ortagoridi. Secondo il giudizio di Aristotele, essa durò per circa un secolo mostrando moderazione ed equilibrio verso i sudditi e rispettando la maggior parte delle leggi95.

Il fondatore di questa dinastia, Ortagora, rimane avvolto nelle nebbie e nell’incertezza, soprattutto per la mancanza di chiarezza nelle fonti96. Stando a una testimonianza papiracea frammentaria, forse da mettere in collegamento con le Storie di Eforo97, il padre di Ortagora, tale Andrea98, ricevette l’onore di accompagnare un’ambasceria sacra al santuario di Delfi in qualità di macellaio sacro, mentre Ortagora stesso si sarebbe guadagnato fama prima come guardia territoriale, poi come polemarco nella guerra contro Pellene. L’uno e l’altro elemento sono considerati dai moderni con molto sospetto. Il frammento in sé dichiara che Andrea era di origine umile, ma alcuni moderni sono propensi a ritenere che gli Ortagoridi fossero comunque di rango in qualche modo elevato99 ed è possibile anche che essi, una volta assunto il potere politico, detenessero anche il potere religioso in città100. D’altronde l’accusa di ignobiltà dei natali potrebbe rientrare nella propaganda aristocratica di senso opposto alla tirannide, un elemento volto a delegittimare la nuova forma di potere e chi la esercita101.

Dei successori abbiamo solo i nomi, Mirone I e Aristonimo, rispettivamente fratello e nipote di Ortagora102. Qualche indicazione in più, sebbene aneddotica, l’abbiamo su Mirone II e Isodemo, figli di Aristonimo e fratelli del ben più famoso Clistene. Stando a Nicola di Damasco, Isodemo avrebbe assassinato Mirone perché quest’ultimo era giaciuto con sua moglie. Presa la tirannide, Isodemo sarebbe stato costretto a rinunciare al potere in quanto impuro a causa dell’omicidio103.

A questo punto compare sulla scena quello che è il meglio attestato e più famoso tra i membri di questa dinastia: Clistene. Sul rapporto fra Mirone II, Isodemo e Clistene due sono le interpretazioni: che quest’ultimo sia un terzo fratello104 oppure che provenga da un ramo collaterale. Comunque sia, di lui abbiamo numerose notizie. Sappiamo innanzitutto che prese parte alla Prima guerra sacra in qualità di comandante, affiancato da Solone come consigliere105. Sappiamo anche che egli fu campione nella corsa dei carri ai giochi pitici106 e anche ai giochi olimpici107. Proprio in occasione di questa vittoria, egli fece una mossa destinata ad avere un’impronta decisiva sulla storia non solo della sua città, ma anche e soprattutto di Atene. Egli, infatti, in un’immagine che echeggia molto i fasti del mito omerico, offrì in sposa sua figlia Agariste a chiunque fosse stato in grado di provare il suo valore. Tra i vari pretendenti, la preferenza iniziale di Clistene cadde su tale Ippoclite, figlio di Tisandro108. In questo caso il commento di Erodoto rivela un aspetto importante: egli non solo era valente, ma era imparentato coi Cipselidi di Corinto. Nonostante i rapporti burrascosi tra Corinto e Sicione, questa mossa poteva permettere una riconciliazione. Alla fine, Ippoclite si rivelò per quello che era, un aristocratico borioso. La scelta cadde quindi su un altro ateniese, Megacle, figlio di Alcmeone. L’alta valenza scenografica dell’episodio, sul quale Erodoto, come di suo gusto, insiste, rientra in quel motivo conduttore del mostrare la propria ricchezza, il proprio status e, in ultima istanza, il proprio potere che ben si accorda con l’immagine comune del tiranno. Il problema è che non abbiamo idea di come esattamente Clistene o i suoi predecessori abbiano accumulato tale ricchezza. Comunque stiano le cose, legarsi per via matrimoniale a una delle famiglie più in vista di Atene, in questa fase, se il matrimonio è da datare agli anni ’60 del VI secolo, ancora in certa misura in buoni rapporti con Pisistrato, ma che poi si collocherà in netta opposizione, rivela quali fossero i piani di Clistene. Ancora una volta, le tirannidi locali trovano forza dando vita a legami matrimoniali, di ospitalità o di amicizia con i maggiorenti di altre città. Al contempo, proprio questi legami rivelano gli interessi in politica estera. L’asse con gli Alcmeonidi poteva dare a Sicione un accesso sul golfo Saronico, permettendo alla città di inserirsi con un ruolo autonomo nel gioco politico delle tirannidi istmiche109. Si ricorda anche l’ostilità con Argo, tanto forte da spingere il tiranno a proibire la recitazione dei poemi omerici e a eliminare il culto cittadino di Adrasto, molto sentito a Sicione, perché eroe di origine argiva110.

Ma al di là al matrimonio della figlia, l’attività di Clistene a Sicione è ricordata per un altro provvedimento, sulla cui interpretazione non sono mancate controversie. Erodoto, infatti, dice che egli intervenne sulla suddivisione degli abitanti di Sicione in tribù. Lo storico di Alicarnasso motiva anche questa operazione con l’odio verso le tradizioni argive, ma in gioco c’era ben di più. Egli avrebbe rivoluzionato la ripartizione della popolazione locale in tribù, assegnando nuovi nomi alle tre tribù doriche originarie, che divennero gli Iati (“maiali”), gli Oneati (“asini”) e i Chereati (“porci”); inoltre avrebbe dato a una quarta tribù, che probabilmente raccoglieva gli abitanti di origine non dorica, il nome di Archelai (“dominatori del popolo”)111. In quest’ultima tribù erano registrati gli stessi Ortagoridi. Se questa quarta tribù era preesistente a Clistene, allora ci troveremmo di fronte al caso particolare di una città dorica dove l’elemento non dorico è comunque confinato in un’ulteriore partizione. In altre parole, a Sicione l’elemento dorico, pur costituendo la maggioranza dell’aristocrazia, aveva tollerato la presenza di elementi non dorici. Se, invece, quella degli Archelai è una nuova tribù creata dallo stesso Clistene112, allora ancor di più l’intervento risulta significativo nell’ottica di una caratterizzazione della tirannide sicionia come fondata sull’appoggio dell’elemento non-dorico anticamente sottomesso. Significativo è anche il fatto che il nipote di Clistene di Sicione, il figlio di Agariste e Megacle Alcmeonide, Clistene di Atene, riformò la struttura delle píylai ateniesi, portandole da quattro a dieci.

Il carattere antidorico della riforma del sicionio, sottolineato dallo stesso Erodoto e da molti accolto113, ad alcuni non è parso sufficiente e adeguato a spiegare un intervento così radicale114. Perciò questa riforma di Clistene è stata spiegata anche con le esigenze militari e dello sviluppo territoriale, nonché con la volontà di ridurre le disparità sociali che nei territori dorici erano derivate dalla sottomissione degli antichi abitanti da parte degli invasori. Prendendo alla lettera la versione erodotea, ne emergerebbe un tentativo di valorizzare l’elemento non-dorico, facendone la guida della città. In questo senso risulta significativo il fatto che tra i pretendenti di Agariste rimangono esclusi i rappresentanti delle città doriche del Peloponneso, eccezion fatta per una tale Lacede, figlio di Fidone di Argo. D’altro canto, però, la contrapposizione sembra piuttosto da collocarsi sul piano politico-sociale, dunque anti-aristocratico, solamente ammantato dell’elemento simbolico della contrapposizione etnica115.

Anche a Clistene possono essere attribuite grandi opere. Nella sua città egli fece edificare un bouleutérion e una stoá116.Inoltre, terminata la Prima guerra sacra e avendo accumulato un grande bottino, è possibile che il tiranno abbia fatto costruire, o comunque abbia ampliato e arricchito, il tesoro dei Sicioni nel santuario di Delfi117. Egli avrebbe anche istituito dei giochi pitici a Sicione118. Sempre nell’ottica anti-argiva, inoltre, nel pritaneo di Sicione egli avrebbe fatto realizzare un recinto sacro dedicato a Melanippo, eroe tebano avversario di Adrasto119.

Prestigio internazionale, tentativo di creare una rete di rapporti con maggiorenti di altre città, intensa attività edilizia, elementi a cui si aggiungono il prestigio militare in contesto panellenico, il tentativo di rimettere mano all’organizzazione sociale della città nonché, forse, la volontà di ridurre il potere dell’aristocrazia dorica a favore dell’elemento non-dorico marginalizzato. Qualche tempo dopo la morte di Clistene, la tirannide fu rovesciata dall’intervento spartano che portò nuovamente all’instaurazione di una oligarchia. Anche in questo caso i moderni sono divisi su quando, esattamente, il successore di Clistene, Eschine, sia stato detronizzato120. In genere si pensa agli anni ’50 del VI secolo121, ma v’è chi, affidandosi a Erodoto, ha proposto una cronologia più bassa122. Lo storico di Alicarnasso, infatti, ricorda che i nomi delle tribù imposti da Clistene vennero mantenuti per sessant’anni e poi modificati, ma questo non significa ipso facto che tale cambiamento sia da far coincidere cronologicamente con la fine della tirannide sicionia, soprattutto se nella riforma clistenica non vi era intento denigratorio verso l’elemento etnico.

I Cipselidi di Corinto

A questo punto è necessario rivolgere l’attenzione all’altra grande dinastia di tiranni nell’area istmica, quella dei Cipselidi di Corinto. A instaurare il regime fu tale Cipselo, figlio di Labda. Quest’ultima era una donna zoppa, moglie di Eezione del démos di Petra, ma tessalo di origine, ed era imparentata per parte di padre con l’aristocrazia dei Bacchiadi, una cerchia di circa duecento membri che cercava di preservare il proprio dominio sulla città detenendo l’esclusiva delle cariche pubbliche e praticando l’endogamia. Peraltro, questa famiglia si faceva discendere da un ramo cadetto di Eracle che da secoli reggeva la città. Fonte di ricchezza di questa esclusiva aristocrazia al potere era sicuramente il possesso della terra. Corinto era inoltre un importante centro di costruzioni navali, di produzione della ceramica e di commerci. Le grandi incertezze cronologiche, con una datazione dell’inizio della tirannide che oscilla tra gli anni ’50 e gli anni ’20 o ’10 del VII secolo e un termine da collocare tra gli anni ’80 e gli anni ’40 del VI secolo, rendono difficile una valutazione dell’impatto avuto dal regime sullo sviluppo dell’artigianato e del commercio. Accettando la cronologia “alta”, ne conseguirebbe che all’instaurazione della tirannide corrisponda il perfezionamento della produzione artigiana locale, soprattutto quella ceramica, e la conseguente esportazione dei prodotti123. Se, invece, si accogliesse la cronologia “bassa”, allora tutto il merito della crescita economica di Corinto andrebbe all’aristocrazia dei Bacchiadi124.

