Il tiranno e la febbre della democrazia. Intervista con lo storico Pietro Vannicelli

Chi è il tiranno?

Per rispondere a questa domanda, apparentemente semplice, sono stati stesi nel corso dei secoli fiumi di inchiostro.

Un qualsiasi vocabolario ci dirà che tiranno è colui che governa in modo despotico, crudele e violento, accentrando in sé tutti i poteri. Tuttavia, questa definizione non è poi così adatta per essere applicata a tutte le figure che, in un determinato momento storico, sono state caratterizzate come tiranni. Viene in mente Giulio Cesare: padre della patria per alcuni, oppressivo autocrate per altri. Ecco dunque che, secondo una tradizione di matrice apocrifa, Marco Giunio Bruto avrebbe pronunciato la famosa frase Sic semper tyrannis dopo aver sferrato la sua pugnalata alle Idi di Marzo del 44 a.C.

Eppure, con questo termine sono stati designati anche personaggi del tutto insospettabili. Fa riflettere che le stesse parole usate da Bruto sarebbero uscite dalla bocca di John Wilkes Booth la sera del Venerdì Santo 1865 nel teatro Ford di Washington, nell’esatto momento in cui dalla canna della sua pistola schizzava il proiettile che avrebbe ucciso il presidente degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln, fautore dell’abolizione della schiavitù, ma, agli occhi del sudista Booth, tiranno.

Il concetto in esame ha quindi in sé una certa ambiguità e si presta a essere impiegato per designare realtà che, di volta in volta, vengono percepite come ostili e limitanti la libertà personale1. Ancora oggi, particolarmente nella situazione in cui stiamo vivendo, una radicale restrizione di tale libertà personale, pur presentata come importante per il bene comune, è da più voci messa in discussione e sentita come anticamera della tirannide. Paradossalmente, poi, almeno secondo Platone (Resp, 562 ss.), è proprio un’ubriacatura di libertà senza autorità che porta dalla democrazia alla tirannide.

Ma torniamo alla domanda di fondo e cerchiamo di ampliarla un po’. Chi è il tiranno? Quali sono le caratteristiche che lo definiscono? E poi ancora, qual è il rapporto tra questa figura, l’ambiente da cui proviene e il popolo su cui comanda?

Chi non è nuovo alla lettura delle pagine di Leussein sa bene che per noi ogni riflessione su una tematica non può prescindere dal confronto con la dimensione storica e non può non prendere le mosse dal forte legame che anche il mondo contemporaneo ha con l’antichità classica e il mondo greco in particolare.

Ecco, dunque, che anche colui che nella mente di qualunque studente di scuola superiore viene presentato come l’emblema del tiranno greco, Pisistrato di Atene, risulta essere una figura tutt’altro che univoca. Più volte nella Costituzione degli Ateniesi (13, 4; 14, 1-2; 16, 1) Aristotele, alla ricerca di elementi democratici nelle esperienze costituzionali del passato ateniese, descrive quest’uomo come colui che, agli occhi dei contemporanei, risultava essere “il più democratico” (demotikótatos) tra gli attori politici del suo tempo e come una figura di stato in grado di amministrare “con moderazione e in modo più confacente a un cittadino che a un tiranno”. Se il descrivere Pisistrato come un “democratico”, alla maniera di Aristotele, può sembrare azzardato quando confrontato con la realtà politica di VI secolo a.C., il fatto che l’eupatride Pisistrato fosse visto come colui che più era dalla parte del popolo, in particolare del popolo scontento, è comunque una circostanza degna di nota. E d’altro canto molta parte degli storici moderni non ha mancato di sottolineare come grazie all’azione di Pisistrato siano stati compiuti passi cruciali verso nuove forme di inclusione e partecipazione e siano stati portati a maturazione e a compimento processi che, pur innestati in epoca precedente, sarebbero in qualche maniera rimasti incompiuti2.

Emerge nuovamente la necessità di interrogarsi sulla tirannide, sulla sua genesi, sulla sua dimensione storica e sui suoi rapporti da un lato con quelle forme di governo a partecipazione ristretta, aristocratiche, che vigevano nel mondo greco in età più antiche, dall’altro con le nuove forme di condivisione più ampia della gestione del potere, fino ad arrivare a quella che comunemente viene considerata la democrazia par excellence, quella ateniese.

Ne parliamo con Pietro Vannicelli, Professore associato di Storia greca presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”3.

Vorrei iniziare questa intervista partendo dalla riflessione terminologica. Che cosa significa “tiranno”?

