Sugli aspetti psicologici e sociali del confinamento da Covid-19

Riassunto
L’articolo intente analizzare le conseguenze psicologiche evidenziate a seguito alla chiusura di tutte le attività commerciali, ricreative e culturali, scuola compresa, conseguenti alla pandemia da Covid-19 intercorsa tra il 2020 ed il 2021. L’isolamento e la condizione di reclusione nelle proprie case, cui la popolazione è stata sottoposta, può essere paragonata a quella dell’esiliato. Vengono evidenziate alcune reazioni psicologiche all’accaduto: dalla paura all’ansia, dalla depressione all’aggressività, fi-no al disturbo post traumatico da stress. Dopo i numerosi morti e una diffusa campagna vaccinale facoltativa e gratuita, lo Stato si è trovato ad affrontare le manifestazioni dei No Vax e di coloro che negavano l’esistenza stessa del virus. Il personale sanitario passava dall’essere considerato eroe ad essere oggetto di campagne aggressive e denigratorie.

Abstract
The article intends to analyze the psychological consequences highlighted following the closure of all commercial, recreational and cultural activities, including schools, resulting from the Covid-19 pandemic between 2020 and 2021. The isolation and the condition of confinement in their homes, to which the population has been subjected, can be compared to that of the exiled. Some psycholog-ical reactions to the event are highlighted: from fear to anxiety, from depression to aggression, up to post-traumatic stress disorder. After the numerous deaths and a widespread optional and free vac-cination campaign, the State found itself facing the manifestations of No Vaxes and those who de-nied the very existence of the virus. Healthcare personnel went from being considered heroes to be-ing the object of aggressive and smear campaigns.

Parole chiavi: Lockdown, pandemia, esilio, salute mentale
Key Words: Lockdown, pandemic, exile, mental health

Essendo nata negli anni ’60, ho sempre pensato di essere stata fortunata ad aver vissuto in un’epoca di pace tra i paesi europei e di grandi cambiamenti: dalla fine della guerra fredda alla caduta del mu-ro di Berlino, dall’entrata nel nuovo millennio ai due papi, sino allo stravolgimento che le nuove tec-nologie hanno prodotto nelle nostre vite, dai cellulari ad Internet. Mai avrei pensato di trovarmi im-mersa in una pandemia, che avevo studiato solo all’università su testi di Igiene e Microbiologia. Da febbraio 2020 ho capito che per molto tempo la vita non sarebbe stata come prima, e che non sareb-be andato tutto bene.
Forse a causa di un virus sfuggito da un laboratorio cinese, o forse a causa di un pangolino o di un pipistrello, non sappiamo esattamente cosa, è avvenuto uno “spillover”, ossia un salto di specie tra un coronavirus, il SARS-CoV-2/COVID-19, albergatore naturale e innocuo in alcune specie animali, che ha trovato improvvisamente ospitalità nelle cellule umane, e qui ha iniziato a replicarsi causando infezioni che si manifestano inizialmente con sintomi simil-influenzali, ma le cui conseguenze sono ben più gravi sia in termini di trasmissibilità che di mortalità. Iniziava così una crisi planetaria e an-tropologica che colpiva tutti gli ambiti dell’essere umano: dalla salute all’aspetto relazionale, familia-re ed economico.
Lo Stato Italiano si trovava impreparato ad affrontare questa nuova drammatica situazione. Con la leggerezza, e/o incuranza che a volte ci contraddistinguono, il nostro Ministero della Salute non ave-va un piano per contrastare un’epidemia, o meglio, quello in vigore risaliva al 2006 e si riferiva all’epidemia influenzale. Tale piano era stato ricopiato e riconfermato nel 2017 senza nessuna modi-fica. Così a pandemia scoppiata, la sanità tutta, ed in particolare il personale sanitario, erano stati colti di sorpresa: impreparati; senza idonei e sufficienti dispositivi di protezione individuale (DPI); senza farmaci efficaci; senza Linee Guida da seguire; senza un numero di posti letto adeguati in te-rapia intensiva; con la chiusura di interi reparti e attività ambulatoriali già programmate da tempo; senza luoghi idonei di degenza per persone in post acuzie, per supplire le quali venivano affittate in-tere strutture alberghiere. Ci sarebbe molto da aggiungere, ma vorrei solo sottolineare che, visto che da anni si pretende di regolamentare ogni atto medico con protocolli e EBM (Evidence Base Medi-cin), ossia medicina basata sull’evidenza, è solo grazie all’intuizione di una anestesista di Codogno (LO), la dott.ssa Annalisa Malara che, violando il protocollo e assumendosene la responsabilità, ha effettuato un test che le ha permesso di individuare il primo paziente positivo al Covid-19 e far scat-tare l’allerta su scala mondiale.
Partendo dalle regioni del nord, Lombardia e Veneto in testa, il Paese si è trovato improvvisamente nella morsa di un virus invisibile che si espandeva rapidamente mietendo vittime. L’Italia è stata la prima nazione europea, ed il primo Paese del mondo occidentale, ad aver identificato il virus che da molte settimane circolava in Cina, senza che venisse diramata alcuna allerta pandemica . Dalla gloria per aver isolato il virus, all’essere considerati gli untori d’Europa, il passo è stato breve. All’improvviso tutti fermi; il nostro spazio vitale si restringeva, mentre il tempo che bruciava l’istante, carpe diem dicevamo, ora si dilatava lasciandoci sospesi. Si presero allora decisioni politi-che che si possono riassumere nel provvedimento governativo #iorestoacasa, che facendo appello al senso di comunità e alla responsabilità individuale, sintetizza quella che fu l’indicazione principale rivolta alla popolazione. Pare che il 57,8 % degli italiani abbia accettato volontariamente questa limi-tazione della libertà personale in nome della tutela della salute collettiva .
Tutti chiusi in casa quindi; stop al lavoro in uffici ed aziende, sostituito, là dove si poteva, con il la-voro da casa, lo smart working. Stop alle scuole, ai bar, all’attività fisica, ai ristoranti, ai viaggi, a tut-te quelle occasioni di incontro e relazioni con altri esseri umani. Confinati tra le proprie mura dome-stiche. Esiliati in casa propria. Obbligo di indossare mascherine, mantenere la distanza da altre per-sone e soprattutto igiene delle mani. Nei primi giorni era palpabile una grande paura e una grande ansia che, se non altro, hanno avuto il merito di paralizzarci responsabilmente in casa proteggendoci; infatti è grazie a queste due emozioni se in un primo momento siamo riusciti a contenere il virus. Fuori si combatteva una guerra. C’era un nemico invisibile, e c’erano degli eroi, medici e infermieri, che ininterrottamente si prendevano cura delle persone che si ammalavano, ammalandosi e morendo loro stessi. Lo sforzo sostenuto dal personale sanitario era riconosciuto dalla popolazione, che gli tri-butava applausi, gli portava cibo, la sera li incitava dalle finestre dove sventolavano bandiere italia-ne. In realtà, per la popolazione, questo era un modo di esorcizzare la paura. Ma eravamo solo all’inizio dello stravolgimento della nostra quotidianità.