Comunque stiano le cose, è una situazione di crisi che fornisce a Cipselo l’occasione di prendere il potere. La fonte principale è, ancora una volta, Erodoto e, come in altri casi, non sono pochi gli elementi aneddotici presenti nella narrazione125. Il giudizio dello storico di Alicarnasso sul personaggio non è dei più lusinghieri: egli, infatti, lo descrive come un seme di mali per Corinto. Accanto alla testimonianza erodotea, però, alcuni dettagli provengono da Nicola di Damasco. In particolare, la testimonianza dello storico e filosofo di età augustea rivela che Cipselo prese il potere attraverso l’esercizio di una magistratura militare, quella di polemarco, un tratto, questo, che parrebbe avvicinarlo a Pisistrato126. Nel passo, Cipselo viene descritto come un uomo coraggioso e prudente, in contrasto con gli altri Bacchiadi. Proprio la formulazione usata da Nicola di Damasco, unita al fatto che solo chi faceva parte della ristretta élite di vertice poteva accedere alle cariche pubbliche, sembra garantire che Cipselo fosse membro dell’aristocrazia al potere. È possibile anche che, visti i suoi natali, egli fosse comunque tenuto relativamente ai margini127. Ottenuta la carica di polemarco, egli si sarebbe comportato in maniera benevola nei confronti del démos, rifiutandosi di comminare multe e di imporre prigionia o schiavitù per debiti128. D’altro canto, stando a Erodoto egli avrebbe anche confiscato le terre e le ricchezze che appartenevano ai membri dell’aristocrazia bacchiade. Nelle fonti, però, non vi è traccia di una vera e propria redistribuzione delle proprietà incamerate129. Al contempo, proprio il fatto che Cipselo si sarebbe guadagnato il sostegno di molti condonando i debiti rivela come in città la tensione nei confronti della dinastia dei Bacchiadi doveva ormai aver raggiunto livelli difficili da gestire130. È anche possibile pensare che Cipselo, proprio in virtù del suo ruolo di polemarco, godesse dell’appoggio degli opliti131, il che può anche trovare conferma nel fatto che egli, a differenza del figlio e successore Periandro, non si fece assegnare una guardia personale132. Probabilmente, Cipselo non ne sentiva la necessità perché già aveva l’appoggio di quanti costituivano di norma la fanteria oplitica corinzia.

Cipselo, colta l’opportunità, si mise alla testa del popolo, uccise il prýtanis, ovvero un magistrato annuale scelto sempre all’interno della ristretta cerchia dei Bacchiadi, una reminiscenza dell’epoca monarchica, e prese il potere133. Secondo Erodoto e Aristotele, egli si mantenne a capo della città per trent’anni134. Peraltro, alcuni moderni hanno sottolineato come il potere esercitato da Cipselo possa in qualche modo volersi richiamare alla basileía più antica135.

Per quanto riguarda quello che Cipselo fece nel corso dei tre decenni al potere, le fonti non sono particolarmente generose di dettagli e non pochi sono gli elementi aneddotici. Aristotele riporta una tradizione secondo cui egli aveva fatto voto di consacrare a Zeus i beni dei Corinzi e che, per adempiere a tale giuramento, aveva prelevato una decima sulle loro ricchezze per dieci anni136. Quello che interessa è che, sempre stando a questa tradizione, una volta prelevata la decima parte Cipselo avrebbe incoraggiato i concittadini a investire il denaro che rimaneva nelle loro mani. Questo potrebbe rafforzare l’idea di una politica volta all’aumento non solo della ricchezza dello stato, ma anche di quella personale. La politica di espansione coloniale proseguì verso nord-ovest con la fondazione di colonie come Leucade, Anattorio e Ambracia, estendendo l’area di influenza corinzia non solo al fine di salvaguardare le rotte commerciali esistenti con l’Italia meridionale, ma anche di aprirne nuove137. Si noti, peraltro, che al governo di queste colonie egli collocò i membri della sua famiglia138. Cipselo fece anche costruire un tesoro a Delfi139 e d’altronde Erodoto trasmette responsi delfici a lui favorevoli. Addirittura, avrebbe anche dedicato al santuario una palma di bronzo140. In merito alla realizzazione di opere edilizie in città, alcuni moderni hanno suggerito che a Cipselo sia da attribuire la costruzione del tempio di Zeus Olimpio e di quello di Apollo, nonché di una serie di edifici minori, del porto artificiale a Lecheo e di una cerchia di mura141.

Alla sua morte gli subentrò il figlio Periandro142. Se l’immagine di Cipselo trasmessa dalle fonti è, tutto sommato, positiva, la cosa non può essere detta per quanto riguarda Periandro, al centro di una vera e propria leggenda nera143. Una fama talmente negativa da coinvolgere anche i suoi legami famigliari144. Secondo Erodoto e Diogene Laerzio, infatti, Periandro prima uccise la moglie Melissa incinta, prestando fede alle calunnie pronunciate dalle concubine, fatte uccidere a loro volta, e poi esiliò il figlio Licofrone. In seguito, ormai giunto alla vecchiaia, egli cercò di richiamare il figlio in patria. Al suo rifiuto, egli decise di andare in esilio volontario a Corcira, lasciando Corinto a Licofrone. Quando i Corciresi vennero a sapere la cosa, pur di non avere quest’ultimo come tiranno nel loro paese, lo uccisero. Altre storie riguardano il presunto incesto con la madre Cratea e l’ira che lo colse quando la notizia venne resa di dominio pubblico145. Ancora, egli avrebbe inviato a Sardi, presso re Aliatte, trecento giovani corciresi perché fossero evirati, vendetta per l’assassinio di Licofrone146.

Eppure egli, almeno inizialmente, fu considerato alla pari del padre, e varie fonti lo annoverano tra i Sette Sapienti147. Lo stesso Erodoto riferisce che Periandro inizialmente si comportò in maniera migliore rispetto al padre e fu anche un giudice equilibrato148; solo in un secondo momento, su consiglio di Trasibulo, tiranno di Mitilene, diventò un tiranno sanguinario149. Aristotele, dal canto suo, lo qualifica come un autentico despota, ma un valido guerriero150. Inoltre, sotto Periandro la città di Corinto fiorì: egli promosse la letteratura e le arti151. Avrebbe inoltre dato impulso a una politica edilizia attiva, della quale sarebbe prova il cosiddetto díolkos, ovvero la via che attraversava l’istmo collegando il golfo di Corinto al golfo Saronico152. Di Periandro le fonti ricordano anche un’intensa attività diplomatica, che si tradusse nel suo essere coinvolto da mediatore in questioni internazionali. Egli ebbe strette relazioni di ospitalità con Trasibulo di Mileto153, sposò la figlia di Procle, tiranno di Epidauro154, al quale poi sottrasse la città155. Fu inoltre in rapporti con il regno di Lidia e quello d’Egitto, quest’ultimo testimoniato anche dal nome del figlio Psammetico156. Proprio questa ampia rete di legami gli consentì di svolgere più volte il ruolo di mediatore in questioni internazionali157. A differenza del padre, però, egli si circondò di una guardia armata di trecento dorýphoroi158.

Fu con il terzo Cipselide, Psammetico, nipote di Periandro, che la tirannide venne rovesciata da una violenta insurrezione popolare della quale si ignorano i motivi. Ormai la tirannide era sentita più come un ostacolo che come un male necessario.

Pisistrato di Atene

Si realizza però ad Atene quella che, in ambito greco arcaico, è la tirannide più nota. Per analizzare Pisistrato, però, è necessario partire da quanto accadde all’inizio del VI secolo e dall’operato di un’altra figura chiave nello sviluppo politico-istituzionale ateniese: Solone. Scelto come arbitro (diallaktés) nell’anno 594/3159, Solone cercò con la sua opera di porre rimedio alla situazione critica in cui si trovavano molti cittadini, cercando così di rimediare agli abusi del passato. Così facendo egli diede sicuramente il via a un processo di integrazione politica e sociale che risultò essere il punto di partenza fondamentale per lo sviluppo della democrazia in Atene160. Le riforme di Solone ebbero certamente il merito di affrontare molte questioni economiche e politiche del suo tempo, ma egli non riuscì a concretizzare un superamento degli squilibri strutturali della società ateniese. Per quanto ricco, infatti, l’apporto di Solone non realizzò pienamente una pacificazione definitiva tra le parti. Di lì a poco le lotte intestine divamparono nuovamente.

Ciò è testimoniato dal fatto che, poco tempo dopo la deposizione della carica da parte di Solone, abbiamo chiari segnali di continue tensioni e persistenti problemi. Per ben due volte nell’arco di dieci anni Atene si trovò in una situazione di anarchia, che si concretizzò nella mancanza di un arconte. Aristotele, nella Costituzione degli Ateniesi, racconta anche che un arconte, taleDamasia, rimase in carica per più di due anni, venendo infine rovesciato con la forza161. Secondo tale testimonianza, proprio per cercare di evitare il ripetersi di una situazione analoga venne nominato un collegio di dieci membri, cinque eupatridai, tre agroikoi e due demiourgoi162.

Sempre stando alle fonti, si vennero a creare tre fazioni con connotazioni territoriali163 e facenti capo a esponenti dell’aristocrazia. Da un lato vi erano gli abitanti della pianura, i pediei, guidati da Licurgo del ghenos degli Eteobutadi. Vi erano poi i parali, ovvero gli abitanti della costa, la cui guida, Megacle, apparteneva al ghenos degli Alcmeonidi, che tanta parte ebbe nella storia ateniese successiva. Infine, vi erano i diacri, che abitavano l’area dei monti Pentelico e Imetto. Costoro avevano in Pisistrato la loro guida164. “A questi ultimi”, aggiunge Aristotele, “si erano aggiunti, a causa della povertà, coloro che erano stati privati dei crediti e, per paura, quelli di nascita non limpida”165.

Sono numerosi gli elementi narrati dalle fonti sulla vita di Pisistrato che assumono contorni aneddotici e tutt’altro che certi, per cui molti dettagli antecedenti la presa del potere risultano difficili da ricostruire. Già il nome del personaggio è particolarmente intrigante: Pisistrato, infatti, significa “colui che persuade l’esercito”. Costui, a quanto sembra, proveniva da Brauron, centro importante sulla costa orientale dell’Attica166. Era figlio di un certo Ippocrate, “il signore dei cavalli”, descritto da Erodoto come “un privato cittadino”167, ma aveva una linea di discendenza che si faceva risalire addirittura a Nestore, re di Pilo, tanto che il nome deriverebbe, appunto, da quello del figlio del leggendario re peloponnesiaco168. Secondo una tradizione, inoltre, egli sarebbe stato imparentato con l’arconte dell’anno 669/8, che portava lo stesso nome169. Una notizia tarda rimarca addirittura il legame di Pisistrato con Solone stesso: la madre del futuro tiranno, infatti, sarebbe stata cugina del legislatore170. Se, dunque, Pisistrato al momento della sua ascesa non era forse l’uomo più in vista di Atene, certamente non si trattava di un parvenu.

Per ben due volte Aristotele parla di Pisistrato come di un personaggio che appariva ai più come demotikotatos, da molti tradotto come “il più democratico”. Ora, per quanto l’uso da parte di Aristotele di un termine così chiaramente appartenente al lessico politico di IV secolo a.C. per descrivere una dinamica di due secoli prima appaia anacronistico, è pur vero che tale caratterizzazione del leader politico sembrerebbe comunque sottendere il fatto che Pisistrato rappresentasse gli interessi dei poveri scontenti171, per lo più contadini e, secondo molti, anche artigiani.A quanto sembra, egli si fece strada rivestendo la carica di polemarco durante la guerra contro Megara, dove ebbe modo di distinguersi e ottenere importanti successi tra i quali la presa di Nisea.