L’origine del concetto rimane difficile da definire, a partire dalla parola stessa. Il vocabolo, ma non necessariamente il concetto che da esso è rappresentato, non è di origine greca. Le ipotesi fatte in merito nel corso degli anni sono state molte. Probabilmente la genesi è da rintracciare in area micrasiatica, specificatamente attestata in iscrizioni in luvio-gerogriflico di IX e VIII secolo a.C. provenienti dalla Cilicia alla Siria settentrionale. Il vocabolo tarwanis potrebbe essere arrivato al mondo greco anche tramite mediazione di altre lingue, ma è significativo sottolineare che esso ha nel suo contesto di provenienza un significato positivo. Se dunque il greco tyrannos fosse legato a tarwanis, esso indicherebbe una forma di potere totalmente rispettabile e fortemente collegata all’idea di giustizia. Peraltro, se così fosse, anche una circostanza significativa del mondo greco trarrebbe ulteriore illuminazione e cioè che nella storia della città greca aristocratica di VII e VI secolo c’è una significativa contemporaneità tra legislatori e tiranni.

In principio, dunque, la parola “tiranno” non descrive necessariamente una realtà percepita in maniera assolutamente negativa.

Certamente il vocabolo tyrannos conserva una certa ambiguità nel corso della storia. Le prime attestazioni nell’ambito delle testimonianze letterarie, in particolare nei versi dei poeti lirici di VII secolo come Archiloco, per quanto riportati da fonti più tarde di IV secolo e oltre, presentano la tirannide come aspirazione a una forma di potere altamente desiderabile e che è caratterizzata da grande ricchezza. Rapidamente, però, definire un personaggio politico come un tiranno può diventare un’accusa grave. Alcuni decenni dopo Archiloco, ad esempio, nella Mitilene di Alceo si può dare del tiranno a un pessimo nemico nell’ambito dello scontro tra aristocratici. Così, nell’Atene del VI secolo, nelle parole di un uomo politico come Solone, la tirannide è decisamente qualcosa di negativo.

Ciononostante, una qualche ambiguità del termine resta per diverse ragioni. Certo è che il significato prevalente è negativo e a questo concorrono, soprattutto a partire dal IV secolo in poi, la speculazione filosofica che in alcuni casi, anche se non sempre, considera la tirannide come la forma negativa, illegittima e non basata sul consenso di un potere personale rispetto a cui la monarchia (o basileia) è la forma positiva. Un altro elemento che concorre a una valutazione negativa è il lato diffondersi della democrazia, seppur nelle forme più tiepide di IV secolo, e comunque più in generale di una coscienza democratica nel mondo greco. Infine, deve essere considerata anche l’esperienza a cui i Greci guardano con ammirazione e, al contempo, con esecrazione delle grandi tirannidi dei Greci di Sicilia di V e IV secolo, ovvero forme di potere esercitato con grande durezza e spregiudicatezza, creando delle compagini statali di forte base territoriale.

È proprio in questo ambito, tuttavia, che si manifesta in maniera interessante come la complessità di significati del termine tiranno perduri nel corso del tempo. Ad esempio, Ierone di Siracusa si fa celebrare dai cantori più autorevoli e “costosi” dell’epoca, Bacchilide e Pindaro, nel tentativo di presentare la propria forma di potere come legittima, comparata con altre esperienze del mondo greco e non solo. Tuttavia, egli non si disdegna il fatto di essere chiamato tiranni proprio da coloro i quali erano stati ingaggiati per celebrane la grandezza. C’è in tutto questo l’ambiguità nei rapporti con il potere che è tipica del mondo greco.

È pur vero, però, che alla fine prevale poi l’interpretazione fortemente negativa che permane in una serie di topoi sull’esercizio del potere da parte del tiranno caratterizzato da una tale violenza che spesso porta lo stesso a una morte tragica e orrenda. Questa diventa poi l’accezione fondamentale del termine che abbiamo ereditato.

Lei ha fatto riferimento a una interessante contemporaneità fra l’esperienza dei tiranni in età arcaica e quella dei legislatori, coincidenza che è ben visibile anche in molti manuali di storia greca che trattano le due esperienze in simultanea. Come si genera la tirannide e come si inserisce questa esperienza all’interno dello sviluppo politico-istituzionale del mondo greco?

Ci sono vari aspetti del problema.

C’è stata una tradizione di studi in passato che ha impostato il problema della genesi e della natura delle tirannidi greche in età arcaica in forma molto empirica, considerando le singole vicende con una certa riluttanza a cercando di stabilire delle caratteristiche generali. Questo approccio non ha portato a un esito efficace e complessivo. Tuttavia, alcuni elementi comuni si possono individuare.

Nella discussione attuale si confrontano ancora due impostazioni. Da un lato vi è chi tende a vedere l’emergere dei tiranni nella città aristocratica come il frutto di lotte di potere all’interno della élite aristocratica: in tali scontri emerge, talvolta per un periodo di tempo limitato, talvolta riuscendo a trasmettere il potere ai figli, una figura di uomo forte. L’aspetto positivo di questa posizione è che collega strettamente tirannide e aristocrazia e su questo punto credo che non si possa dubitare. Tuttavia, forse collega questi due fenomeni in maniera troppo univoca.