Come è accaduto per tutte le pandemie o epidemie che si sono succedute nel corso della storia, quando esse iniziano a manifestarsi gli esseri umani assumono comportamenti costanti. In passato molte persone erano convinte che la causa dell’insorgere delle epidemie fosse da ricercare in partico-lari congiunzioni astrali, o da attribuire ad una collera divina. Altri cercarono gli untori, i diffusori del contagio, che vennero individuati negli stranieri, nei marinai, nei pellegrini, negli ebrei, alimen-tando così quella xenofobia tipica degli eventi dei quali non si sa trovare una spiegazione. Pensiamo alla peste nera, avvenuta circa tra il 1347 e il 1351, che fu la causa di tantissime morti, più di un ter-zo degli europei, e alla scoperta del batterio Yersinia pestis o Pasteurella Pestis, che venne isolato so-lo nel 1894 . Questo batterio poteva essere trasmesso con l’inalazione di goccioline infette liberate dagli starnuti o dai colpi di tosse, ma anche dagli animali all’uomo attraverso il morso delle pulci.
Per secoli gli uomini di scienza cercarono una causa razionale, mentre nella popolazione prevaleva il pensiero di un castigo di origine soprannaturale. La medicina dei tempi antichi non seppe e non ave-va mezzi efficaci per contrastare le epidemie e, oggi come allora, il metodo più efficace fu l’isolamento degli infetti. Si cercava così di difendere l’interesse della comunità, sacrificando il sin-golo individuo. A questo proposito voglio ricordare alcune similitudini comportamentali con l’attuale pandemia. La prima che riguarda il distanziamento fisico, è la massima attribuita a Galeno: Cito, longe fugeas et tarde redeas, “Presto, fuggi lontano e torna tardi”, espressa in occasione dell’epidemia di vaiolo che aveva colpito Roma nel 167 d.C.. Tale esortazione divenne l’indicazione sanitaria principale anche nel medioevo, quando in occasione della peste nera si invitò la popolazio-ne ad evitare gli agglomerati urbani e stare alla larga dagli infetti. La seconda similitudine riguarda-no i DPI; abbiamo la rappresentazione del medico della peste che si difendeva dalle infezioni indos-sando lunghi cappotti di tela nera cerata, occhiali, cappello, guanti e sul naso una maschera con un grosso becco, pieno di profumi ed essenze aromatiche che agivano da filtro, impedendo al batterio, così pensavano, di raggiungere le vie aeree. Non ultimo, questi medici sono raffigurati anche con una verga in mano, usata per colpire e allontanare gli appestati che si avvicinavano troppo! Doveva-no mantenere le distanze.
Ho accennato al ruolo che la dimensione religiosa ha avuto nelle passate pandemie. Oltre ai temi del castigo divino, era presente anche la consapevolezza della transitorietà della vita terrena, e della condizione originaria dell’uomo, che è quella di essere fin dall’inizio un cacciato. In conseguenza di questo, siamo caduti in una dimensione in cui la materia si corrompe facendoci essere ciò che siamo, ossia degli esiliati. L’uomo è quindi un perenne esiliato, ed in quanto tale vulnerabile ed esposto. Il tema dell’esilio è sempre stato molto dibattuto in filosofia. Gli esistenzialisti credono che il carattere proprio dell’uomo sia la “gettatezza”, l’essere gettati in questo mondo, il Geworfenheit, di heidegge-riana memoria. Ma a differenza degli gnostici moderni che pensano di essere stati gettati dal nulla, gli gnostici antichi sapevano o credevano di sapere che qui, in questo mondo, li avesse gettati Dio . Se l’uomo medievale trovava forza nella fede, ora, dice Frugoni, abbiamo fede nella scienza, ma siamo più sconsolati. Credere significa avere meno paura . Tra i cittadini, all’inizio della pandemia, la paura e il sentirsi isolati sono stati i sentimenti prevalenti. Il carattere peculiare di questa pandemia è che siamo stati esiliati senza essere andati lontani, senza esserci mossi. Espulsi dalle nostre routine e confinati ciascuno in casa propria.

Dell’esilio del XXI° secolo
La condizione nella quale ci siamo trovati e nella quale ancora ci troviamo è per alcuni versi parago-nabile a quella dell’esilio. Tradizionalmente con questo termine, exilium (ex-solum, fuori dal territo-rio), si indicano situazioni nelle quale molti intellettuali o persone in fuga da un regime o da un am-biente ostile, devono lasciare la loro terra e ritirarsi a vivere “al confino” della propria patria, dal pro-prio luogo di vita, per stare in un domicilio coatto. Ciò significa lasciare la famiglia, vivere in soffe-renza, marginalità, malinconia, abbandono. Sradicati dalle personali abitudini e soprattutto lontani dagli affetti più cari. L’esule è quindi colui che si trova in esilio, segregato allontanato dalla propria terra. Per i Greci questa era la condanna più atroce che si potesse infliggere a una persona, che, tro-vandosi nella condizione di esiliato, perdeva la sua identità e cittadinanza. Analogalmente per i Ro-mani, perdere la cittadinanza equivaleva a non essere più riconosciuto cives romano e quindi perdere la propria libertà e identità.
In questi mesi trascorsi con il Covid-19, quando ci è stato proibito uscire da casa e non potevamo superare i confini del proprio comune, della propria provincia, regione e poi nazione, ci siamo sentiti tutti un po’ esiliati. Abbiamo provato la sensazione che il nostro spazio vitale si fosse improvvisa-mente ristretto entro le nostre mura domestiche. Una barriera questa, che ci separava dal mondo pro-teggendoci dal virus. Una distanza fisica, oltre che psicologica, contrassegnata anche dall’obbligo di indossare guanti e mascherina, senza le quali non potevamo uscire. In questa situazione di isolamen-to, “distanziamento sociale” lo hanno chiamato, mentre non eravamo più liberi di spostarci come vo-levamo, è prevalso un sentimento di solidarietà nazionale verso i più fragili e indifesi, così ci siamo sorpresi ad aiutare gli altri lasciando davanti alla loro casa o sulla loro finestra cibo, medicine e tutto ciò di cui avevano bisogno. Lo abbiamo fatto rispettando la distanza, mantenendo una barriera.