La svolta nella sua carriera politica in Atene avvenne con uno stratagemma descritto con dovizia di particolari da Erodoto, in parte ripreso da Aristotele172. Pisistrato, infatti, si presentò nell’agorà denunciando di essere stato attaccato e ferito da un gruppo di avversari politici e mostrando delle ferite che, in realtà, si era autoinflitto. Per il tramite di un tale Aristione173, convinse il popolo ad affidargli tramite decreto una guardia del corpo che, specifica Erodoto seguito da Aristotele, era composta da cittadini che vennero chiamati korynéphoroi,“portatori di mazza”, e non, come era più consueto, dorýphoroi, “portatori di lancia”174. È lo stesso Aristotele a ribadire nella Politica che una delle armi più efficaci nelle mani dei tiranni dell’età arcaica era l’uso di forze militari private per prendere il potere. In quel caso, però, il filosofo sottolinea che la guardia del corpo del tiranno è tipicamente composta da stranieri; nel caso di Pisistrato, invece, ed Erodoto lo specifica chiaramente, si tratta di cittadini. Lo straniero, il mercenario, per quanto non invischiato nelle vicende cittadine e fedele al suo datore di lavoro fino a quando quest’ultimo era in grado di corrispondergli un adeguato compenso, rimaneva comunque un elemento estraneo al corpo civico, una figura allogena incompatibile e potenzialmente generatrice di conflitto. Una guardia del corpo di cittadini, invece, in quanto elemento interno al corpo civico, avrebbe al contrario aiutato Pisistrato a costruire la sua immagine di ateniese attento alle esigenze dei suoi concittadini. Sull’estrazione sociale di questi korynéphoroi v’è dibattito175. Il fatto che essi non fossero armati di lancia, arma tipica dell’oplita, bensì di un bastone, strumento ben più umile, ha spinto alcuni a sostenere che costoro fossero stati reclutati tra i sostenitori di Pisistrato appartenenti al ceto inferiore176. Sarebbe tuttavia errato leggere questo elemento come un segnale di aperta frattura tra Pisistrato e la classe degli opliti, quegli stessi uomini con i quali egli aveva stretto un legame nella guerra contro Megara. Al contrario, affidare a un personaggio una guardia del corpo composta da uomini che di norma componevano il cuore dell’esercito ateniese equivaleva a dargli una posizione di eccessivo rilievo177. La scelta di una guardia armata di mazze, invece, da un lato evitava di creare malcontento tra gli opliti, che almeno all’inizio avrebbero potuto mal digerire il fatto di diventare “agenti” di un potenziale tiranno178, dall’altro permetteva a Pisistrato di mantenere ancora un profilo relativamente basso.

Sta di fatto che, una volta ottenuto l’appoggio di questi mazzieri, Pisistrato occupò l’acropoli. A poco valse la presunta opposizione di Solone, testimoniata da Aristotele e Plutarco179.

La cronologia dell’esercizio del potere da parte di Pisistrato è controversa, dal momento che le indicazioni fornite da Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi presentano numerosi problemi. La ricostruzione più accolta dai moderni colloca la presa dell’acropoli nell’anno 561/60. Da quel momento in avanti, tuttavia, risulta difficile conciliare le testimonianze di Erodoto ed Aristotele, a meno di forzare l’una o l’altra fonte180. Il dato che sembrerebbe certo è quello di una doppia espulsione di Pisistrato da Atene dovuta a un avvicinamento tra i suoi due avversari, Licurgo e Megacle. Aristotele dice che il primo allontanamento avvenne nel sesto anno dopo l’insediamento, mentre secondo Erodoto il tempo intercorso tra l’occupazione dell’acropoli e la prima cacciata dalla città fu molto breve181. Aristotele poi prosegue dicendo che cinque anni dopo Pisistrato riuscì a rientrare in Atene grazie a un accordo matrimoniale con Megacle. Il rientro sarebbe avvenuto in grande stile, con una messinscena banale, ma efficace182. Circa sette anni dopo sarebbe avvenuto il secondo esilio, causato, sembra, dal rifiuto di Pisistrato di consumare il matrimonio con la figlia di Megacle183. Trascorsi dieci anni, sarebbe avvenuto il definitivo rientro. Dopo aver passato del tempo muovendosi tra la Calcidica, la Tracia e l’Eubea, Pisistrato, messo in piedi un esercito di mercenari e con l’aiuto di un altro tiranno, Ligdami di Nasso, degli Argivi, dei Tebani e dei cavalieri di Eretria, sbarcò in Attica e sconfisse l’esercito mandatogli contro dai suoi avversari presso la piana di Maratona184. A questo punto Pisistrato si insediò definitivamente al potere e vi rimase fino alla morte nel 528/7.

Accogliendo la cronologia aristotelica, bisognerebbe dunque postulare un primo esilio dal 556/5 al 552/1, seguito da un secondo esilio, questa volta decennale, dal 546/5 al 536/5. Come detto, però, questa ricostruzione confligge con i dati cronologici trasmessi da Erodoto, soprattutto per il fatto che lo storico di Alicarnasso traccia presunti sincronismi con altri eventi. Alcuni hanno accolto la cronologia della Costituzione degli Ateniesi senza emendarla, sostenendo che l’autore abbia cercato di conciliare una pluralità di fonti185. Altri hanno proposto di modificare le date degli esili. Tra questi vi è chi ha proposto una cronologia alta, con un primo esilio immediatamente successivo alla prima presa di potere, un ritorno di durata limitata, un secondo esilio decennale e il rientro definitivo nel 546/5186. Ma non è mancata la proposta di una cronologia bassa, con un primo esilio dal 556/5 al 549/8 e un secondo esilio dal 543/2 al 533/2187. Vi è stato infine chi ha pensato a un unico esilio decennale dal 556/5 al 546/5188. La questione resta, in ultima istanza, ancora aperta e non è il caso di addentrarci in ulteriori speculazioni189.

È stato detto che perlomeno in alcune realtà del mondo greco la tirannide è stata l’anticamera della democrazia. Domenico Musti così parlava di Pisistrato:

Pisistrato ha un programma politico e sociale molto più marcato di quello soloniano, anzi volto a dare soluzione a quei problemi che l’opera soloniana aveva lasciato senza risposta. […] Non era facile instaurare una tirannide, col grado di coscienza politica e comunitaria maturata ad Atene: le resistenze erano molteplici, e provenivano da radicate tradizioni di bilanciata gestione del potere, dal vigoroso rafforzamento di quei princìpi nella decisiva (su questo piano) opera politica di Solone, dall’esistenza di “partiti” all’interno della città. […] Non è un caso che ad Atene la tirannide sia l’anticamera della democrazia: un’anticamera non pacifica, ma, in maniera indiretta e convulsa, pur sempre la vera premessa storica190.

Nell’intervista ospitata in questo stesso numero di Leussein, Pietro Vannicelli parla della tirannide in generale, e di quella di Pisistrato in particolare, come di una febbre positiva, “utile alla città aristocratica, che comporta delle trasformazioni al termine delle quali normalmente l’aristocrazia si presenta quantomeno come più allargata”. Il tiranno si configura, quindi, come un elemento che sembra più adatto ad affrontare una situazione di crisi in cui veniva a trovarsi una città retta da un regime aristocratico. Ad Atene i problemi sociali ed economici non mancavano e, come si è detto, Solone era riuscito solo in parte, secondo alcuni minima, a porre rimedio ad alcuni di essi. Cosa fece Pisistrato?

È interessante partire da tre giudizi, uno erodoteo, il secondo tucidideo, e l’ultimo aristotelico. Lo storico di Alicarnasso rivela che, perlomeno nella prima fase, Pisistrato si comportò in maniera rispettosa delle istituzioni tradizionali, senza sconvolgere le magistrature, e amministrò la città in maniera eccellente191. Tucidide, dal canto suo, estende la valutazione positiva alla tirannide dei Pisistratidi nella sua globalità, ribadendo che Pisistrato e i suoi discendenti non toccarono il quadro istituzionale ateniese, ma si limitarono a mettere uomini di fiducia nelle posizioni chiave192. Gli fa eco il filosofo di Stagira, il quale ribadisce più volte che egli fu in grado di governare Atene con misura, più da cittadino (politikôs) che da tiranno193. È questo giudizio complessivamente positivo presso gli antichi a suscitare non poco stupore.

È stato giustamente sottolineato come questa moderazione nell’azione politica, al di là di una possibile esagerazione delle fonti nel tentativo di contrastare il buon comportamento Pisistrato con quello del crudele figlio Ippia194, sia da collegare con la prudenza necessaria a muoversi in una società politicamente già evoluta e abbastanza cosciente come quella ateniese195. Proprio per questo Pisistrato non avrebbe messo mano all’assetto istituzionale ateniese per come era stato ridisegnato da Solone e, anzi, lasciò in vigore gran parte della legislazione soloniana196.

Se dopo l’iniziale presa di potere, Pisistrato era ancora pienamente coinvolto nel clima di instabilità e di scontri tra fazioni che da decenni caratterizzavano la vita cittadina ateniese, una volta instaurato in maniera definitiva il suo potere tirannico egli fu in grado di porre fine a queste dinamiche, garantendo, se si accetta la cronologia alta, quasi vent’anni di pace e stabilità, come ricorda lo stesso Aristotele197. È però significativo ciò che Pisistrato fece una volta rientrato in città dopo aver sconfitto l’esercito che gli era stato mandato contro a Maratona. Per prima cosa, infatti, egli si fece consegnare in ostaggio i figli di quegli Ateniesi che gli si erano opposti e li inviò a Nasso, presso Ligdami198. Ma Pisistrato sarebbe andato oltre: egli, infatti, avrebbe tolto le armi al popolo attraverso uno stratagemma199. Altrove, Aristotele ricorda come l’atto di disarmare il popolo fosse un espediente tipico di tirannidi e oligarchie200. Il medesimo accorgimento, infatti, fu messo in atto oltre un secolo dopo nella stessa Atene dai Trenta201. La cosa è in sé interessante: Pisistrato, che aveva costruito la sua carriera politica, quantomeno nella fase iniziale, sul suo legame con gli opliti, una volta riconquistato il potere, il cui esercizio diventò da quel momento in avanti più personale, sentì il bisogno di tutelarsi “disoplitizzando” la cittadinanza. In tale maniera, l’esercizio della forza rimaneva concentrato nelle sue mani. È però da riconoscere che i moderni non sempre hanno accolto questa circostanza202. E d’altro canto Tucidide attribuisce questa misura non già a Pisistrato, bensì al figlio Ippia203.

Pisistrato ottenne l’appoggio della popolazione non aristocratica dell’Attica. Come?