L’altra interpretazione propone una lettura demagogica e popolare della tirannide e sostiene che il tiranno, in rapporto o no con l’aristocrazia, emerge facendosi forte delle istanze di parte di cittadini o componenti della polis che non sono all’interno dei meccanismi istituzionali della città, dei meccanismi della decisione. In questo senso il tiranno risulterebbe caratterizzato come portavoce di istanze esterne all’aristocrazia. Qui poi si impostano diverse letture da parte dei moderni. Alcuni, come Santo Mazzarino, pensano addirittura al tiranno che si fa campione degli strati più bassi della popolazione. Anche in questa lettura v’è una componente di verità. Quello che è indubbio è che la grande crescita che le città greche hanno nell’VIII e nel VII secolo mette in luce una relativa inadeguatezza delle aristocrazie tradizionali e le mette in crisi. È però necessario circostanziare bene questo ultimo termine: la tirannide accelera dei processi di trasformazione all’interno della città. A questo punto il tiranno si presenta come una sorta di febbre positiva, un elemento che sembra più adatto ad affrontare questa crisi innescata dalla crescita della città retta da un’aristocratica.

Quindi da un lato c’è un rapporto con l’aristocrazia e dall’altro c’è l’esigenza di farsi portavoce di elementi della città che non sono tradizionalmente rappresentati, ma che hanno un ruolo importante. In questo senso c’è anche l’elemento militare, con quello che viene chiamato “oplitismo” in quanto, per dirla con Domenico Musti, espressione militare allargata dell’aristocrazia.

Quindi il tiranno è certamente un elemento di crescita, una febbre utile alla città aristocratica che comporta delle trasformazioni al termine delle quali normalmente l’aristocrazia si presenta quantomeno come più allargata. A questo punto, però, subentra un fenomeno interessante. Il tiranno, in quanto elemento di risoluzione di quella difficoltà, quando poi prosegue una politica di tipo personale e dinastico viene sentito come un elemento che deve essere eliminato. Di qui il topos tradizionale secondo cui i figli del tiranno sono un disastro. Man mano che si accentuano gli elementi personali di quella forma di potere, si accentua il giudizio negativo su quel potere stesso.

Quanto di istituzionalizzato è possibile rintracciare nella figura del tiranno all’interno del quadro dell’esercizio del potere nel mondo greco?

Difficile a dirsi. Proprio per la sua genesi, è difficile definire un profilo istituzionale della tirannide. Da questo punto di vista la riflessione tradizionale, di cui troviamo precedenti in Erodoto, ma che poi si struttura, presenta la tirannide come una forma di istituzione possibile all’interno dell’evoluzione della storia della polis. Tuttavia, questa posizione è qualcosa di astratto e che trova scarso riscontro nella realtà.

Vi è qualche elemento di modernità nella tirannide greca?

Certamente ci sono elementi di modernità, sia a livello generale, sia in termini di sviluppo all’interno del mondo greco. In un momento di crisi, l’idea che il potere si possa concentrare nelle mani di una sola persona che prende le decisioni che devono essere prese, l’uomo forte, è un elemento che vale anche per la tirannide greca arcaica. È un rimedio ad una situazione di difficoltà. Quando questa trova una sua risoluzione, il rimedio non sembra più necessario. A questo punto si tratta di ricorrere a misure brutali per liberarsi della cura.

È anche vero che il fatto che il potere si concentri in una sola persona che lo esercita e che si distingue e si distanzia rispetto all’insieme del corpo civico, promuove un’idea più astratta di potere, incoraggia una distinzione tra un piano politico e un piano sociale. Essa comporta una concezione un po’ più astratta dell’esercizio del potere che si concretizza anche in una distinzione del tiranno dagli altri, ad esempio attraverso una guardia del corpo, un suo ambiente specifico, una sua sorta di corte. Questo modo di intendere l’esercizio del potere è in sé un passo avanti nella concezione politica, proprio in termini di distinzione tra sociale e politico. Certamente, dunque, la tirannide va nella direzione di un percorso di maturazione dei processi politici.

Interessante è proprio questa necessità dell’uomo forte, un’evoluzione che è propria anche delle dinamiche politiche contemporanee. Per di più, tiranno viene oggi usato come termine di contestazione di figure che però si situano all’interno della dinamica democratica, che emergono da procedure che sono pienamente democratiche. Questi moderni “tiranni” che si configurano come uomini forti che rappresentano istanze di parte e vengono visti dagli oppositori come una degenerazione della democrazia stessa, in questo senso da disprezzare.

Questo è parte anche della storia greca di V secolo e successiva. La tirannide come figura politica nel corso del V secolo diventa meno significativa, ma l’immagine del tiranno, e dunque la valenza simbolica della tirannide, resta molto forte e rilevante nell’immaginario politico.