Le barriere possono avere un significato ambivalente; ciò che non si può superare, oppure la linea da cui partire per andare oltre. I latini infatti avevano due parole per delineare il confine: limes e limen. Con limes si indicava un sentiero o pietre che delimitavano un campo, una proprietà; in altre parole una frontiera fortificata e invalicabile. Limen invece è un termine che delinea una soglia, una linea di partenza; quindi un’apertura. Nel nostro caso di confinati da Covid-19 possiamo intendere il limes come una barriera che mi protegge ma anche come un impedimento alla vita sociale e comunitaria, alla circolazione, al movimento. Il limen invece è silenzio, raccoglimento, crescita interiore, possibili-tà di esplorare nuovi territori. In altre parole, stare in una condizione di esilio può determinare un di-sorientamento, oppure essere un’occasione di crescita e creatività. Pensiamo al rapporto privilegiato tra l’intellettuale esiliato e la sua produzione artistica e culturale. Possiamo quindi dire che lo stare mesi chiusi in casa è stato per alcuni una prigionia e per altri un periodo di tempo ritrovato e produt-tivo. In ambedue le situazioni, quando l’isolamento si protrae a lungo, stanca.
La mia attenzione è rivolta a chi, ed è la maggioranza della popolazione, si è sentito e si sente ingab-biato all’interno delle quattro mura domestiche. Stare da una parte o dall’altra del limite è un eserci-zio che può risultare molto faticoso, specie se te lo hanno imposto e non c’è una alternativa, ed in particolar modo se sei un giovane adolescente e vivi questo limite come una barriera che ostacola la tua libertà di vivere il tuo tempo con i tuoi pari. Come già accennato, difronte ad un evento così sconvolgente, imprevisto e imprevedibile, il primo sentimento che ha travolto la popolazione è stata la paura. Paura dell’ignoto, di qualche cosa di invisibile che poteva essere involontariamente veicola-to all’altro e dall’altro, inteso come il tuo prossimo, il tuo vicino, il tuo familiare. Cresceva anche l’ansia, che in alcuni casi è diventata terrore, ed i primi a farne le spese sono stati gli anziani, accer-chiati dalla paura del contagio da un lato e dalla solitudine imposta dall’altra. A questo si aggiunge-va il fatto che il bollettino giornaliero della conta dei morti registrava una netta maggioranza di per-sone anziane rispetto alla popolazione generale. Prima di continuare vorrei rilevare la differenza tra isolamento e solitudine: l’isolamento è proprio di chi si trova oggettivamente senza possibilità di in-terazioni sociali, mentre la solitudine è una sensazione soggettiva patita da chi avverte la mancanza di rapporti interpersonali significativi. In altre parole, ci si può sentire soli in mezzo a una folla, o es-sere isolati senza sentirsi soli. Per molti anziani è stata vera solitudine, aggravata per alcuni dal fatto di trovarsi in Residenze Sanitarie Assistite (RSA), le più colpite dal virus e per queste isolate dal contatto esterno con i familiari.
Tra le prime immagini che ricordiamo del Covid-19, c’è quella dei malati prelevati dalle ambulanze nelle proprie case cui non faranno più ritorno. Persone che moriranno sole, senza il conforto dei loro cari. Corpi non più visti, ne toccati, ne salutati dai parenti. Senza funerale. Salme che giacevano in attesa di essere bruciate in cimiteri anonimi, lontani da casa. Sì, perché il Covid-19 ha ingabbiato an-che le procedure-liturgie della morte. Come avviene per ogni epidemia, per evitare che il contagio si propaghi attraverso le salme, queste vengono bruciate, ma a causa dell’alto numero dei decessi, le agenzie funebri non erano in grado di smaltire il servizio in tempi brevi. Così, su camion militari le bare venivano trasportate in cimiteri fuori regione per essere incenerite e inumate spesso all’insaputa dei familiari. Se metaforicamente, il confine tra la vita e la morte è una questione di frontiere, i suoi presidi, con il Covid-19, anziché da ministri del sacro, sono stati gestiti da scienziati e personale me-dico-infermieristico .
La paura si fa angoscia, specie se si ha una patologia pregressa o un’età avanzata. Le immagini delle bare che lasciano i cimiteri su camion militari hanno scosso le nostre coscienze e ci ricordano che la morte è un evento vicino e quotidiano. Un dramma acuito dall’improvviso collasso del sistema sani-tario. Ai medici, stremati dal lavoro e dai mancati riposi, venne chiesto di prendere decisioni etica-mente discutibili: nel fornire assistenza medica devono stabilire delle priorità, devono decidere a chi dare la precedenza. In altre parole, devono decidere chi vive e chi muore. Queste tematiche etiche e deontologiche sono emerse a seguito delle Raccomandazioni Covid-19 rivolte agli anestesisti e ria-nimatori durante la prima emergenza, quando si cercavano posti letto in Terapia Intensiva e respira-tori. A marzo 2020 infatti viene infatti pubblicato il documento della Siaarti (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), nel quale si legge che in caso di saturazione delle Terapie Intensive potrebbe essere necessario porre un limite di età all’ingresso in Terapia Inten-siva. Si invitavano quindi gli anestesisti e rianimatori a compiere scelte non di valore, sostennero, ma di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone (!). Tali indicazioni indignarono l’opinione pubblica; tra i primi ad insorgere la Federazione degli Ordini dei Medici ed il Consiglio Nazionale di Bioetica .
Ho in precedenza menzionato all’assenza di un piano pandemico aggiornato. Ad inizio gennaio 2021 venne indetta una conferenza Stato-Regioni allo scopo di aggiornare questo piano. Nonostante lo sdegno generale causato dalle precedenti raccomandazioni della Siaarti, esce una prima Bozza dei lavori nella quale si leggeva che, a scarsità di risorse, i trattamenti dovrebbero essere destinati “ai pa-zienti che hanno maggiore possibilità di trarne benefici”. A seguito della nuova irritazione generale la prima Bozza venne rivista, ed il 28 gennaio 2021 le Regioni approvano il piano pandemico per il triennio 2021-2023, all’interno del quale si parla di pandemia influenzale, ma l’occhio è rivolto al co-ronavirus. In questa versione si invitano i sanitari a valutare in base ai criteri di urgenza, gravità ed efficacia terapeutica, nel rispetto di etica e deontologia professionale .
Se avessero preso alla lettera le Raccomandazioni iniziali, si sarebbero dovuti scartare dalle cure tutti coloro che pensavano non potessero farcela. Ma il “principio dello scarto” non è contemplato in me-dicina. Precedenza comunque ai giovani, a coloro che non hanno altre patologie in corso e che hanno maggiore probabilità di sopravvivere. Come dire: non perdete tempo con gli anziani, molti dei quali in effetti si vedranno negare le cure ospedaliere e moriranno soli a casa o in RSA. Non a caso si è parlato di “strage degli anziani”. I più fragili sono stati sacrificati. Ma aggiungerei i più fragili appar-tenenti alle classi sociali medio basse, perché mentre per loro non si trovava un posto letto, molti per-sonaggi pubblici, anche quelli che minimizzavano la gravità della pandemia in corso, quando si am-malavano venivano subito ricoverati. Il paradosso è che coloro che con la tassazione del proprio la-voro hanno contribuito alla realizzazione del sistema sanitario nazionale, i pensionati, al momento del bisogno si sono visti escludere dalle cure. C’è da chiedersi allora quanto valga la vita di un an-ziano .