Innanzitutto, attraverso misure volte al sostegno dell’agricoltura e della popolazione contadina. A lui è attribuita la creazione di un sistema di prestiti ai contadini più poveri per consentire loro di coltivare la terra. Aristotele, che riporta questa notizia, fornisce una motivazione politica di questa scelta e ne esamina i risultati. Stando al filosofo, infatti, Pisistrato avrebbe mirato a tenere i beneficiari di questi prestiti lontani dalla città e dall’esercizio del potere204. Letto sotto quest’ottica, dunque, tale provvedimento sarebbe da legare al timore di assembramenti che avrebbero potuto rendere instabile la situazione politica all’interno della città. D’altro canto, però, questi prestiti ebbero come conseguenza un aumento delle rendite legate alla maggiore produttività della terra. Vi è dunque una componente rurale nell’esercizio del potere da parte di Pisistrato205. E, infatti, nella seconda metà del VI secolo si assistette in Attica a un forte sviluppo agricolo, in particolare della coltivazione della vite e dell’ulivo, prodotti che venivano anche esportati206, a tutto vantaggio di un’economia cittadina che, nonostante l’azione di Solone, necessitava di un rilancio.

Questa azione “rurale” di Pisistrato si concretizzò anche sotto forma di una politica fiscale specifica. Egli, infatti, avrebbe dato vita a una imposta diretta che, stando ad Aristotele, era pari al 10% delle rendite fondiarie (dekáte), mentre secondo la testimonianza di Tucidide era del 5% (eikoste)207.

La crescita economica, lo abbiamo detto, è uno degli elementi che secondo Tucidide fa da sfondo all’affermarsi della tirannide in molte parti del mondo greco, e Atene non fa eccezione. Da un lato, però, i moderni tendono a non esagerare, come invece avveniva in passato, il ruolo dell’azione pisistratica nel sostenere l’artigianato dell’Attica. Se, infatti, a livello cronologico l’età della tirannide di Pisistrato e dei suoi figli vede un’ampia diffusione della ceramica attica a livello panellenico, segno tangibile dello sviluppo dell’artigianato locale, non abbiamo prove concrete che questo sia accaduto per una effettiva politica economica messa in campo dal tiranno e non, come invece sembra più probabile, per condizioni già in opera. Ciononostante, è pur vero che, per quanto le radici dello sviluppo dell’artigianato locale attico siano antecedenti l’instaurarsi della tirannide pisistratica, l’azione di quest’ultima non andò certo a suo detrimento.

A questo sviluppo economico si ricollega anche una delle principali innovazioni attribuite a Pisistrato: la coniazione delle prime “civette”. Atene possedeva già una propria moneta, le cosiddette Wappenmünzen. La parte figurativa di queste monete era piuttosto rozza, con semplici stemmi sul dritto e una grossolana punzonatura sul rovescio. La loro circolazione era molto limitata, tanto che si è pensato che avessero valore solo ad Atene e non nel resto della Grecia208. Il cambiamento, con l’introduzione delle “civette”, non ebbe conseguenze solo economiche, con il passaggio dal didramma al tetradramma, ma anche e soprattutto ideologiche. Se le Wappenmünzen erano assolutamente anonime dal punto di vista iconografico, le “civette” erano pienamente ateniesi. Sul dritto era raffigurata la testa della dea Atena con l’elmo209, mentre sul rovescio era riprodotta una civetta, uccello sacro alla dea, da cui il nome di questa monetazione, e le iniziali di Atene. Segnale più chiaro di appartenenza cittadina non poteva esservi. Non solo gli Ateniesi potevano ora riconoscersi nelle proprie monete, rafforzando il loro senso di appartenenza alla polis, ma queste “civette” sarebbero poi diventate la moneta dominante nell’Egeo, portando Atene a rendere visibile il proprio predominio economico.

Al contempo, è innegabile che Pisistrato e i suoi figli abbiano mirato ad accrescere il prestigio della polis mettendo in essere una intensa politica edilizia volta alla realizzazione di opere pubbliche. Da un lato si registra la costruzione, il restauro o l’abbellimento di strutture che rispondessero ai bisogni immediati dei cittadini ateniesi, come l’acquedotto e la fontana dell’Enneacruno che ovviavano all’annoso problema dell’approvvigionamento idrico210. Ma è in ambito sacro che l’attività di costruzione fu più intensa. Accanto agli interventi nel grande tempio di Atena sull’acropoli, a Pisistrato sono variamente attribuiti dalle fonti antiche e dai moderni l’inizio dei lavori del tempio di Zeus noto come Olympieion, l’edificazione dell’altare dei dodici dei nell’agorà, l’innalzamento di un altare dedicato ad Apollo Pythion e, forse, anche la realizzazione di un santuario consacrato a Dioniso Eleuterio, sempre sull’acropoli211. Se non sempre la paternità pisistratica di queste opere è accolta dai moderni, è d’altro canto vero che l’intervento statale nella promozione dell’attività edilizia ha un effetto positivo sull’economia, creando impiego e, di conseguenza, rafforzando lo sviluppo dei mestieri.

Alla costruzione di edifici sacri si collega anche la politica religiosa e culturale di Pisistrato e dei suoi figli. Atene, come altre città rette da tiranni, divenne dimora di artisti e scrittori. Se Onomacrito riunì i poemi orfici ai tempi della tirannide del padre, Ipparco ebbe legami con Simonide e Anacreonte212. Non dimentichiamo, poi, che nel De oratore Cicerone colloca la prima redazione scritta dei poemi omerici proprio nell’Atene di Pisistrato213. Ed è altrettanto degno di nota il fatto che sarebbe stato proprio nell’ambito dei culti in onore di Dioniso, introdotti da Pisistrato, che Tespi, nel 534, avrebbe messo in scena un dramma che, per la prima volta, vedeva l’interazione tra il coro e un personaggio, guadagnando al suo autore la fama di inventore e fondatore della tragedia214.

La politica religiosa era altresì mirata a rafforzare l’unità della polis,da un lato in contrapposizione al particolarismo delle famiglie aristocratiche215, dall’altro per realizzare una convergenza di interessi tra la campagna e la città216. A tal fine, egli valorizzò il culto di due divinità fortemente legate ad Atene e all’Attica: Atena, alla quale era sacra la pianta dell’ulivo, e Dioniso, legato alla vite e alla vinificazione. Nell’età della tirannide viene situata la riorganizzazione delle Grandi Panatenee, che divennero più magnificenti con l’introduzione di agoni atletici e musicali. La processione delle Panatenee risultava così rafforzata nell’essere testimonianza tangibile di una cittadinanza che si riuniva attorno alla sua dea. Al pari di Atena, anche il culto di Dioniso venne toccato dall’azione di Pisistrato. A quest’ultimo, infatti, viene attribuita l’istituzione delle Dionisie cittadine, testimonianza concreta del tentativo del tiranno di cementare l’unità cittadina su basi rurali. Tutto ciò contrasta sia con l’immagine di un Pisistrato totalmente concentrato sugli interessi degli artigiani, sia con quella di un Pisistrato campione dei diritti della popolazione della campagna contro quelli della popolazione della città217. Al contempo è da ricordare che proprio sotto Pisistrato il culto eleusino di Demetra raggiunse caratura panellenica.

Testimonianza di attenzione alla campagna da parte del tiranno, ma al contempo prova della volontà di integrare asty e chora e di portare la giustizia della polis al cittadino sembrerebbe essere l’istituzione dei cosiddetti “giudici dei demi”. Si trattava di giudici itineranti che attraversavano il territorio dell’Attica allo scopo di ricomporre eventuali controversie sorte tra un contadino e lo stato o tra due contadini, senza costringere questi ultimi ad abbandonare le proprie mansioni per recarsi in città218. Certo, questo provvedimento potrebbe tradire una doppia preoccupazione, quella già accennata di evitare pericolosi assembramenti nella sede dell’esercizio del potere, e quella di non arrecare danni all’agricoltura. D’altro canto, però, questa stessa misura può essere letta nell’ottica dell’ambiguo rapporto che lega il tiranno alla categoria sociale da cui egli spesso proviene, l’aristocrazia. E, infatti, molti moderni hanno intrepretato la creazione dei giudici dei demi come una mossa finalizzata a indebolire l’aristocrazia locale219, sottraendo i contadini agli interessi privati delle potenti famiglie, rafforzando al contempo la giurisdizione del potere centrale sulla chora, rendendo anche visivamente manifesta la presenza della comunità sul territorio220.

Ed è proprio nello sviluppo di una concezione più astratta dell’esercizio del potere, di una distinzione tra società e Stato, che la vicenda di Pisistrato fornì, paradossalmente, un contributo significativo. L’operato del tiranno, infatti, favorì il processo di consolidamento dei valori statali e stimolò lo sviluppo di un’idea di comunità cittadina che, nelle parole di Domenico Musti, divenne “sede di un potere distinto da quello dei suoi singoli membri e ad esso superiore”221. Certamente questo si vede nell’adozione di provvedimenti volti a sottrarre alle famiglie aristocratiche l’esercizio, spesso arbitrario, delle prerogative fiscali e giudiziarie su parti del territorio dell’Attica per avocarlo nelle mani del potere centrale. Un ulteriore segnale è la possibile, seppur da molti non accolta, creazione di un corpo di mercenari provenienti dalla Scizia, ai quali vennero affidate mansioni assimilabili a quelle di una forza di polizia222. L’esistenza di una tale formazione consoliderebbe l’impressione del progressivo rafforzarsi di una entità statale che si fa carico del mantenimento dell’ordine e della sicurezza sul territorio, nuovamente sottraendolo a forme locali di potere. Tuttavia, la manifestazione più chiara dell’idea di un potere distaccato dalla socitetà si concretizza nella scelta dei tiranni di circondarsi di una guardia del corpo armata. Insomma, anche Pisistrato diede il suo contributo al formarsi di una concezione politica più avanzata. Paradossalmente, allontanando il demos dal controllo delle clientele aristocratiche e rafforzando l’intervento del potere centrale, Pisistrato rese fertile il terreno per le riforme democratiche di Clistene.

In ultimo bisognerebbe affrontare la questione relativa alla politica estera messa in atto da Pisistrato. Alcuni dati li abbiamo e portano a concludere che l’azione del tiranno fu sostanzialmente volta a garantire ad Atene un sistema di alleanze utili, spesso ottenute per via di rapporti personali. Durante il suo secondo esilio, ad esempio, strinse legami, oltre che con Nasso, con Tebe, nel Chersoneso, nella Calcidica e in Eubea. D’altra parte, egli mantenne buoni rapporti con varie realtà del Peloponneso, soprattutto con Argo, terra di origine della seconda moglie Timonassa, con Corinto e persino con Sparta223. Certamente si nota la volontà di creare una rete di rapporti personali con altri tiranni, quali Ligdami di Nasso, Policrate di Samo e Periandro di Corinto. In questo la tirannide è erede del sistema di relazioni a livello panellenico stabilito dalle aristocrazie che avevano a lungo governato le città greche. Proprio la vicinanza con Nasso e Samo attesta come Pisitrato volesse rafforzare la presenza ateniese in area insulare e ionica. Di questa vocazione ionico-insulare, che prelude agli sviluppi futuri della potenza ateniese, è testimonianza anche la purificazione rituale dell’isola di Delo e del suo santuario apollineo che tanta rilevanza aveva per il mondo ionico, che Pisistrato realizzò subito dopo aver consolidato il suo potere una volta rientrato dal secondo esilio224. Non si può, inoltre, non ricordare l’attenzione dimostrata per l’area degli Stretti, dove forti erano gli interessi economici: Pisistrato, infatti, sostenne l’insediamento dei Filaidi nel Chersoneso tracico e si assicurò il controllo di Capo Sigeo225.