Questo lo vediamo bene ad Atene, dove la documentazione è più fitta: il tiranno esce dalla scena politica ed entra nella scena teatrale tragica, dove la riflessione sul potere è centrale. Lì la problematizzazione del rapporto del tiranno con la legge, con il consenso e con alcuni temi etici è fondamentale. D’altronde la stessa democrazia ateniese conosce elementi di conflitto politico molto forte, in cui la caratterizzazione del nemico può essere fatta attraverso immagini che richiamano in maniera più o meno vivida e diretta la figura del tiranno o comunque di una forma di potere esercitata in maniera spregiudicata. Questo investe persino Pericle.

A questo punto il discorso si può spostare su un piano diverso, ma rimane comunque un’operazione riconducibile allo stesso contesto: nel momento stesso in cui la democrazia ateniese esercita con durezza la propria influenza nel rapporto con gli alleati all’interno di quello strumento potente che è la Lega delio-attica, all’interno della democrazia stessa nasce l’idea di una gestione del potere che si configura come tirannica, pur se esercitata dall’Atene democratica.

Pericle, nel terzo discorso che Tucidide gli mette in bocca4, mette chiaramente in guardia gli Ateniesi dall’allentare la morsa sugli alleati, perché rischiano di perdere tutto. In questo si rivela che l’esercizio del potere democratico ha anche elementi tirannici. Con il peso della sua forza militare, infatti, Atene aveva esteso il suo modello democratico nelle città alleate. Con un’eco sorprendentemente moderna, esportare la democrazia diventa una forma di violenza.

Quindi in quella formidabile accelerazione di riflessione politica che vediamo nell’Atene democratica di V secolo c’è uno sviluppo dell’immagine, della metafora e del ruolo simbolico della tirannide che mette in luce la complessità dell’esercizio del potere, che difficilmente quando si sporca le mani può essere scevro da aspetti che già i Greci potevano definire tirannici.

Un’Atene democratica che con gli alleati è tirannica, anche in ambito economico…

Si tratta di un tema enorme. Sicuramente Atene è un caso unico nella storia greca come tentativo, fallimentare, di creare una qualche forma di unità più ampia sulla scia della vittoria nelle Guerre Persiane. Atene si fa allora paladina di una nozione di grecità e di un legame tra Greci, che però trova come elemento di resistenza da un lato l’irriducibile vocazione autonomistica delle città, dall’altro il fatto che in un clima di polarizzazione ideologica come quello di V secolo la connotazione in senso democratico dell’esperimento ateniese crea una resistenza fortissima da parte spartana, peloponnesiaca e aristocratico-oligarchico. L’elemento economico indubbiamente c’è e a volte è stato indebitamente sottovalutato, al di là delle problematiche relative al decreto di unificazione di pesi, misure e monete5. Però questo è soltanto un elemento su cui se ne impostano altri.

È evidente la consapevolezza che l’elemento economico ha un ruolo di base imprescindibile. Quindi non è solo un elemento simbolico il problema dell’unificazione monetaria e del fare della dracma il dollaro della Grecia del V secolo. Tuttavia, esso è solo un aspetto che la concretezza dell’approccio greco mette in evidenza e che però sussume i tanti altri aspetti dell’esercizio del potere politico. Questa dimensione economica del predominio c’è, c’è la consapevolezza dei Greci che ci sia, non può essere ignorata dallo storico moderno, ma è soltanto un elemento di un quadro più ampio che prende in esame gli aspetti politico-militari.

Spesso, nella concezione moderna, il tiranno ha un rapporto privilegiato con l’esercito. Anche nell’antica Grecia sorge il problema del legame tra la tirannide e l’emergere del fenomeno oplitico: si tratta di una questione di semplice contemporaneità cronologica oppure c’è un legame stretto tra le due realtà?

Grande è stato ed è il dibattito a riguardo, un dibattito che coinvolge in primo luogo la cronologia del fenomeno detto “oplitismo”. Che ci sia un rapporto tra le due realtà non è dubitabile ed è sicuramente un rapporto complesso. Quella componente del corpo civico della città aristocratica che è in grado di procurarsi un’armatura di tipo oplitico più o meno completa esprime certamente un insieme più ampio, all’interno della città, della élite aristocratica che governa la città stessa nel corso dell’VIII secolo. Certamente il tiranno a quella si appoggia in un momento di trasformazione, di necessità di allargamento della partecipazione alla gestione della polis in una fase di crescita demografica ed economica. Tutti i processi che caratterizzano l’esplosione della città greca nell’VIII secolo e che richiedono un allargamento della base sociale del potere forniscono al tiranno terreno fertile. Egli proveiene per lo più dall’aristocrazia e risponde all’esigenza di aumentare la condivisione rispetto alla situazione di partenza, che era un’istanza propria degli opliti.