A proposito di costi, ho già accennato all’enorme impatto che l’epidemia ha avuto sulle strutture sa-nitarie, soprattutto quelle ospedaliere che hanno dovuto ridefinire la loro macchina organizzativa e quindi anche il loro investimento economico. Si sono dovuti rivedere gli spazi, le risorse in essere e quelle necessarie. Si sono dovute acquistare nuove apparecchiature e DPI. Ora possiamo chiederci: esistono delle evidenze economiche in riferimento al costo di gestione ospedaliera di un paziente Covid-19? Un’analisi portata avanti da Healthcare Datascience Lab (HD-LAB) dell’Università Car-lo Cattaneo – LIUC di Castellanza, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Nazionale SS. An-tonio e Biagio e C. Arrigo di Alessandria e l’Associazione Ingegneri Gestionali in Sanità (In.Ge.San.) , ha stabilito che un paziente Covid costa dai 9 ai 22 mila euro, cui vanno aggiunti cir-ca 500 mila euro che l’ospedale ha speso per DPI, C-PAP, ventilatori ecc… Nello studio i ricercatori hanno considerato il costo delle risorse umane coinvolte nell’assistenza, le apparecchiature e DPI uti-lizzati, le prestazioni di laboratorio, le prestazioni diagnostiche, i farmaci somministrati, i servizi di pulizia e i pasti. Le conclusioni cui sono giunti sono le seguenti: per una degenza a “bassa intensità” di cure, ossia un posto letto tradizionale, senza ventilazione invasiva, giornalmente si spendono 427,77 Euro; per una “complessità media”, ossia pazienti in terapia sub-intensiva con ventilazione non intensiva, il costo è di 582,38 Euro, mentre per pazienti che necessitano di un’ “alta intensità” di cure e assistenza, ossia che necessitano di ventilazione artificiale, il costo è di 1.278,50 Euro. La du-rata media di ospedalizzazione è stata calcolata in 19,41 giorni.
Per coloro che hanno contratto il coronavirus, non sono da dimenticare gli effetti a lungo termine della malattia, tanto da far pensare ad una sindrome “post Covid-19”, caratterizzata da stanchezza estrema (astenia), tosse, difficoltà respiratorie, aritmie, mal di testa, intolleranza al movimento fisico. Questa sintomatologia designa quella che viene anche chiamata “condizione long-Covid”. Alla base dell’astenia potrebbe contribuire non solo l’impatto organico della malattia, ma anche l’incidenza che la malattia ha avuto sul morale, sulla motivazione, sull’aspetto cognitivo dovuti al ricovero, all’isolamento, alla drammaticità dell’esperienza. Molti pazienti lamentano anche una difficoltà a pensare con chiarezza, una sorta di nebbia nel cervello che offusca la memoria . Inoltre, per quanto riguarda i disturbi psichiatrici, pare che la metà dei contagiati manifesti un’incidenza del 42%, di an-sia o insonnia; il 28% di disturbo post traumatico da stress; il 20% di disturbo ossessivo-compulsivo, mentre il 32% sviluppa sintomi depressivi, con un’incidenza fino a cinque volte superiore rispetto al-la popolazione generale. Anche chi non è colpito direttamente dal Covid è ad alto rischio di depres-sione, in quanto le fragilità sanitarie, emotive e sociali moltiplicano le conseguenze sul benessere psi-cofisico .
La presenza del Covid ha fatto riemergere molte problematiche inerenti la gestione della medicina; in particolare ha richiamato l’attenzione sul fatto che oltre all’aspetto clinico-individuale esiste anche un aspetto sociale e comunitario della scienza medica, che negli ultimi anni sembrava scomparso dal-le agende politico-sanitarie. Questi due aspetti, clinico e sociale, sono inscindibili, e quindi la medi-cina non può non essere politica, visto il grande impatto che ha sull’economia . Inoltre essa deve occuparsi anche del rispetto dell’ambiente, della biodiversità, della vivibilità del mondo per le future generazioni. Per questo la medicina deve recuperare una vocazione antropologia e sociale, e una di-mensione etica e politica. La “sicurezza umana” è garantita dalla sicurezza sanitaria, ma anche da quella economica, alimentare, ambientale, personale, comunitaria e politica. Per questo in un rappor-to del 2010, l’OMS sottolinea l’impatto multidimensionale e transnazionale delle minacce sanitarie, riafferma l’approccio integrato che caratterizza la sicurezza umana, e fa risaltare l’interconnessione e l’interdipendenza tra salute pubblica, sicurezza e diritti umani .
Si sa che anche gli aspetti socio economici interagiscono con lo stato di salute delle persone. Anche il Covid-19 ha inciso con maggior virulenza sulle persone più vulnerabili, già provate da altre malat-tie ed emarginate. Per questo alcuni autori hanno proposto di parlare non di pandemia da Covid-19 ma di “sindemia”. Questo termine, dal greco συν (insieme) e δήμος (popolo), con sottinteso νόσημα (patologia), venne coniato negli anni ’90 dal medico e antropologo americano Merril Singer, per de-scrivere l’interazione tra l’AIDS e la tubercolosi. Il carattere distintivo di una sindemia è in effetti la presenza di due o più patologie concomitanti, che interagiscono negativamente, influenzando sfavo-revolmente il corso specifico di ciascuna e aumentano la vulnerabilità. Ciò anche in conseguenza di una ineguaglianza sociale e di una difficoltà all’accesso alle cure. Tale concetto è stato ripreso da Ri-chard Horton in un Editoriale sulla rivista The Lancet , il quale pone al centro dell’attenzione l’interazione tra l’infezione da Covid-19 e le patologie croniche quali il diabete, l’obesità, le malattie cardiovascolari ecc… sottolineando come il Covid -19 peggiori le patologie croniche e le patologie croniche peggiorino il decorso del Covid-19. È indubbio che disuguaglianze sociali condizionino lo sviluppo di alcune patologie e l’accesso alle cure.

La scuola online
A mano a mano che il tempo passava, si capiva che il confinamento sarebbe durato a lungo, e che questo avrebbe intaccato non solo il tessuto sociale ma anche quello economico e produttivo. Ab-biamo compreso che le nostre vite sono interdipendenti a quelle degli altri e che isolati non siamo nessuno. Sì perché il confine, cum-finis, non è solo ciò che ci delimita, è anche un “cum”, ossia con un altro, mentre “finis” è si la fine, ma anche il fine. In entrambi i casi indica una relazione con qual-cosa o qualcuno. Ho accennato alla frustrazione dei giovani che hanno visto limitate le loro libertà e occasioni di socialità, ma che soprattutto a seguito della chiusura delle scuole, si sono visti preclude-re la possibilità di condividere un percorso scolastico educativo, sostituito dalla didattica a distanza (DAD) che supplisce ma non basta, anzi ha aumentato le disuguaglianze.