La tirannide di Pisistrato si configura, dunque, come una fase che, per quanto anomala, non “istituzionalizzata”, finanche despotica, risulta comunque funzionale allo sviluppo di una maggiore coscienza politica. Pisistrato fu colui che venne chiamato a risolvere quella crisi della polis aristocratica alla quale già Solone aveva tentato di porre rimedio, ma senza riuscire a sciogliere tutti i nodi. Il suo esercizio assolutamente personale del potere, certamente a un primo esame in contrasto con l’idea di un ampliamento della partecipazione politica, ha come esito paradossale proprio quello di aprire spazi di azione allargando le maglie dell’aristocrazia, di dare maggiore concretezza alla separazione tra Stato e società, di preparare, inconsapevolmente, il terreno della comunità civica rendendolo fertile e pronto ad accogliere il seme clistenico della democrazia. Egli, inoltre, rafforzò la rete di legami che Atene intratteneva a livello panellenico, aprendo ulteriormente una dimensione ionico-insulare che sarà fondamentale per gli sviluppi di V e IV secolo. Insomma, per quanto presumibilmente, potendo scegliere, molti ateniesi avrebbero volentieri ottenuto analoghi risultati senza dover per forza passare attraverso una tirannide, Pisistrato emerge davvero come una febbre necessaria e, in fin dei conti, positiva per la polis.

Alla sua morte, il potere passò ai figli e, come spesso accade, la tradizione storiografica marca un netto cambiamento in senso negativo dell’esercizio del potere. Non già che tale posizione sia pienamente legittima: studi moderni hanno messo in luce quelli che, in fin dei conti, sono elementi positivi della tirannide di Ippia e Ipparco. Ma al solito, quando la comunità percepisce di aver superato i nodi problematici che l’avevano portata ad appoggiare l’esercizio personale del potere da parte di un concittadino, quella stessa forma politica personale e dinastica diventa un ostacolo verso il pieno accesso al potere e, come tale, deve essere screditato ed eliminato. Armodio e Aristogitone, i tirannicidi, diventeranno emblema di libertà per aver mandato nell’Ade Ipparco, che pure era uomo colto e patrono di artisti e scrittori.

Conclusioni

Tracce di una tirannide democratica, dunque? Forse no. Eppure, l’analisi delle fonti permette di suggerire che l’esperienza dei tiranni nella Grecia arcaica, divisi tra i legami con le aristocrazie da cui spesso provenivano, il rapporto con gli opliti e l’interlocuzione con alcuni settori più marginali della società poleica, fu in alcuni casi l’anticamera della democrazia o comunque permise alle poleis di compiere passi importanti verso nuove forme più ampie di inclusione sociale e di condivisione del potere politico. Al contempo, di nuovo paradossalmente, la tirannide potrebbe avere addirittura contribuito al rafforzarsi di una percezione più evoluta della distinzione tra Stato e società.

Ciò significa che la storia non si sarebbe compiuta senza l’azione dei tiranni e che la democrazia ateniese non sarebbe nata senza Pisistrato? Certamente questa è un’affermazione radicale e provocatoria. Eppure, per quanto la tirannide sia un’anomalia, una malattia anche dolorosissima, nella Grecia arcaica fu fattore di sviluppo, spesso inconsapevole, di forme di partecipazione allargata, di superamento di conflitti interni, di sostegno, consolidamento e promozione di dinamiche socio-economiche positive per l’intera cittadinanza. Insomma, un despotismo finanche esecrabile, che tuttavia ha permesso di rendere il terreno fertile per forme di esercizio del potere che ancora oggi valorizziamo.

1 Plato, Resp. 562 ss.

2 Ogni data è da intendersi a.C. salvo diversa indicazione.

3 Un elenco delle attestazioni di questo vocabolo si trova in F. Giusfredi, The Problem of the Luwian Title Tarwanis, Altorientalische Forschungen 36 (2009), 140-141.

4 A. Yasur- Landau, The Philistines and Aegean Migration at the End of the Late Bronze Age, Cambridge: Cambridge University Press, 2010, 312–13; A. Zukerman, Titles of 7th Century BCE Philistine Rulers and Their Historical-Cultural Background, Bibliotheca Orientalis68 (2011), 465–71; Ł. Niesiołowski-Spanò, Goliath’s Legacy. Philistines and Hebrews in Biblical Times, Wiesbaden 2016, 182-83.

5 Archil., fr. 19 West; Plut., De tranquillitate animi 10, p. 470. Che il vocabolo fosse entrato nella lingua greca al tempo di Archiloco lo sottolineava anche Ippia di Elide, FGrHist 6, f. 6. Sull’evoluzione semantica del vocabolo in greco, cfr. V. Parker, Τύραννος. The Semantics of a Political Concept from Archilochus to Aristotle, Hermes 126 (1998), 145-172.

6 Arist., Rhet. 1418b 28.

7 Che Gige sia stato il primo sovrano a essere designato con il termine tyrannos lo conferma Euforione, FHG, 3, p. 72, f. 1; cfr. Clem. Al., Strom. 1, 21, 117, 9.

8 Cfr. Soph., Oed. R. Argum. II, 19, ss.

9 Archil., fr. 23 W.

10 Cfr. e.g. V. Parker, op. cit., 157.

11 Alc., fr. 70 Voigt; POxy 1234, fr. 2, col. I, vv. 1-13. Cfr. G. Lentini, Pittaco erede degli Atridi: il fr. 70 di Alceo, Studi Italiani di Filologia Classica 18 (2000), 3-14.

12 Cfr. M. G. Fileni, Osservazioni sull’idea di tiranno nella cultura greca arcaica (Alc. frr. 70, 6-9; 129, 21-24 V.; Theogn. vv. 1179-1182), Quaderni Urbinati di Cultura Classica 14 (1983), 29-35.

13 Aristot., Pol. 3, 1285a

14 Plat., Prot. 343ab; Id., Hipp, maior 281c; Id., Resp. l,335e; Lucian., Macrob. 18; Id., De mort. 20, 4; Diog. Laert. 1,13; Themist., Or. 34, 3 p. 446.

15 Aristot., Pol. 2, 1274b; Id., Rhet. 2, 1402b 7; Cic., De leg. 2, 26, 66; Dion. Hal. 2, 26, 2-3; Plut., Sept. sap. conv. 13, 155f; Diog. Laert. 1, 76 e 79.

16 Cfr. Diod. IX, 11.

17 Cfr. M. G. Fileni, op. cit., p. 33.

18 Pind., Pyth. 2, 87 e 3, 85.

19 Sol., fr. 33 West; Plut., Solo 14, 9 – 15, 1.

20 Sol., fr. 33 West; Plut., Solo 14, 8. Sul contenuto di questi due frammenti in merito alla tirannide, cfr. J. F. McGlew, Tyranny and Political Culture in Ancient Greece, Ithaca (NY) 1993, 102-104.

21 Cfr. C. Catenacci, Regalità e tirannide nella tradizione letteraria tra VII e V secolo a.C., in E. Luppino Manes (ed.), Storiografia e regalità nel mondo greco, Atti del Convegno Internazionale (Chieti, 17-18 gennaio 2002), Alessandria 2003, 31-49.

22 Ad esempio Creso di Lidia (Hdt. I, 6, 1), Ciassare di Media (Hdt. I, 73, 3), Argantonio di Tartessa (Hdt. I, 163, 2), Ippia di Atene (Hdt. V, 92).

23 Ad esempio Aristofilide di Taranto (Hdt. III, 136, 2), Telo di Crotone (Hdt. V, 44, 1), Scite di Zancle (Hdt. VI, 23, 1) e addirittura Aristagora di Mileto (Hdt. V, 35, 1) e Periandro di Corinto (Hdt. III, 52, 3-4).

24 V. Parker, op. cit., 164-165.

25 Ad esempio i Pisitratidi, Policrate di Samo (Thuc. I, 13, 6 e III, 104, 2), Gelone di Siracusa (Thuc. VI, 4, 2 e VI, 94, 1), Ippocrate di Gela (Thuc. VI, 5, 3), Teagene di Megara (Thuc. I, 126, 3) e altri ancora.

26 Ad esempio i re di Sparta, quelli di Persia, di Macedonia e di Tessaglia.

27 Non sorprende che Demostene descriva Filippo II di Macedonia come týrannos.

28 E. g. Isoc., Ad Nicoclem 21, 34, 35 e 53; Id., Euag. 27, 32, 34, 39, 40, 63, 64, 66, 71, 78.

29 Per le principali posizioni sul fenomeno dell’oplitismo, vedi la sintesi di M. Bettalli, Guerre tra polemologi. Dodici anni di studi sulla guerra nel mondo greco 1998-2009, in Quaderni di Storia 73 (2011), 235-308.

30 Cfr. V. D. Hanson, The Western Way of War, New York 1989; Id., Hoplite Battle as Ancient Greek Warfare. When, Where, and Why?, in H. van Wees (Ed.), War and Violence in Ancient Greece, London 2000, 201-232.

31 Cfr. e.g. H. van Wees, The Development of the Hoplite Phalanx, in H. van Wees (ed.), War and Violence in Ancient Greece, London 2000, pp. 125-166; Id., The Myth of the Middle Class Army: Military and Social Status in Ancient Athens, in T. Bekker-Nielsen – L. Hannestad (eds.), War as a Cultural and Social Force: Essays on Warfare in Antiquity, Copenhagen 2001, 45-75.

32 Cfr. P. N. Ure, The Origin of Tyranny, Cambridge 1922.

33 Per un’interpretazione della tirannide come esito delle trasformazioni socio-politiche innescate dall’emergere della falange oplitica, cfr. J. Salmon, Political Hoplites?, JHS 97 (1977), 84-101. Contrario a questa visione è A. M. Snodgrass, The Hoplite Reform and History, JHS 85 (1965), 110-122, secondo cui l’avvento della tattica oplitica sarebbe archeologicamente dimostrabile solo in una fase successiva all’instaurarsi delle tirannidi.

34 D. Musti, Storia greca, Bari, Laterza, 1989, 100-101.

35 Cfr. L. Braccesi, Le tirannidi e gli sviluppi politici ed economico-sociali, in R. Bianchi Bandinelli (a cura di), Storia e civiltà dei Greci, I.2, Origine e sviluppo della città. L’arcaismo, Bompiani, Milano, 1978, 330-331.

36 Thuc. I, 13, 1.

37 Su Policrate, l’opera più recente è A. Carty, Polycrates, Tyrant of Samos. New Light on Archaic Greece, Stuttgart, Franz Steiner Verlag, 2015.

38 Hdt. III, 125.

39 Cfr. Diod. I, 95, 3. Contro di essi, stando a Plut., Quaest. Gr. 303c-304e, un certo Demotele aveva tentato invano di suscitare un moto popolare, pagando con la morte il gesto.

