Tirannie

Se Hannah Arendt in Le Origini del totalitarismo, [p. 631] descrive la tirannia come “un potere arbitrario, non frenato dal diritto, esercitato nell’interesse del governante e contrario agli interessi dei governati, da un lato; la paura come principio dell’azione, cioè paura del popolo da parte del governante e paura del governante da parte del popolo, dall’altro: queste sono state le caratteristiche della tirannide per tutta la nostra tradizione”, gli storici ci dicono che in verità la prima esperienza di rilievo ascrivibile con questo nome rivela un significato diverso e più complesso, perché Tiranno è anche colui che libera il popolo dal controllo dell’aristocrazia.

È il caso del polemarco Pisistrato, più volte tiranno di Atene (dal 561/560 al 556/555 e dal 546 (o 544) al 528/527 a.C.). Nonostante durante il suo dominio molti cittadini furono certamente privati di molte libertà civili e morali, si rivelò un politico dotato di una ‘weberiana’ lungimiranza ante literam e di grande abilità diplomatica. Vero riformatore divise il territorio per scopi fiscali e militari, e iniziò ad Atene la prima coniazione di monete. Adottò inoltre una politica espansionistica, affermando il dominio di Atene sulle isole dell’Egeo e sull’Ellesponto, mentre coltivò buone relazioni all’interno della penisola greca. Incentivò la piccola proprietà terriera a discapito dei latifondi, incrementò il commercio, favorendo così la crescita della classe mercantile, e favorì anche i ceti meno abbienti con l’esecuzione di un vasto piano di opere pubbliche, come la costruzione del tempio di Atena nell’acropoli. Inoltre, il suo governo segnò una tappa notevole nella storia edilizia della città e nello sviluppo dell’arte greca. Infatti è da ricordare la trascrizione su papiro dell’Iliade e dell’Odissea, per cui probabilmente è grazie al tiranno ateniese che i due poemi sono giunti fino a noi. Inoltre vennero istituite nuove feste religiose: le Dionisie, in onore del dio Dioniso, e le Panatenee. Anche le prime tragedie e commedie furono da lui commissionate, attraverso le istituzioni delle cosiddette liturgie che di fatto diedero avvio alla straordinaria esperienza teatrale di ‘Stato’.

Da un figura così complessa, cui non mancava la scaltrezza di escogitare stratagemmi politici per conquistare e riconquistare il potere (celebri sono le finte ferite per farsi assegnare un scorta di 300 opliti con cui di fatto occupò l’acropoli di Atene, o far passare per la dea Atena una altissima fanciulla portata su un carro per diffondere la voce che la dea stessa consigliava agli Ateniesi di richiamarlo in città), si può evincere che il Tiranno non è sempre foriero di sventure.

Del resto se la teoria del tirannicidio ha avuto una certa fortuna anche nel medio evo, nell’epoca moderna lo scambio di diritti per sicurezza e pace è diventato il modello di fondo di un contratto ‘tirannico’ che ha consentito all’uomo di uscire da uno stadio di guerra di religione permanente (Grozio – Hobbes). Tocqueville, invero, ci metteva in guardia sulla ‘Tirannia’ della maggioranza democratica, preannunciando il problema del populismo e oggi, in epoca globalizzata, con l’aumento esponenziale della complessità e dell’incertezza, la promessa di avere garantita una maggiore sicurezza al costo della cessione di una parte dei propri diritti sembra tornare in auge.

Sulla scia degli studi sul ‘Dispotismo oreitnale’ (Wittfogel), molti politologi intravedono l’esperienza partitica cinese come un nuovo modello di tirannia, che offre un progresso economico, sociale come contropartita alla rinuncia di alcune libertà fondamentali.

Alcune domande a questo punto sorgono spontanee:

Questo modello orientale non si sta forse espandendo anche verso ovest, investendo democrazie più o meno avanzate (dalla Cina all’America di Trump, dalla Turchia al Brasile, dall’Ungheria alla stessa Italia)?
La comunicazione politica nell’epoca del social media può essere regolamentata efficacemente senza cadere nella censura?
La democrazia in sé è compatibile con la finanziarizzazione dei mercati?
Anche Pisistrato, in un’epoca soggetta a enormi cambiamenti economici, sociali e politici, ebbe facile gioco nel conquistare il potere in un momento di forte conflittualità tra le poleis e all’interno della stessa Atene. Siamo anche noi allo stesso punto di svolta?

La globalizzazione non implica forse l’affermarsi di tante inarrestabili tirannie?


Leussein
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Leussein (nasce nel 2008) in greco antico significa vedere cose luminose che suscitano emozione forti (stupore, gioia o timore) ma anche vedere lontano e vedere per i primi il futuro. Secondo Bruno Snell, il suo significato è simile a quello del tedesco schauen che si ritrova nel Faust "saper guardare è la nostra missione". Anche il logo che abbiamo scelto allude ad un libero procedere in mare aperto sorretto però da uno sguardo attento e lungimirante, insieme alla convinzione che, come dice Hegel, “il mare libero rende libero lo spirito”.


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