Tuttavia, man mano che si evidenziano gli aspetti più personali e individuali, perché la tirannide è sicuramente una forma personale di esercizio del potere, il rapporto con il gruppo oplitico diventa difficile e poi di opposizione. Di qui poi le tradizioni secondo cui i tiranni “disoplitizzano” la città, radunando i cittadini, togliendo loro le armi e prendendo su di sé il controllo dell’esercizio della forza.

È evidente che c’è un rapporto iniziale con gli opliti, perché in fondo il tiranno viene incontro all’esigenza di allargare la base sociale del potere. Però, man mano che si accentuano gli aspetti personali questo rapporto si incrina.

Al contempo, però, il tiranno si circondava spesso di una guardia del corpo…

L’elemento delle guardie del corpo è molto interessante. La guardia del corpo distingue e distanzia colui che incarna il potere rispetto al corpo civico nel suo insieme. In un certo senso è un elemento di maggiore modernità, perché aiuta a considerare il potere in maniera più unitaria e al contempo distinta e separata rispetto alla base sociale che a quel potere è, almeno originariamente, collegata. Tuttavia, Pisitrato, politico intelligentissimo, geniale dal punto di vista dell’azione politica, sceglie non gli opliti, bensì i korynephòroi, i portatori di mazza, il che significa che proprio questo avanzamento nella concezione politica del potere, che diventa qualcosa di progressivamente decantato rispetto alla base sociale, viene espresso attraverso forme militari che lo differenziano dall’oplitismo.

Un rapporto con gli opliti c’è, proprio perché l’insieme degli opliti è qualcosa di più rispetto all’élite aristocratica. Man mano che si realizza il riassestamento dei meccanismi del potere all’interno della città, anche attraverso le capacità decisionali di colui al quale questo cambiamento è demandato, il tiranno tende a distinguersi da questo elemento oplitico e dunque viene percepito come un elemento problematico.

Il tiranno promuove una coscienza politica più avanzata. Tuttavia, in quanto rimedio ad una situazione di crisi e fattore di accelerazione dei processi di cambiamento, viene poi sentito come una forma antipolitica, qualcosa che deve essere eliminato per portare a compimento il cambiamento. Il tiranno è un elemento che è stato utile per favorire un processo di transizione e che poi, a un certo punto, viene sentito come un ostacolo.

Tucidide collega direttamente l’insorgere della tirannide con l’aumento della ricchezza circolante nel mondo greco. Quali aspetti di politica economica dei tiranni si possono evidenziare?

La visione più chiara, da questo punto di vista, è certamente quella offerta da Tucidide all’inizio della sua opera6, dove lo storico offre un quadro della crescita complessiva, quindi anche economica, del mondo greco. Egli dice che la Grecia diventava più potente, c’era una tendenza maggiore all’accumulo di ricchezze, uno sviluppo della marineria e quindi anche dei rapporti commerciali. All’interno di questo dice tà pollà tyrannídes en taîs pólesi kathístanto, ovvero in questo quadro di crescita generale si pone anche la nascita di quelle forme di potere personale che lui distingue dalle monarchie tradizionali e che sono le tirannidi. Certamente nell’ambito della crisi complessiva che rivela l’inadeguatezza delle aristocrazie tradizionali nel gestire l’evoluzione del mondo ellenico si pone anche la tirannide.

Legare in maniera più univoca una forma economica alla tirannide è più difficile e il tentativo deve essere declinato caso per caso. A Corinto, ad esempio, lo sviluppo economico e commerciale c’è già nel momento in cui al potere c’era l’élite aristocratica dei Bacchiadi, ma i tiranni cipselidi favoriscono ulteriormente lo sviluppo, creando anche una rete di città e colonie che lo rinsaldarono.

Lo stesso vale, pur con elementi diversi, per l’Atene di Pisistrato, perché per risolvere una serie di problemi sociali ed economici che affliggevano la polis in quel periodo egli dovette cercare di promuovere in maniera più decisa di quanto non avesse fatto Solone, il cui esperimento fu nella sostanza fallimentare, anche l’economia della città.

D’altra parte, nuovamente, il contributo che la tirannide arcaica dà alla promozione dell’idea un po’ più astratta del potere pubblico come distinto dal corpo sociale nel suo insieme si concretizza nella politica edilizia e, nello specifico, nella promozione dell’idea del “pubblico”. Ad esempio, nel mondo antico uno dei problemi classici della città è quello del rifornimento idrico. Ecco, allora, che tiranni come Pisistrato, Policrate e Teagene diventano grandi costruzioni di fontane. Questo è certamente un modo di andare incontro a problematiche concrete dei cittadini, ma è anche un modo di far vedere che colui che lo fa è colui che incarna in sé il governo della città e che si pone su un piano distinguibile rispetto agli altri.