40 Sulla storia di Samo, cfr. G. Shipley, A History of Samos. 800-188 BC, Oxford 1987.

41 IG XII, 6, ii, 561.

42 Hdt. III, 120.

43 Hdt. III, 44-47 e 54-59. Sui problemi relativi alla cronologia di questa spedizione, cfr. V. Costa, Ligdami, Pisistrato e la fondazione della tirannide nassia, in E. Lanzillotta – D. Schilardi (a cura di), Le Cicladi e il mondo egeo, Atti del Seminario Internazionale di Studi (Roma, 19-21 novembre 1992), Roma 1996, 168-169. Sull’attendibilità storica delle notizie relative agli esuli, cfr. A. Mastrocinque, Policrate e gli esuli sami tra storia e leggenda, Rivista di Filologia e Istruzione Classica 119 (1991), 408-419.

44Su questa attività cfr. anche Diod. X, 16 e Polyaen. I, 23, 1.

45Hdt. III, 122. Lo stesso Thuc. I, 13, 6, descrive Policrate come “potente per la sua flotta”.

46Aristot., Pol. V, 9, 4. Tra queste si ricordi anche la purificazione dell’isola di Renea, collegata con una catena a Delo, menzionata da Thuc. I, 13, 6 e III, 104, 2.

47Hdt. III, 39.

48Hdt. III, 60.

49 Cfr. D. Musti, Policrate e Pisistrato: un confronto, in E. Cavallini (a cura di), Samo: storia, letteratura, scienza, Atti delle giornate di studio (Ravenna, 14-16 novembre 2002), Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2004, 97-115. La politica edilizia dei tiranni, e di Policrate in particolare, è letta in chiave negativa, ovvero come mezzo per ridurre i cittadini in povertà così che non possano mantenere una guardia cittadina, da Aristot., Pol. 1313b.

50 Hdt. III, 39-43. Sui rapporti fra i due, cfr. M. Intrieri, Philoi kai xenoi. Sui rapporti fra tiranni e basileis in Erodoto, in M. Caccamo Caltabiano (a cura di), Tyrannis, basileia, imperium. Forme, prassi e simboli del potere politico nel mondo greco e romano, Pelorias 18 (2010), 123-142.

51 In generale, la politica di Policrate finiva per forza a interagire con quella persiana e proprio la grande indipendenza mostrata dal tiranno portò alla sua rovina. Sul rapporto ambiguo di Policrate con Cambise, cfr. A. Ruberto, Policrate di Samo: alleato o suddito di Cambise?, Incidenza dell’Antico 6 (2008), 241-251.

52 Hdt. III, 44-45.

53 Polyaen. I, 23, 2.

54 Cfr. V. Costa, op. cit., 165.

55 Hdt. III, 120-121.

56 Diod. X, 16, 4. Diodoro ricorda un ulteriore episodio: giunti a Samo dei Lidii esuli in cerca di rifugio da Orete, Policrate li avrebbe inizialmente accolti con benevolenza, per poi farli trucidare e incamerare le loro ricchezze.

57 Hdt. III, 125. Sulla morte di Policrate e sui rapporti del tiranno con la Persia, cfr. C. Dognini, La fine di Policrate e l’opposizione a Cambise, in M. Sordi (a cura di), L’opposizione nel mondo antico, Milano, Vita e Pensiero, 2000, 21-34. Il corpo di Policrate sarebbe stato gettato in una fossa comune per i poveri e i condannati, secondo la testimonianza di Stesimbroto di Taso, FgrHist 107 f 29.

58 Hdt. III, 123 e 142.

59 Hdt. III, 142.

60 Hdt. III, 143.

61 Policrate adottò anche una moneta argentea più agile rispetto alla monetazione precedente. Cfr. E. Condurachi, La réforme monétaire de Polycrate, Athenaeum 36 (1958), 238-247.

62 Cfr. C. Catenacci, Policrate di Samo e l’archetipo tirannico, in E. Cavallini (a cura di), Samo: storia, letteratura, scienza, Atti delle giornate di studio (Ravenna, 14-16 novembre 2002), Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2004, 117-134.

63 Sulla storia di Nasso, cfr. V. Costa, Nasso dall’antichità al V secolo a.C., Roma 1997.

64 Hdt. I, 61-62; Aristot., Ath. Pol. 15, 2-3.

65 Hdt. I, 61, 4, dice esplicitamente che Ligdami venne volontariamente con denaro e uomini.

66 Hdt. I, 64, 1-2; Aristot., Ath. Pol. 15, 3. Erodoto rivela inoltre che Pisistrato, una volta presi come ostaggi i figli degli Ateniesi che gli si erano opposti, li affidò alla custodia del nuovo tiranno di Nasso. Si tratterebbe, dunque, di una collaborazione fattiva ed efficace tra i due.

67 Aristot. apud Athen. VIII, 348. Cfr. V. Costa, op. cit., 155-170.

68 Aristot., Pol. 1305a.

69 Cfr. e.g. G. De Sanctis, Atthís. Storia della Repubblica ateniese dalle origini all’età di Pericle, Firenze, La nuova Italia, 19753, 381.

70 Cfr. e.g. W.W. How – J. Wells, A Commentary on Herodotus, I, Oxford, Oxford University Press, 1912, 84, che ipotizzavano una prima tirannide di brevissima durata, una cacciata di Ligdami da Nasso a causa di frizioni con il popolo e un successivo ritorno con l’appoggio di Pisistrato.

71 V. Costa, op. cit., 161-164.

72 Polyaen. I, 23, 2.

73 Aristot., Oec. 1346b.

74 Hdt. VI, 96.

75 Su cui cfr. V. Costa, Nasso delle Cicladi e il santuario di Apollo delio: qualche riflessione, in M. Lombardo (a cura di), Forme sovrapoleiche e interpoleiche di organizzazione del mondo greco antico, Galatina, Congedo Editore, 2008, 338-341.

76 Hdt. V, 28.

77 Hdt. V, 30. È però opportuno prendere questi dati con cautela, come dimostrato da E. Lanzillotta, Paro dall’età arcaica all’età ellenistica, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1987, 105 ss.

78 Plut., De Herod. mal. 859cd.

79 Cfr. F. Cordano, Alcune caratteristiche delle colonie megaresi, in G. Zanetto – M. Ornaghi (a cura di), Argumenta antiquitatis, Milano, Cisalpino, 2009, 3-9; A. Robu, Mégare et les étabilissement mégariens de Sicile, de la Propontide et du Pont-Euxin, Bern, Peterl Lang, 2014. Sulla storia di Megara in generale, cfr. R. P. Legon, Megara. The Political History of a Greek City-State to 336 B.C., Ithaca – London, Cornell University Press, 1981.

80 Non è neppure chiaro se le sue azioni siano da datare in maniera “alta” intorno agli anni ’30 e ’20 del VII secolo, oppure in maniera “bassa”, tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo. La questione si lega alla datazione del tentato colpo di mano di Cilone. A riguardo cfr. L. Prandi, I Ciloniani e l’opposizione agli Alcmeonidi in Atene, in M. Sordi (a cura di), L’opposizione nel mondo antico, Milano, Vita e Pensiero, 2000, 9.

81 Aristot., Pol. 1305a. Cfr. anche Aristoph., Pax 927.

82 Cfr. G. Anderson, Before Turannoi Were Tyrants: Rethinking a Chapter of Early Greek History, CA 24 (2005), 196; E. Stein-Hölkeskamp, The Tyrants, in K. Ruuflaub – H. van Wees (eds.), A Companion to Archaic Greece, Malden (WA), Wiley-Blackwell, 2009, 107-108.

83 T. J. Figueira, The Theognidea and Megarian Society, in T. J. Figueira – T. J. Nagy (eds.), Theognis and Megara: Poetry and the Polis, Baltimore 1985, 112-158.

84 Aristot., Rhet. 1357b.

85 Paus. I, 40, 1.

86 Paus. I, 41, 2.

87 Plut. I, 28, 1.

88 Hdt. V, 71; Thuc. I, 126; Paus. I, 28, 2; Euseb. Arm. f. 92 Karst.

89 Problema datazione.

90 Hdt. V, 71, 1; Thuc. I, 126, 5.

91 M. Noussia (a cura di), Solone. Frammenti dell’opera poetica, Milano 2001, 223-228; A. Andrewes, op. cit., 372-374.

92 Cfr. anche scholia ad Aristoph., Eq. 443. Plut., Sol. 12, invece, implica che Cilone sia stato ucciso insieme ai suoi seguaci.

93 Plut., Quaest. Gr. 295cd.

94 Sulla storia di Sicione, cfr. A. Griffin, Sikyon, Oxford, Oxford University Press, 1982.

95 Aristot., Pol. 1315b.

96 Sulla datazione della dinastia degli Ortagoridi, cfr. V. Parker, The Dates of the Orthagorid Sicyon, Tyche 7 (1992), 165-175.

97 FGrHist 105 F 2.

98 Cfr. Hdt. VI, 126, 1.

99 Cfr. S. I. Oost, Two Notes on the Orthagorids of Sicyon, CPh 69 (1974), 118-120; V. Parker, Tyrants and Lawgivers, in H. A. Shapiro (ed.), The Cambridge Companion to Archaic Greece, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, 21.

100 Cfr. Nic. Dam. FGrHist 90 F 61; S. I. Oost, Two Notes on the Orthagorids of Sicyon, CPh 69 (1974), 119-120.

101 Per un’interessante analisi dell’immagine dei genitori del tirranno, cfr. C. Catenacci, Il tiranno e l’eroe. Storia e mito nella Grecia antica, Roma, Carocci, 2012, 99-120.

102 Cfr. Hdt. VI, 126, 1; Paus. II, 8, 1. Seguo la genealogia proposta da H. Berve, Die Tyrannis bei den Griechen, München, Beck, 1967, 758. Per un prospetto delle principali ricostruzioni genealogiche della dinastia degli Ortagoridi, cfr. M. Lupi, Salvare i cento anni. Il tema della durata della tirannide degli Ortagoridi in prospettiva generazionale, Incidenza dell’Antico 6 (2008), 140-143.

103 Nic. Dam. FGrHist 90 F 61.

104 M. De Nicolai, La genealogia dei tiranni di Sicione, Atti R. Accad. Torino 51 (1916), 1219.

105 Paus. X, 37, 6. Cfr. C. Fornis Vaquero, Clístenes de Sición, el oráculo délfico y la primera guerra sagrada, Studia Historica: Historia Antigua 9 (1991), 65-69.

106 Paus. X, 7, 7.

107 Hdt. VI, 126, 2.

108 Sull’episodio, cfr. S. Hornblower, Agariste’s Suitors. An Olympic Note, in A. Moreno – R. Thomas (eds.), Patterns of the Past. Epitedeumata in the Greek Tradition, Oxford, Oxford University Press, 2014, 217-232.

109 Cfr. L. Braccesi, op. cit., 363.

110 Cfr. Hdt. V, 67.

111 Sull’origine etnica e mitologica di Sicione, cfr. F. Fontana, Sicione: evoluzione politica di un mito, QUCC 96 (2010), 57-85.

112 Cfr. D. Musti, Storia greca, Bari 1989, 106.

113 E.g. A. Andrewes, The Greek Tyrants, New York, Longmans Green and Co., 1956, 58-61;J. Ducat, Clisthène, le porc et l’ânet, Dialogues d’histoire ancienne 2 (1976), 359-368.