Ad inizio pandemia una famiglia su cinque era priva di connessione Internet, e quindi i loro figli di fatto espulsi dall’apprendimento. Inoltre pare che la DAD sia stata utilizzata in prevalenza utilizzan-do tablet e pc (77%), ma nel 20% dei casi utilizzando un comune smartphone . Poveri occhi! Con modalità online si sono svolte lezioni, interrogazioni, verifiche, esami e tesi di laurea. Svolgendosi in ambiente domestico, spesso disturbante, il 45% dei ragazzi in DAD ha mostrato una scarsa capacità di attenzione, un deficit di apprendimento, nonché una propensione all’abbandono scolastico . Inol-tre, molti studenti universitari fuori sede sono tornati a casa e si sono iscritti all’Ateneo più vicino, rinunciando non solo a corsi di laurea più prestigiosi in altre città, ma anche a tutte quelle occasioni di incontro, amicizie, opportunità e relazioni, che la vita universitaria offre. La DAD ha demotivato i ragazzi e per questo è necessario garantire la scuola in presenza. Nei processi formativi e di appren-dimento la circolazione delle idee ha bisogno di relazioni personali; lo scambio delle esperienze si realizza solo in presenza.
L’Italia è il paese che ha mantenuto più a lungo le scuole chiuse. Sappiamo che non è la scuola di per sé a diffondere il virus, ma l’ambiente extrascolastico. La maggior parte dei contagi avviene in luo-ghi affollati, identificati come “super diffusori”, quali palestre, bar, ristoranti. La scuola non è tra questi, ma sicuramente il trasporto e l’affollamento di studenti e pendolari sui mezzi pubblici nelle ora di punta può favorire il contagio. Il treno, l’autobus, la metropolitana sono però territori extra-scolastici. Si è preferito comunque dare priorità alle attività economiche e chiudere le scuole, consi-derandole di fatto un ramo secondario della società. “La scuola è prima di tutto educazione alla cit-tadinanza. Non c’è ristoro che tenga per il vuoto di apprendimento che sopportano le ragazze e ra-gazzi cui è stata sottratta una quota delle loro vite sociali. Sono danni che non si riparano. […] Il be-nessere futuro, la qualità della cittadinanza, dipendono essenzialmente dalla nostra capacità di mi-gliorare istruzione e formazione. Senza capitale umano di qualità non vi è neanche cittadinanza atti-va e responsabile, e nemmeno una classe dirigente all’altezza delle sfide del mondo, dopo la pande-mia, assai diverso” .
Dalla DAD alle riunioni virtuali, le video chiamate hanno sostituito gli incontri di persona. La piatta-forma ZOOM che nel dicembre 2019 aveva 10 milioni di partecipanti a riunioni giornaliere, ad aprile 2020 contava 300 milioni di partecipanti . Per Jeffrey Hall, docente dell’Università del Kansas, esi-ste una vera e propria fatica mentale e fisica da ZOOM . Ciò che renderebbe estenuante i ritrovi in video sarebbe la mancanza di sintonia tra le menti, riunite in video conferenza, mentre i loro corpi no. In altre parole, quello che manca è la possibilità di codificare il linguaggio non verbale, dai gesti delle mani, alla postura, alle micro espressioni del viso. Il cervello è costretto a sforzarsi e concen-trarsi molto sull’ascolto. Bisogna poi mantenere lo sguardo sullo schermo per non essere scortesi e dare l’impressione di essere disattenti. Piccoli intoppi di connessione potrebbero poi inceppare la comunicazione e farci risultare poco empatici.
A proposito dell’empatia, dobbiamo specificare che questa è una condizione, più che un sentimento. C’è empatia se io e te siamo nello stesso stato. Quando io soffro e vedo te soffrire, nel nostro cervel-lo si attivano le medesime aree. Se sento che a causa del Covid sono decedute migliaia di persone, nel mio cervello non accade la stessa cosa di quando le vedo accadere. Possiamo quindi distinguere un’“empatia cognitiva”, so che sono morte molte persone per il coronavirus e basta, da un’“empatia emotiva”, che si manifesta quando collegando sensi e sentimenti, vedo qualcuno che soffre. Su ZOOM o su qualsiasi altra piattaforma noi operiamo più cognitivamente che emotivamente perché non abbiamo un contatto immediato, una prossimità. Pare che solo il 20% della nostra relazione in-terpersonale passi attraverso la voce. Tutto il resto sono emozioni, gesti . Ecco perché è importante la scuola in presenza, così come riprendere tutte le attività dal vivo.
Il distanziamento è una cosa innaturale. Soprattutto i giovani hanno bisogno di relazionarsi ed esprimersi anche fisicamente, perché è attraverso la carne (Körper) che il nostro corpo si fa Leib, os-sia si imprime di affetti, abitudini, pensieri, imitazioni che contribuiranno a costituire la nostra identi-tà. E per fare questo abbiamo bisogno di stare con l’altro, vederlo, toccarlo, condividerne idee, spe-ranze, gioie, delusioni e dolori. È difficile rinunciare a vivere la socialità. Per i ragazzi le privazioni sono state molte ed intense. Non è stata solo una pausa, ma la sottrazione di parte dell’identità anco-ra in costruzione. Da un’indagine condotta dal Centro Studi del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop), i cui risultati sono stati presentati in Parlamento a febbraio 2021, emerge che a causa dell’impossibilità della scuola in presenza, agli studenti italiani sono mancati: lo stare insieme ai compagni di classe (75%), la possibilità di studiare insieme (45%), la maggiore interazione durante le lezioni (38%) e il confronto con gli insegnanti (31%) . Sembra inoltre che al 21 gennaio 2021 a seguire le lezioni a distanza fosse l’86% degli studenti intervistati, contro il 99% del periodo marzo-aprile 2020.
Tra gli “effetti collaterali” del lockdown, in molte persone si segnala l’aumento di peso, che alcuni non esitano a definire Coviobesity, legato all’inattività fisica e ad una alimentazione sregolata. A questo fenomeno sedentario ha sicuramente contribuito la chiusura delle palestre e della attività sportive, così come la DAD e le ore passate davanti ai video giochi. Inoltre, dall’indagine Cov-Habits dell’Ordine degli psicologi del Lazio sui cambiamenti avvenuti durante il lockdown, è emer-so che molti giovani si sono avvicinati alla pornografia online. “Attenzione, dice la sessuologa, ai da-ti sui giovani tra i 18 e 30 anni: aumenta l’uso delle applicazioni di dating come ricerca di partner, della pornografia online (+ 8,1%) e del sexting, cioè l’invio di messaggio o video a sfondo sessuale (7,5%)” . Pare inoltre che durante il primo, lockdown il revenge porn, detto anche pornografia non consensuale, ossia la condivisione di immagini o video intimi postati per vendetta, sia aumentata del 70%. Tra gli adulti non sono mancati comportamenti disfunzionali all’interno delle relazioni di cop-pia, rese fragili dal confinamento coatto in piccoli appartamenti, magari con i figli a casa da scuola. Sono aumentate le aggressioni e le violenze di genere, così come più del doppio sono aumentate le richieste di aiuto al numero 1522, il telefono Anti Violenza e Stalking promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità. Triplicate anche le richieste di divorzio o separazione.