Il fatto che il tiranno sia il responsabile di alcune opere di interesse pubblico è parte di quel processo generale per cui, anche forse indipendentemente dalle intenzioni, la tirannide rappresenta un processo di maturazione e di promozione di una coscienza politica pubblica più generale rispetto alla quale poi la tirannide stessa diviene un problema che deve essere eliminato. Questa è la ricchezza, ambigua e complessa, del fenomeno della tirannide. la tirannide ha in sé aspetti indiscutibilmente di progresso di coscienza politica e però, proprio perché strumento che si inserisce in una fase circoscritta di crisi di crescita, diventa qualcosa di ingombrante una volta che questa crisi si avvia a soluzione. Ed essa viene vista tanto più negativamente, quanto più essa cerca di perpetuarsi anche dopo la morte del creatore, perché a quel punto assume gli aspetti dinastici visti come intollerabili.

Dalle fonti emerge anche uno sforzo da parte dei tiranni di creare una rete in qualche modo panellenica.

L’aristocrazia, di per sé, è abbastanza internazionale. Ci sono quindi rapporti, attestati letterariamente e archeologicamente. Nel caso della tirannide, che con l’aristocrazia ha anche un rapporto genetico, essendo essa una forma di potere fortemente personale e che sempre più personale diventa, questi rapporti internazionali evolvono in rapporti personali spesso fondati su legami matrimoniali.

Il valore dei legami matrimoniali per le tirannidi è stato studiato soprattutto da Louis Gernet. Da questo punto di vista Pisistrato è una figura interessante e gode anche di ottima stampa presso gli antichi. Ma questo vale anche per altri. Ad esempio, pensiamo al racconto delle nozze della figlia di Clistene di Sicione, Agariste. Vince un antenato di Pericle, Megacle, membro della prestigiosa famiglia degli Alcmeonidi. Questo ci riporta al rapporto tra le figure d’eccellenza all’interno di una democrazia e la possibile valenza tirannica che possono avere, sia rispetto ai nemici, sia rispetto a loro stesse.

C’è sicuramente un rapporto significativo dei tiranni con i grandi santuari panellenici, ma questo rientra nel discorso più generale della ricerca, da parte delle singole figure di tiranni, di forme di legittimazione personale. Nell’evoluzione successiva vi sono anche casi imbarazzanti. Erodoto racconta di un tesauros dei Corinzi, che in realtà era stato fatto dal tiranno Cipselo: il nuovo regime politico di Corinto se ne era “impossessato”, lo aveva ribrandizzato.

Questo rapporto con i santuari è particolarmente significativo nel caso dei Dinomenidi di Sicilia, i quali non solo consacrarono numerose dediche, ma anche e soprattutto parteciparono e vinsero competizioni, in particolare Ierone e Dionigi il Vecchio. Questo rientra nella necessità di trovare una qualche forma di maggiore solidità e riconoscimento del proprio potere, che è poi il rovello di base di ogni tiranno. Proprio perché la tirannide è vista sempre più negativamente, il tiranno cerca di presentarsi come un sovrano che basa il suo potere sul consenso.

La differenza fondamentale tra una forma di potere tirannica e una forma diversa, di tipo monarchico, è che teoricamente, come dice Tucidide7, il basileus esercita il proprio potere sulla base di prerogative definite (epi rhetois gerasi), mentre il tiranno no. Il tiranno deve trovare forme di riconoscimento che non possono essere tradizionali, in quanto politicamente è un neoarrivato. Quindi la politica internazionale rientra in questo.

Forse anche la politica culturale…

Senz’altro: se uno dei problemi che il tiranno si deve porre è quello di legittimare la propria figura, questo avviene, soprattutto per alcune tirannidi più avanzate, facendo ricorso a vari elementi. Da un lato una certa promozione dell’economia, e Pisistrato da questo punto di vista è un ottimo esempio. Dall’altro c’è una politica culturale che si appoggia su figure di prestigio. È il caso di Policrate, Pisistrato, dei Dinomenidi a Siracusa, soprattutto Ierone. I tiranni cercano di dare una veste legittima alla propria forma di potere, che quindi si richiama a idee tradizionali, a concezioni più consuete di regalità e che coinvolge l’elemento religioso nella promozione di aspetti di culto fortemente legati alla città.

Una politica culturale identitaria?

Sullo sfondo c’è certamente il tema dello sviluppo di una coscienza “nazionale” dei Greci. A un certo momento interviene il rapporto con la Persia e si genera il problema della funzionalità della forma tirannide rispetto alla gestione del potere che ha l’impero persiano, in cui c’era la tendenza a delegare alcuni aspetti dell’amministrazione e della gestione delle periferie dell’impero, e dunque anche dell’area greca, a figure che i Greci definiscono tiranni. Il tiranno in questo senso diventa l’amministratore della città greca per conto del Gran Re di Persia. Quindi c’è una equiparazione tra dispotismo e tirannide che poi viene sancita dalle guerre persiane. L’esempio paradigmatico in questo senso è il vecchio e laido Ippia, figlio di Pisistrato, che invero era persona coltissima, il quale accompagna i generali persiani Dati e Artaferne a Maratona contro gli Ateniesi suoi concittadini.