114 Sulla possibilità che Erodoto male interpreti i nomi delle tribù, cfr. e.g. P. J. Bicknell, Herodotos 5.68 and the Racial Policy of Kleisthenes of Sicyon, GRBS 23 (1982), 194-198;V. Parker, Tyrants and Lawgivers, in H. A. Shapiro (ed.), The Cambridge Companion to Archaic Greece, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, 22-23.

115 Cfr. D. Musti, Storia greca, Bari 1989, 114-115.

116 Paus. II, 9, 6.

117 Paus. X, 11, 1. Per un’analisi delle relazioni tra i tiranni e i santuari panellenici, cfr. C. Catenacci, Il tiranno alle Colonne d’Eracle. L’agonistica e le tirannidi arcaiche, Nikephoros 5 (1992), 11-36.

118 Scholia Pind. Nem. IX inscr., 25ab, 121; X, 76. Cfr. M. F. McGregor, Cleisthenes of Sicyon and the Panhellenic Festival, TAPA 72 (1941), 266-287.

119 Hdt. V, 67.

120 Sull’abbattimento della tirannide di Eschine da parte degli Spartani, cfr. Plut., De Herod. mal. 859cd e FGrHist 105 F 1; cfr. anche Schol. ad Aeschin. II, 77.

121 A. Andrewes, op. cit., 45-53.

122 M. White, The Dates of the Orthagorids, Phoenix 12 (1958), 2-14. Per una messa a punto recente della cronologia, cfr. M. Lupi, Salvare i cento anni. Il tema della durata della tirannide degli Ortagoridi in prospettiva generazionale, Incidenza dell’Antico 6 (2008), 133-166.

123 Ben inteso, però, che la ceramica corinzia già circolava da tempo nel Mediterraneo.

124 D. Musti, op. cit., 104.

125 Hdt. V, 92.

126 Nic. Dam. FGrHist 90 F 57. È possibile che la fonte usata da Nicola di Damasco sia Eforo.

127 S. I. Oost, Cypselus the Bacchiad, CPh 67 (1972), 10-30; C. Mossé – A. Schnapp-Gourbeillon, Storia dei Greci. Dalle origini alla conquista romana, Roma, Carocci, 2006, 180.

128 La carica stessa di polemarco ha suscitato perplessità tra i moderni, soprattutto per l’apparente contraddizione tra il significato militare del termine e le competenze indicate da Nicola di Damasco, del tutto civili. Cfr. I. S. Oost, op. cit., 19;J. B. Salmon, Wealthy Corinth. A History of the City to 338 B.C., Oxford, Clarendon Press, 1984, 188. Dubbi sono invece stati sollevati, ad esempio, da A. Andrewes, op. cit., 46. Proprio il favore di cui godette presso il popolo ha spinto molti a ritenere poco attendibile il dettaglio, riportato sempre da Nicola di Damasco, secondo cui i Bacchiadi avrebbero costretto temporaneamente Cipselo all’esilio a Olimpia.

129 Si tenga conto che, proprio negli anni di Cipselo, vennero fondate varie colonie, fra le quali Ambracia, Anattorio, Leucade. Una redistribuzione delle terre in patria avrebbe forse limitato le esigenze di colonizzare nuovi territori per installarvi il surplus di popolazione. Per altro in queste colonie dovettero migrare anche alcuni oppositori dei Cipselidi.

130 A. Stiglitz, I saggi tiranni: i Cipselidi. Introduzione storica e geografica all’Arca di Cipselo, in M. Giuman (a cura di), L’Arca invisibile. Studi sull’Arca di Cipselo, Cagliari, Edizioni AV, 2005, 43.

131 Cfr. A. Andrewes, op. cit. 20; D. Musti, L’economia in Grecia, Bari, Laterza, 1981, 68; A. Stiglitz, op. cit., 44.

132 Aristot., Pol. 1315b collega in maniera molto esplicita l’essere capopopolo di Cipselo e la mancanza di necessità di avere una guardia del corpo. Cfr. anche Nic. Dam. FGrHist 90 F 57.

133 Nic. Dam. FGrHist 90 F 5; Diod. VII, 9, 6.

134 Hdt. V, 92; Aristot., Pol. 1315b.

135 E.g. A. Andrewes, op. cit., 24.

136 Aristot., Oec. 1346ab

137 A. Andrewes, op. cit., 49-50; J. F. McGlew, Tyranny and Political Culture in Ancient Greece, Ithaca (NY) 1993, 173-175.

138 Stando a Strabo VII 7, 6 e X 2, 8, Leucade, Anattorio e Ambracia furono fondate da Gorgo, figlio naturale di Cipselo. Nic. Dam. FGrHist 90 F 57, 7, ricorda Echiade e Pilade, entrambi figli illegittimi di Cipselo, quali fondatori rispettivamente di Anattorio e di Leucade. Infine, la fondazione di queste ultime due città è attribuita da Plut., Mor. 552e a Periandro, legittimo erede di Cipselo. Sulle questioni implicate da questa diversa attribuzione, cfr. L. Piccirilli, Corinto e l’Occidente. Aspetti di politica internazionale fino al V secolo a.C., in A. Stazio – S. Ceccoli (a cura di), Corinto e l’Occidente, (Taranto, 7-11 ottobre 1994), Taranto 1995, 143-157. A ciò si aggiunga che a Corcira Cipselo inviò il nipote Psammetico, figlio di Gorgo; cfr. Nicol. Dam. FGrHist 90 F 59, 4.

139 Hdt. I, 14, 2; Paus. X, 13, 4; Plut., Mor. 164a; Id., Mor. 400de. Cfr. J.-F. Bommelaer – D. Laroche, Guide de Delphes: Le Site, Paris1991, 153-155.

140 Plut., Mor. 164a; Id., Mor. 399ef; Id., Mor. 724b.

141 J. B. Salmon, op. cit., 133-139 e 220-221; G. Anderson, op. cit., 192-193, n. 54.

142 Sulla cronologia di Periandro, cfr. P. Giannini, La cronologia di Periandro: Erodoto (3, 48; 5, 94-95) e “P. Oxy.” 664. QUCC 16 (1984), 7-30. Anche in questo caso, tuttavia, tra i moderni vi è dibattito tra una cronologia “alta” e una cronologia “bassa” della tirannide periandrea.

143 Cfr. J.-P. Vernant, From Oedipus to Periander. Lameness, tyranny, incest in legend and history, Arethusa 15 (1982), 19-38.

144 Sui rapporti tra i tiranni e i loro figli, cfr. C. Catenacci, op. cit., 142-155.

145 Hdt. III, 50-53; Dio. Laert. I, 94-96.

146 Hdt. III, 48, 1.

147 Diog. Laert. I, 13. Plutarco colloca il suo Septem sapientium convivium nel palazzo di Periandro a Corinto.

148 Cfr. Hdt. I, 24.

149 Hdt. V, 92f. Questo giudizio è inserito da Erodoto nel discorso che un corinzio, Socle, pronunciò davanti agli Spartani. Sui contenuti di questo discorso, cfr. O. Salati, Cipselo nel discorso di Socle (Hdt. 5, 92): indagine sulla stratigrafia di una tradizione, QUCC 103 (2013), 55-80; M. Enrico, Ingiusta e sanguinaria? Atene-Periandro nel discorso di Socle di Corinto (Her. V 92), Erga Logoi 3 (2015), 149-187. In generale, sull’immagine della tirannide corinzia trasmessa da Erodoto, cfr. V. J. Gray, Herodotus and the Image of Tyranny: The Tyrants of Corinth, AJPh 117 (1996), 361-389. l rapporto con Trasibulo, peraltro, si inserisce bene come esempio della rete di legami personali che i tiranni erano soliti stabilire tra di loro. In Aristot., Pol. 1284a i ruoli sono invertiti.

150 Aristot., Pol. V, 1315b.

151 Cfr. Hdt. I, 23-24; Suda s.v. Periandros; Aristot. Rhet. 1375b. Secondo queste testimonianze, Periandro fu autore di elegie parenetiche.

152 Cfr. B. R. MacDonald, The Diolkos, JHS 106 (1986), 191-195;

153 Hdt. I, 20 e V, 92 e Aristot., Pol. 1284a 27 e 1311a 20.

154 Hdt. III, 50; Diog. Laert. I, 94; Paus. II, 28, 8. Per parte di madre, inoltre, la madre era di origine arcade.

155 Hdt. III, 52

156 Psammetico I fu il fondatore della XXVI dinastia. Egli riuscì a prendere il potere, forse ribellandosi al dominio assiro di Assurbanipal, ricevendo aiuti dal re di Lidia Gige. Che avesse stretti legami con il mondo greco è anche testimoniato dall’impiego di opliti mercenari

157 Hdt. I, 17-22 e 25; Id. V, 95, 2. cfr. M. F. Olivieri, Tiranni della Grecia arcaica tra relazioni private e diplomazia internazionale. Il caso della mediazione di Periandro nel conflitto fra Lidia e Mileto, in G. Zanetto – M. Ornaghi (a cura di), Documenta Antiquitatis, Milano 2010, 99-136.

158 Aristot., Pol. V, 1315 b 27-29; Ephor., FGrHist 70 f 179; Nic. Dam., FGrHist 90 f. 58.

159 O nel 592/1 secondo altre fonti.

160 Sul volto democratico di Solone cfr. L. Loddo, Solone demotikotatos. Il legislatore e il politico nella cultura democratica ateniese, Milano, Quaderni di Erga-Logoi, 2018.

161 Aristot., Ath. Pol. 13. Sull’interpretazione di Damasia come un populista, che si sarebbe rifiutato di deporre la carica per non cederla a un eupatride, cfr. T. J. Figueira, The Ten Archontes of 579/8 at Athens, Hesperia 53 (1984), 447-473.

162 Aristot., Ath. Pol. 13, 2. Sulla composizione di questo collegio, E. Cavaignac, La désignation des archontes athéniens jusqu’en 487, RPh 48 (1924), 144-148, sosteneva che si trattasse dei prókritoi delle dici tribù ateniesi e che tale sistema sia rimasto in uso fino a quando il sorteggio venne abbandonato sotto la tirannide.

163 Per Hdt. I, 59, queste tre fazioni avevano solo un carattere territoriale, mentre per Aristot., Ath. Pol. 13, 4 e Plut., Sol. 13, esse avevano anche ideologie distinte.

164 Hdt. I, 59, 3; Aristot., Ath. Pol. 13, 4.

165 Aristot., Ath. Pol. 13, 5; trad. it. Di A. Zambrini per l’edizione Lorenzo Valla.

166 [Plato], Hipparchus 228 b 4-5; Plut., Sol. 10, 3.

167 Sull’episodio del prodigio che vide protagonista Ippocrate, avvenuto a Olimpia e che vide anche la partecipazione dell’eforo spartano Chilone, cfr. Hdt. I, 59, 1-2; F. J. Frost, The “Ominous” Birth of Peisistratos, in F. B. Titchener – R. F. Moorton (eds), The Eye Expanded: Life and Arts in Graeco-Roman Antiquity, Berkely – Los Angeles, University of California Press, 1999, 9-18;C. Catenacci, op. cit., 48-49.