Reazioni psicologiche da confinamento
Le nostre emozioni-reazioni all’isolamento protratto sono state diverse. Nella fase di confinamento, che abbiamo imparato a conoscere come lockdown, le classi meno abbienti, ed il ceto medio impove-rito, sono quelli che hanno sofferto di più. Avere ampi spazi in cui vivere o abitare in piccoli appar-tamenti, in spazi ristretti, non è la stessa cosa. Stare in smart working con i figli che girano per casa non è come uscire ed andare fisicamente al lavoro. Alla fine del primo confinamento il ritorno alla normalità si è dimostrato più difficile del previsto. Ci si è trovati in un tempo “diverso”, perché ri-chiedeva comportamenti cui non eravamo abituati. Per David Lazzari, presidente del Cnop, difronte alla necessità di indossare le mascherine e tenere le distanze si sono individuate tre tipologie di per-sone: il “timoroso”, che ha paura a rimettersi in gioco e arriva a forme d’ansia molto accentuate; lo “spericolato”, che nega il problema ed è pericoloso per gli altri; quello che cerca di trovare un equili-brio tra bisogno di socialità e la prudenza indispensabile .
Per Pierluigi Battista, mentre finiva il primo lockdown, si allentavano le restrizioni e la libertà pren-deva il sopravvento sulla clausura, si fronteggiavano due partiti psicologici: quello della “paura di morire” contro quello dell’incontenibile “voglia di vivere”, quest’ultima soprattutto tra i giovani . Se il primo ha paura delle riaperture, deplora l’ansia di libertà, vorrebbe gli anziani perennemente in quarantena, si affida molto a ciò che dicono i virologi sostenendo che il ritorno del virus sarà deva-stante, il partito della voglia di vivere protesta per le misure troppo restrittive e pensa che siamo sull’orlo di una dittatura sanitaria e autoritaria. Le linee dei due partiti a volte si confondono, in cia-scuno di noi infatti convivono due atteggiamenti opposti, la paura si mescola alla voglia di libertà. Alla luce di quello che è accaduto dopo l’estate 2020, dobbiamo dare ragione al partito della paura di morire. Se per ciò che si è verificato non possiamo imputare una colpa all’esuberanza, alla voglia di vivere e di socializzare dei giovani, ad alcuni politici e amministratori irresponsabili sì.
Ad un anno dallo scoppio della pandemia si sono individuati due atteggiamenti/comportamenti di-versi tra la prima e la seconda fase del nostro isolamento. Mentre nella prima fase prevaleva la paura del contagio e un’ansia generalizzata, successivamente e soprattutto per chi era in attesa di ricevere i risultati del tampone, si è vissuta un’ansia da sospensione del tempo, un’ansia “da limbo”, come l’ha chiamata qualcuno per descrivere l’incertezza di chi era in attesa di fare un tampone o attendeva i risultati del tampone, oppure doveva mettersi o terminare la quarantena . Lo stare fra “color che son sospesi” aumentava il malessere psichico favorendo difficoltà di concentrazione, spaesamento, di-sturbi del sonno. Per le persone che già soffrivano di disturbi psicopatologici, con la pandemia i loro sintomi si sono amplificati. Il tempo sembra interminabile, dilatato, e l’attesa infinita. Difronte a questa incertezza c’è chi assume un atteggiamento rinunciatario, altri appaiono insofferenti e aggres-sivi, e altri ancora non rispettano le limitazioni vivendo come se non fosse in corso alcuna pandemia.
Numerose ricerche concordano nel segnalare, dopo il lockdown, un aumento delle diagnosi di di-sturbo post traumatico da stress. Aumentando i contagi e le restrizioni, da non sottovalutare la co-siddetta “sindrome da accerchiamento”. Ci si sente accerchiati dal virus e dalle misure per contener-lo, dalla paura di ammalarsi e di non poter andare in ospedale. Tali paure hanno cambiato anche il nostro atteggiamento emotivo, ora non più solidale. Sembra che in questa seconda ondata dell’epidemia la maggior parte dei contagi avvenga all’interno della famiglia o nella stretta rete di conoscenti. Dato l’alto numero di asintomatici, è molto probabile che il virus si diffonda tra le mura domestiche. Molte persone guarite dal Covid hanno subìto delle perdite in famiglia. Coloro che pen-sano di aver infettato un familiare o un parente, possono sentirsi in colpa, tendere ad autocolpevoliz-zarsi, al rimorso e al rammarico, sentimenti questi che possono innescare una vera e propria sindrome depressiva. In loro il senso di colpa può derivare, oltre che dall’idea di essere responsabili del conta-gio, anche dal fatto di non potersi occupare direttamente del familiare ammalato .
Probabilmente questi sentimenti si comprendono anche alla luce delle campagne di prevenzione del-la diffusione del virus, che ha fatto leva sui comportamenti e sulla responsabilità del singolo indivi-duo; da qui il sentirsi colpevole. Ma potrebbe anche accader il contrario, ossia che siano gli altri ad adottare comportamenti espulsivi e di isolamento nei confronti di chi è infetto. Questo avviene spe-cialmente sui posti di lavoro. Nelle scuole poi, quando viene data la notizia di una positività al Co-vid, vengono attuate dinamiche molto aggressive ed espulsive nei confronti di chi si ammala e sarà inevitabile che il soggetto possa sentirsi in colpa per aver messo a rischio o in quarantena un’intera classe. C’è anche chi esprime una forma particolare del senso di colpa, che è la “sindrome del so-pravvissuto”, tipica di chi sopravvive ad un evento traumatico, come lo è stato per molti ebrei so-pravvissuti ai campi di concentramento e pensano di non essere degni di questo privilegio .
Nella fase del secondo lockdown sono prevalsi nella popolazione, ma soprattutto tra i giovani, un senso noia, di frustrazione e intolleranza che spesso hanno generano violenza. La violenza diventa un mezzo di riconoscimento, l’unico modo di farsi sentire. Da Gallarate a Benevento, passando per Siena, Roma, Cagliari, si sono moltiplicate maxi risse di adolescenti pronti a sfidarsi a colpi di mazze e catene. I motivi non sono mai chiari, ma complice il tam tam dei social, i giovani si assembrano in ritrovi abusivi, si rincorrono, si sfidano, si picchiano. Esprimono così la loro voglia di ribellione, di farsi sentire, di apparire, di uscire dall’ombra. Voglia di trasgressione dei limiti e delle regole, pronti ad esplodere.