Le cose cambiano, ad esempio, in Occidente. Nella tirannide particolare di ambito siceliota, e soprattutto in quella siracusana in cui il tiranno esercita il potere in maniera quasi staliniana, con esempi di ingegneria demografica e urbanistica e trasferimenti di massa di popolazione, uno dei modi attraverso cui il tiranno legittima il proprio potere è il confronto con lo straniero e con il barbaro. D’altro canto, anche qui vi è tanta ambiguità, in quanto i Cartaginesi erano entrati in Sicilia sollecitati dai Greci stessi. Inoltre, come c’erano Greci accanto ai Persiani durante offensive del primo ventennio del V secolo, così c’erano Greci tra le fila dei Cartaginesi guidati da Amilcare.

La contrapposizione greco-barbara e quindi l’uso di una coscienza “nazionale” per la promozione del proprio potere in Sicilia funziona e Pindaro fa cantare le vittorie dei Dinomenidi come vittorie di patroni della grecità contro i barbari. Quindi in situazioni diverse e particolari si arriva a evocare questo elemento.

Visto che abbiamo toccato l’argomento, come cambia l’esercizio del potere del tiranno in Sicilia?

C’è un esercizio del potere molto più duro e spregiudicato che va oltre la singola città. Gelone e Ierone hanno le mani molto più libere di quanto qualsiasi altro tiranno greco abbia mai avuto. C’è addirittura il tentativo di creare domini territoriali continui con assoggettamento di parte della popolazione. C’è la creazione di forme di potere che hanno una forza non comparabile a quella di qualsiasi altro tiranno greco. Erodoto e Tucidide, infatti, registrano che la grandezza e l’eccezionalità di potenza raggiunta dai tiranni di Sicilia, in particolare di Siracusa, non ha confronti.

Questo da un lato fa guardare a questi personaggi come figure eccezionali, con tutta l’ambiguità che il mondo greco ha nella considerazione del potere, per cui ci sono aspetti di ammirazione per come il potere procede e si struttura, per certa spregiudicatezza, ma c’è anche la consapevolezza di alcuni elementi di tragicità che ha il potere stesso.

D’altro canto, questo è un elemento che concorre a creare quell’immagine negativa della tirannide come esperienza ben distinta dal normale corso di evoluzione di una città greca, per cui alla lettera la tirannide è impolitica, anzi è una sorta di peccato politico.

Tirannide democratica e democrazia tirannica. Da un lato una tirannide che può aprire spazi più ampi di partecipazione, che accelera la modernizzazione politica. Dall’altro una democrazia che in certi casi si trova a mettere in atto dinamiche quasi tiranniche. Pericle lo ammetteva. Ma in qualche maniera, anche Pericle poteva essere accusato di comportarsi in maniera eccessivamente despotica.

Pericle è un uomo a cui vengono riconosciuti i grandi meriti. Quindi in una democrazia come quella ateniese che dà grande spazio al merito e che, laddove riconosce il merito, consente a chiunque, indipendentemente dalla condizione sociale ed economica di partenza, di partecipare alla vita pubblica, chi ha più meriti può avere un ruolo di guida.

Naturalmente questo giudizio su Pericle è dato da Tucidide, che amava le democrazie “molto guidate”. Bisogna anche dire che nel momento in cui la tirannide diventa simbolica di esercizio brutale del potere, siccome è difficile che un esercizio concreto del potere possa essere sempre privo di elementi di brutalità, se si vuole affermare una certa concezione occorre in qualche misura inevitabilmente fare una certa pressione. Nella lucidità estrema che ha caratterizzato la riflessione politica greca, e in particolare quella dell’Atene democratica di V secolo, l’uso dell’immagine della tirannide di fatto è associato a quello della democrazia. L’esercizio della democrazia ateniese, infatti, conosce elementi di spregiudicatezza e di durezza che fanno sì che all’interno stesso del sistema venga riconosciuto che, essendo qualsiasi potere esercitato in maniera priva di scrupoli e crudele connotabile come una forma di tirannide, anche la democrazia, quando mette in atto questi comportamenti, diventa tirannica. Al punto che, soprattutto nella commedia, Atene viene assimilata alla Persia, ovvero al nemico despotico per eccellenza. Se il mondo greco ha lasciato una eredità imprescindibile al mondo occidentale, questa è la riflessione lucidissima sulla politica e sull’esercizio del potere, lo smascheramento e l’analisi spregiudicata delle forme costituzionali e non costituzionali e la complessità di tutto questo. Del resto, la parola “democrazia” nasce con una estrema complessità di significati già in origine e diventa sì esercizio del potere da parte della maggioranza popolare, ma anche esercizio spregiudicato e tirannico del potere stesso. C’è la capacità di vedere le cose da punti di vista diversi insieme e questa ambiguità è arrivata fino ai giorni nostri. Si pensi, ad esempio, alla Repubblica Democratica Tedesca.