168 Cfr. Hdt. V, 65, 4. Si noti, peraltro, che lo stesso Erodoto, nel narrare, pur con contorni favolistici, l’episodio del prodigio di Olimpia, sembra accennare a una certa attività a livello panellenico da parte del padre di Pisistrato. Se così fosse, l’esistenza di un network famigliare potrebbe essere stata sfruttata dal figlio, che tanto fece per creare una rete di sostegno al suo potere che andasse oltre i confini di Atene.

169 Cfr. R. Thomas, Pisistratus, in S. Hornblower – A. Spawforth (eds.), The Oxford Companion to Classical Civilization, Oxford, Oxford University Press, 2004, 537.

170 Plut., Sol. 1, 3-4, che cita Eraclide Pontico. Anche Diog. Laert., I, 49, riportando Sosicrate, parla in maniera più generica di un rapporto di parentela tra i due uomini.

171 Di “ribelli” (stasiotai)parla Hdt. I, 59, 3

172 Hdt. I, 59, 4-5; Aristot., Ath. Pol. 14, 1.

173 Sul ruolo di questo personaggio, non menzionato da Erodoto, in tale frangente, cfr. anche Plut., Sol. 30, 3.

174 Per quanto riguarda la consistenza di tali korynéphoroi, Plut., Sol. 30, 2 parla di 50 uomini, mentre sarebbero stati trecento secondo uno scolio a Plato, Resp. 566 b, o quattrocento secondo Diog. Laert. I, 66.

175 Cfr. B. M. Lavelle, Herodotos, Skythian Archers, and the Doryphoroi of the Peisistratids, Klio 74 (1992), 78-97; H. W. Singor, The Military Side of the Peisistratean Tyranny, in H. Sancisi-Weerdenburg (ed.), Peisistratos and the Tyranny: A Reappraisal of the Evidence, Amsterdam, Brill, 2000, 107–129; S. Forsdyke, Exile, Ostracism, and Democracy. The Politics of Expulsion in Ancient Greece, Princeton, Princeton University Press, 2006, 109-111.

176 C. Mossé, La Tyrannie dans la Grèce antique, Paris, Presses Universitaire de France, 1969.

177 F. Canali De Rossi, La tirannide in Grecia antica, Roma, Scienze e Lettere, 2012, 48.

178 Cfr. D. Musti, op. cit., 154.

179 Aristot., Ath. Pol. 14, 2-3; Plut., Sol. 30-31.

180 Cfr.

181 Aristot., Ath. Pol. 14, 3; Hdt. I, 59, 1.

182 Pisistrato sarebbe rientrato in città su un carro, con al suo fianco una donna vestita da Atena. L’intento propagandistico era chiaro: era la dea stessa, protettrice ed eponima della città, a volere il suo rientro per il bene di Atene. Cfr. Aristot., Ath. Pol. 14, 4, che qualifica lo stratagemma come “degno dei tempi antichi e assai sempliciotto”, e Hdt. I, 60, 3-5, che parla di “un artificio sciocchissimo”, vicino all’ingenuità puerile.

183 Aristot., Ath. Pol. 15, 1 e Hdt. I, 61, 1-2.

184 Hdt. I, 61, 3 – 63; Aristot., Ath. Pol. 15, 2-3. Peraltro, in Pol. V 1315 b 31-4, Aristotele fornisce dati numerici globali diversi da quelli della Costituzione degli Ateniesi.

185 C. Flament, La chronologie de la tyrannie de Pisistrate et de ses fils dans la Constitution d’Athènes attribuée à Aritote, REG 128 (2015), 215-236.

186 P. J. Rhodes, Pisistratid Chronology Again, Phoenix 30 (1976), 219-233.

187 D. Musti, op. cit., 154-157.

188 G. De Sanctis, op. cit., 352-353.

189 A riguardo cfr. anche M. Berti, Fra tirannide e democrazia. Ipparco figlio di Carmo e il destino dei Pisistratidi ad Atene, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005, 64-79.

190 D. Musti, op. cit., 153.

191 Hdt. I, 59, 6. Negativo è, invece, il giudizio sull’ultima fase della tirannide, espresso a I, 59, 1.

192 Thuc. VI, 54, 5-6.

193 Aristot., Ath. Pol. 14, 2 e 16, 2.

194 Fama, peraltro, non del tutto meritata quella dell’erede di Pisistrato.

195 D. Musti, op. cit., 158.

196 Cfr. anche Plut., Sol. 31, 2-3, nel quale si riflette una tradizione secondo cui Solone, ormai anziano, sarebbe addirittura consigliere di Pisistrato. In contrasto con questa visione sembra andare Aristot., Ath. Pol. 22, 1. A questo riguardo, cfr. il commento di Luigi Piccirilli al passo della Vita di Solone in questione nell’edizione Lorenzo Valla dell’opera (pp. 277-278).

197 Aristot., Ath. Pol. 16, 7. Aristotele mette in palese contrasto l’operato di Pisisitrato con quello, di segno molto peggiore, dei suoi figli.

198 Hdt. I, 64, 1-2.

199 Cfr. Aristot., Ath. Pol. 15, 4-5, che situa l’episodio presso il Theseion, e Polyaen. I, 21, 2, che invece lo colloca presso l’Anakeion, sempre sull’acropoli.

200 Aristot., Pol. V 1311 a 12-13; cfr. 1315 a 38. È interessante notare come, nell’ottica aristotelica, il disarmo della popolazione sia una misura che il tiranno deve prendere solo in via temporanea, fintanto che non riesce a raggiungere un equilibrio tra le parti all’interno della cittadinanza: i ricchi da un lato, i poveri dall’altro.

201 Aristot., Ath. Pol. 37, 2. Sulle tecniche messe in atto nel colpo di stato del 404, cfr. C. Bearzot, Come si abbatte una democrazia. Tecniche di colpo di Stato nell’Atene antica, Bari, Laterza, 2013, 144-145.

202 Cfr. E. Stein-Hölkeskamp, Tirannidi e ricerca dell’“eunomia”, in S. Settis (a cura di), I Greci. Storia, arte, cultura e società,II.1, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1996, 673.

203 Cfr. Thuc. VI, 56, 2 e 58.

204 Aristot., Ath. Pol. 16, 2-3.

205 Dubbi sulla storicità di questa politica agraria sono stati espressi da E. Stein-Hölkeskamp, op. cit.,673.

206 Cfr. A. Visconti, Atene e l’Attica fino a Pisistrato, in M. Giangiulio (a cura di), Storia d’Europa e del Mediterraneo, sez. II. La Grecia, vol. III. Grecia e Mediterraneo dall’VIII sec. a.C. all’età delle guerre persiane, Roma, Salerno Editrice, 2007, 429.

207 Aristot., Ath. Pol. 16, 4-6; Thuc. VI, 54, 5.

208 Cfr. M. H. Crawford, La moneta in Grecia e a Roma, Bari, Laterza, 1986, 21.

209 In seguito integrata con l’aggiunta di tre foglie d’ulivo. È possibile che il modello per la raffigurazione della testa di Atena fosse la statua di Atena Poliás di età pisistratica. Cfr. M. Radnoti Alföldi, Gli inizi della monetazione nel Mediterraneo fino alle guerre persiane, in F. Panvini Rosati (a cura di), La moneta greca e romana, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2000, 28.

210 Thuc. II, 15, 4; Paus. I, 14, 1. Cfr. R. Tölle-Kastenbein, Archeologia dell’acqua. La cultura idraulica nel mondo classico, (trad. it. di Antike Wasserkultur, München 1990), Milano, Longanesi, 1993.

211 C. Mossé – A. Schnapp-Gourbeillon, op. cit., 204.

212 Si noti che Anacreonte fu anche alla corte di Policrate a Samo insieme a Ibico e ad altri.

213 Cic., De orat. 3, 34.

214 A. Pickard-Cambridge, Dithyramb Tragedy and Comedy, Oxford 1962 (2nd. ed. riv. da T. B. L. Webster), pp. 69-89; A. Lesky, La poesia tragica dei Greci, trad. it. di P. Rosa, Bologna 1996 (ed. or. 1972), pp. 69-80. Sul ruolo del teatro nella polis, cfr. l’intervista a Edith Hall ospitata nel numero di Leussein dal titolo Il teatro della democrazia, Leussein VIII.3 (2015), 139-148.

215 Cfr. F. J. Frost, Peisistratos, the Cults, and the Unification of Attica, AncW 21 (1990), 3-9;N. Spineto, Dionysos a teatro. Il contest festivo del dramma greco, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2005, 206-207.

216 D. Musti, op. cit., 161.

217 Cfr. A. Privitera, Dioniso in Omero e nella poesia greca arcaica, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1970, 40-42.

218 Sull’evoluzione storica di questi giudici itineranti e per le relazioni che questa istituzione rivela tra la democrazia di V secolo e la tirannide di VI secolo in Atene, cfr. M. Petruzzella, Aspetti della formazione delle istituzioni democratiche ateniesi: i dikastái katà démous, RCCM 39 (1997), 179-197.

219 Cfr. F. J. Frost, Peisistratos and the Unification of Attica, AJA 92 (1988), 239-240.

220 Si pensi, in questo senso, che, stando ad Aristotele, lo stesso Pisistrato si recava personalmente nella chora a risolvere dispute; cfr. Aristot., Ath. Pol. 16, 5-6.

221 D. Musti, op. cit., 159.

222 Così M. F. Vos, Scythian Archers in Archaic Attic Vase-Painting, Groningen, J. B. Wolters, 1963, 66-67. Tuttavia, la ricostruzione proposta da Vos si basa solo sull’interpretazione di una presunta fioritura delle raffigurazioni di arcieri sciti nei vasi attici di VI secolo, un’indicazione spesso interpretata come troppo labile; cfr. M. Bettalli, Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico, Roma, Carocci, 2013, 44. Sul corpo di arcieri sciti attivo nell’Atene democratica di V secolo, cfr. P. Tuci, Arcieri sciti, esercito e democrazia nell’Atene del V secolo a.C., Aevum 78 (2004), 3-18; Id., Gli arcieri sciti nell’Atene di V secolo a.C., M. G. Angeli Bertinelli – A. Donati (a cura di), Il cittadino, lo straniero, il barbaro, fra integrazione ed emarginazione nell’antichità : atti del I incontro internazionale di storia antica : (Genova 22-24 maggio 2003), Serta antiqua et mediaevalia 7, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2005, 375-389.

223 Hdt. V, 63, 1-2; Aristot., Ath. Pol. 19, 4.

224 Hdt. I, 64, 2; Thuc. III, 104, 1.

225 Cfr. L. Antonelli, I Pisistratidi al Sigeo. Istanze pan-ioniche nell’Atene tirannica, Anemos 1 (2000), 10-58.



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Si è laureato in Storia greca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel luglio del 2012, con una tesi dal titolo “Rappresentanza proporzionale e organizzazione militare negli ethne della Grecia classica”. È Dottore di ricerca in Storia antica presso l’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", con una tesi sulla nascita e lo sviluppo di formazioni militari d’élite nella Grecia classica, ed è stato Visiting Research Student presso il dipartimento di Storia dell'University College London (UCL). È Cultore della materia di Storia greca presso la facoltà di Lettere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegna presso scuole secondarie superiori di Milano e provincia.


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