Per gli anziani, sempre più soli e depressi, specie quelli in RSA che da mesi non potevano vedere un familiare se non in videochiamata, o che si sentivano abbandonati in istituito, ci si è inventati la “stanza degli abbracci”. Separati da pareti di cellophane o plastica, introducendo le braccia in appo-siti manichetti si possono abbracciare il propri cari ed essere riabbracciati. A detta del personale che li assiste, l’abbraccio, seppur mediato da una barriera di plastica, ha notevolmente migliorato l’umore e la voglia di vivere degli anziani. Sanno di non essere stati dimenticati e messi in disparte.

Organizzazione dei servizi ed evidenze cliniche
Abbiamo già accennato ad alcuni disturbi della sfera psichica insorti durante la quarantena ed il con-finamento, per i quali rimando alla review del ricercatori del King’s College di Londra . Non è escluso che l’essere stati giornalmente incollati al televisore o ad altri media in attesa dei dati della Protezione Civile che rendicontava sul numero dei contagi e dei morti che dilagavano, ed il sottoli-neare continuamente la difficoltà del sistema sanitario impreparato ad affrontare questa sfida, pos-sano aver contribuito ad aggravare le condizioni di insicurezza e di malessere psichico. Gli esperti dicono che alcuni di questi disturbi persisteranno anche dopo la fine della pandemia e temono un aumento dei suicidi . In Italia si stima che il 41% della popolazione sia a rischio salute mentale .
Sappiamo che in questi mesi molti ambulatori sono stati chiusi e molti interventi considerati non ur-genti sono stati rinviati a data da destinarsi, incrementando così a dismisura, oltre che le lista d’attesa, gli affari della sanità privata che non ha mai smesso di offrire prestazioni specialistiche. Ma come hanno risposto i servizi deputati alla salute mentale dei cittadini? Per Eugenio Borgna, la terri-torializzazione della medicina ha consentito alla Germania e alla Francia di reagire con più immedia-tezza alla pandemia rispetto all’Italia, dove l’orientamento dominante nell’organizzazione dei servizi è stato quello della centralizzazione ospedaliera. A suo parere, da noi la risposta migliore è stata quella della psichiatria che, grazie alla rivoluzione basagliana, ha una organizzazione territoriale .
Vediamo come ci siamo organizzati. Ad aprile 2020 l’Italia recepiva le indicazioni pratiche del Mini-stero della Salute, elaborate tenendo conto delle indicazioni dell’OMS, “Guida Covid-19”, che indi-cava tra i servizi essenziali da garantire alla popolazione quelli per la salute mentale. Nella premessa di queste indicazioni si legge che le persone con disturbi psichiatrici sono generalmente più suscetti-bili alle infezioni, per diversi motivi, tra i quali citava le malattie respiratorie conseguenti all’alto tas-so di tabagismo. Maggiore è anche la loro suscettibilità allo stress emotivo, quindi a rischio di rica-dute o peggioramento di condizioni mentali già esistenti; “è pertanto un impegno di carattere etico, oltre che una responsabilità di sanità pubblica mantenere la funzionalità della rete dei servizi territo-riali, soprattutto quelli rivolti alle persone più fragili (persone con sofferenza psichica, con disabilità, con malattie a decorso protratto)” .
La Società Italiana di Psichiatria (SIP) riferisce che durante la prima ondata della pandemia siano stati chiusi il 20% dei Centri Ambulatoriali, mentre il 25% ha ridotto gli orari di accesso. Le visite psichiatriche programmate sia a domicilio che nei centri, sono state garantite solo per i pazienti più gravi. Molti sono stati i colloqui a distanza. A causa della conversione in unità per pazienti Covid, in SPDC il numero dei posti letto è diminuito del 12%, mentre i ricoveri sono diminuiti dell’87%. Vengono confermate l’aumento delle diagnosi di depressione, ansia e sindrome post-traumatica da stress, non solo tra i guariti dal Covid, ma anche nei loro familiari, ed in coloro che si trovano a vive-re in condizioni radicalmente diverse rispetto ad un anno fa . Sembra inoltre che durante i periodi di acuzie della pandemia gli italiani abbiano consumato più ansiolitici .
A fronte di una parziale soddisfazione per essere riusciti a mantenere aperte le strutture deputate alla salute mentale, c’è anche chi denuncia una carente organizzazione dei servizi. A luglio 2020 il Con-fad (Coordinamento nazionale famiglie con disabilità) ha lamentato il silenzio assordante dello Stato che durante la quarantena avrebbe abbandonato il mondo della disabilità e quello dei caregiver. Il dito veniva puntato contro la scuola, i Centri Diurni (CD), gli Assistenti sociali ed i Comuni. Secon-do loro in quel periodo, oltre la metà delle famiglie non è stata contattata ne da assistenti sociali, ne dai CD, ne dalla scuola. Il 65% lamenta l’assenza di rapporti con i centri di riferimento della persona non autosufficiente accudita, mentre l’80% dei servizi sul territorio sono stati bruscamente interrotti. Essi inoltre riferiscono che il 71% delle famiglie con disabilità non si sente supportata dalle istituzio-ni e nel 24% i casi è “poco aiutata”. Nota dolente: il 94% degli alunni con disabilità partecipa alla didattica a distanza solo grazie all’impegno del familiare, generalmente la madre. Il Coordinamento ricorda infine che le famiglie che hanno almeno una persona con disabilità grave o gravissima in Ita-lia sono circa 2 milioni .
Ad ottobre 2020 l’OMS ha presentato i risultati di un sondaggio condotto da giungo ad agosto 2020, svolto in 130 Paesi, al fine di verificare lo stato dell’arte dei servizi dedicati, in quel periodo, alla salute mentale. Veniva lanciato un allarme nel quale si sottolineava che proprio mentre a causa Covid-19 la domanda di salute mentale è aumentata, il 93% dei paesi nel mondo ha interrotto molti servizi . In particolare oltre il 60% ha segnalato interruzioni nei servizi di salute mentale per persone vulnerabili, inclusi bambini e adolescenti (72%), e anziani (70%). Più di un terzo (35%) ha riferito interruzione degli interventi di emergenza. Il 30% ha segnalato interruzioni nell’accesso ai farmaci. In molti paesi (70%) si è adottata la telemedicina. Ovviamente sono state registrate molte disparità tra i singoli paesi. Nella ricerca si evidenziava inoltre come già prima della pandemia esistesse un sot-to finanziamento cronico della salute mentale, il 2% dei budget sanitari, e soprattutto si sottolineava l’urgenza di nuovi finanziamenti. Sebbene l’89% dei paesi abbia riportato nel sondaggio che la salu-te mentale e il supporto psicosociale fanno parte dei loro piani di risposta al Covid-19, solo il 17% di questi paesi ha disposto effettivamente di finanziamenti aggiuntivi. Il tutto mentre si registrano in-crementi di sofferenza per lutto, isolamento, perdita di reddito, paura, aumento del consumo di alcol e droghe, insonnia, ansia, incremento della violenza domestica, aggressività. E ancora: aumento del disagio giovanile e fragilità adolescenziale.