Il teatro, lo sappiamo, nell’ambito della polis era un elemento cardine per l’autocoscienza della comunità, il naturale complemento dell’assemblea dei cittadini8. Nel teatro tragico, dunque, il tiranno viene messo in scena e nella commedia Atene stessa diventa tirannica.

Bisogna distinguere piani diversi. Il teatro tragico offre una formidabile presentazione di paradigmi su un piano più elevato rispetto alla commedia. Questa è anche la capacità che ha avuto il mondo greco di elaborare una serie di valori astratti e in certo senso assoluti. La forza della cultura greca è che a questa capacità di elaborare valori altissimi e insieme di problematizzarli si affianca una estrema concretezza, una capacità di non perdere mai di vista la realtà concreta, che è quella che più direttamente la commedia deforma e lascia intravedere. Dunque, vi è una dialettica tra gli elementi più astratti, ovvero come la democrazia dovrebbe essere, e la complessità del reale. Questa dialettica tra ciò che è in teoria e ciò che è in pratica i Greci l’hanno riconosciuta, tematizzata ed esplorata fino in fondo. Questo non significa che non credessero a quei valori, che non li prendessero sul serio: li hanno definiti in maniera straordinaria, ma hanno riconosciuto, anche in questo caso in maniera straordinaria, le difficoltà che tutto questo genera nel realizzarsi concretamente. C’è stato da parte loro il merito di definire alcuni concetti altissimi e c’è stata anche la consapevolezza della difficoltà di metterli in pratica. Il Pericle dell’Epitafio è anche quello del terzo discorso tucidideo che dice che Atene è città tirannica. Non è una contraddizione, ma una lucidissima presa d’atto della complessità del reale. I Greci hanno vissuto tragicamente questa dialettica.

Concluderei con una piccola provocazione. Negli ultimi anni si è assistito a un recupero, spesso piuttosto arbitrario, del mondo greco e di una serie di modelli greci per giustificare svariate posizioni politiche. Negli Stati Uniti, spesso, questo ambiguo “ritorno ai classici” ha visto coinvolte le cerchie conservatrici vicine al presidente…

I Greci sono stati straordinari creatori di miti potentissimi. Il mito è uno schema interpretativo, un racconto che spiega e interpreta. I Greci hanno avuto la capacità di creare dei miti che sono poi decontestualizzabili, che hanno una fortissima valenza simbolica, possono essere utilizzati in altri ambiti e hanno un potere di nobilitazione della situazione che viene presentata attraverso di essi. La ricezione della mitopoiesi greca è una conferma ulteriore della straordinaria vitalità di questa cultura. Quanto questo avvenga di proposito e a sproposito si può discutere, ma anche i Greci a volte applicavano i loro miti a sproposito. Quindi anche in questo, in una certa maniera, siamo allievi dei Greci.

1 E l’ambiguità nell’applicazione del termine “tiranno” a una figura politica si riscontra anche nel mondo romano; cfr. in questo numero U. Liviadotti, Superbi e sovversivi. Percezioni del tiranno nella Roma repubblicana.

2 Cfr. in questo numero A. Brambilla, Pisistrato e gli altri: la tirannide arcaica tra despotismo, moderazione e democrazia.

3 Tra i massimi esperti di Erodoto, di Pietro Vannicelli ricordiamo l’edizione commentata dei libri VII, VIII e IX delle Storie dell’autore di Alicarnasso, pubblicato per i tipi della Fondazione Lorenzo Valla. Tale interesse per Erodoto si è tradotto in articoli e monografie, tra le quali Erodoto e la storia del medio e alto arcaismo. Sparta, Tessaglia, Cirene, Roma, GEI, 1993, e Resistenza e intesa: studi sulle guerre persiane in Erodoto, Bari, Edipuglia, 2013.

4Thuc. II, 60-64.

5Su cui più di recente cfr. l’edizione a cura di Giulio Vallarino in C. Antonetti – S. De Vido, Iscrizioni Greche. Un’antologia, Roma, Carocci Editore, 2017, n. 27, 128-132.

6Thuc. I, 13.

7Thuc. I, 13.

8Cfr. l’intervista a Edith Hall nel numero di Leussein dal titolo Il teatro della democrazia (VIII.3 – 2015).


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Si è laureato in Storia greca presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano nel luglio del 2012, con una tesi dal titolo “Rappresentanza proporzionale e organizzazione militare negli ethne della Grecia classica”. È Dottore di ricerca in Storia antica presso l’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", con una tesi sulla nascita e lo sviluppo di formazioni militari d’élite nella Grecia classica, ed è stato Visiting Research Student presso il dipartimento di Storia dell'University College London (UCL). È Cultore della materia di Storia greca presso la facoltà di Lettere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Insegna presso scuole secondarie superiori di Milano e provincia.


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