Numerose sono state le ricerche, prevalentemente svolte online, sugli effetti psicologici del lock-down, i cui risultati sono sovrapponibili. A tale proposito ne cito alcune: innanzitutto lo studio pub-blicato sul Lancet, che ha analizzato le ripercussioni psicologiche del lockdown in Cina, evidenzian-do come, superati i dieci giorni di isolamento, la mente inizi a cedere, e, a partire dall’undicesimo giorno, emergano stress, nervosismo ed ansia, i cui effetti diventano più gravi al traguardo del 15 giorno di lockdown . Un altro studio condotto dall’Università dell’Aquila in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata e pubblicato su MedRxiv, rivela come su un campione di 18.000 persone, il 37% degli intervistati presenti sintomi da stress post traumatico, il 20% ansia severa, il 7% insonnia e il 21% stress . Il 16 giugno 2020 il Ministero della Salute ha illustrato i risultati di un’indagine svolta al Gaslini di Genova inerente l’impatto psicologico che la pandemia ha avuto sui minori. Pare che il 65% dei bambini sotto i sei anni ed il 71% di quelli sopra i sei anni abbiano mani-festato problematiche comportamentali di varia natura e sintomi di regressione, quali paure, disturbi del sonno, irritabilità . L’essere stati tenuti forzatamente a casa, senza amici, senza scuola, senza at-tività extra, senza nonni, insomma senza quella serie di abitudini che costituiscono un elemento di sicurezza e certezza ha causato una perdita di equilibrio.
Per ragioni opposte, l’essere stati per molte ore al lavoro in condizioni di stress, impotenti difronte alla morte ed al dolore, lontani dalle proprie famiglie, il sentirsi soli ad affrontare qualche cosa che non si era mai verificata prima, ha psicologicamente inciso su medici e staff ospedalieri, il 51% dei quali presentano una sintomatologia da burnout. A questo si aggiunge la consapevolezza di aver pa-gato un tributo altissimo in termine di vite umane sacrificate alla causa del coronavirus e di essere passati in breve tempo da eroi a pusillanimi. Mentre nella popolazione generale si riconoscono gli ef-fetti psicologici conseguenti alla pandemia in corso, gli aspetti della sofferenza psicologica di medi-ci, infermieri e personale ospedaliero, da molti mesi impegnato sul fronte delle cure, vengono trascu-rati. Lo confermano studi della University of Utah Health che prova che più della metà dei medici, infermieri e soccorritori coinvolti nella pandemia potrebbero essere a rischio per uno o più problemi, come stress post-traumatico acuto, depressione, ansia, uso di alcol e insonnia. Ad incidere anche il fattore stanchezza e accumulo. Se non si riesce a compensare lo stress, si va incontro a un vero e proprio disturbo .
Ancora un dato sugli aspetti psicologici. Il 26/01/2021, David Lazzari ha illustrato in Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati sul Recovery Plan, il malessere ed il disagio psicologico e sociale in cui versano le persone toccate dalla pandemia. Il suo invito è ad attrezzarsi per limitare il disagio e potenziale le abilità di vita. Per questo è necessario investire e mettere a disposizione della popolazione psicologi e psicoterapeuti che possano supportare psicologicamente le persone coinvolte e, vista la scarsità di personale addetto, presente nei nostri servizi pubblici, è stato proposto l’introduzione di un voucher psicologico. Lazzari ricorda che “nel nostro SSN abbiamo uno psicolo-go ogni 12.000 mila abitanti, a fronte di una media dei principali Paesi europei di uno psicologo ogni 2.500 abitanti, questo significa che oggi l’80% dei bisogni fondamentali degli italiani non sono sod-disfatti dal nostro sistema, e questo penalizza la salute e anche lo sviluppo” .
In questo tempo segnato dal Covid, lo stanziamento di nuovi fondi per potenziare i servizi di salute mentale, è un’esigenza non più trascurabile. A marzo 2021 la Società Italiana di Psichiatria sottoli-nea come in Italia manchino all’appello 2mila psichiatri, 1500 psicologi, 5000 infermieri, 1500 tera-pisti della riabilitazione psichiatrica e altrettanti assistenti sociali . Il tutto quando recenti metanalisi sottolineano come i pazienti con disturbi psicotici e dell’umore, disturbi dello sviluppo, disabilità in-tellettiva, ma anche disturbi da uso di sostanze, risultino essere una popolazione ad alto rischio per contrarre forme gravi di Covid-19 . Si fa strada l’ipotesi che alterazioni immuno-infiammatorie le-gate alle basi fisiopatologiche delle malattie psichiatriche da un lato, e dall’altro una maggiore preva-lenza di comorbidità (obesità, diabete, sindrome metabolica e malattie cardiovascolari) e stili di vita poco salutari (dieta, inattività fisica, abuso di alcol e tabacco, disturbi del sonno), associati alla loro necessità di trattamento farmacologico, possano portare a un decorso più rapido della malattia. L’aumento della mortalità, accompagnato da ridotti tassi di ricovero in terapia intensiva, potrebbe riflettere per questi pazienti, anche una minore possibilità di accesso alle cure .

Tra pandemia e negazionismo
Si è detto che abbiamo antropomorfizzato il virus, attribuendogli strategie belliche. Se è vero che non siamo in guerra, di fatto lo sembravamo. Abbiamo fatto esercizi di sopravvivenza, con scorte di generi alimentari, mascherine, gel per le mani, autocertificazione per spostarci, mappe colorate che indicavano i territori più a rischio. Per entrare negli edifici pubblici, i pochi rimasti aperti, abbiamo seguito percorsi unidirezionali che differenziavano entrata ed uscita, calpestando marcatori posizio-nati per terra, come se stessimo camminando in trincea o su un campo minato, e poi barriere di plexi-glas e infine App di tracciamento. Ad attuare il piano di contenimento e coordinamento della pan-demia viene nominato Francesco Paolo Figliuolo, un Generale dell’Esercito Italiano. Difficile non pensare ad un conflitto bellico. Da ricordare però che il virus non circola da solo, siamo noi che lo portiamo in giro, per cui lo stare in casa è la misura per evitare che esso si propaghi. Ciò nonostante parliamo di combattere, aggredire, sconfiggere il virus invisibile.
Abbiamo poi il personale medico in prima linea, al fronte, dipinti inizialmente come i nostri eroi. Oggi invece la popolazione si chiede se questi medici abbiano fatto tutto il possibile, e si indignano se chiedono il riposo o le ferie mentre pensano che c’è gente disoccupata che non sa come tirare avanti! Costoro dimenticano che non si può stare concentrati molte ore al giorno, per molti giorni senza riposo, senza cadere in disattenzioni. L’epidemia ci ha messo a confronto con due situazioni opposte: da una parte medici, infermieri e chi si prendeva cura dei malati, distrutti dal lavoro, e colo-ro che sono costretti a casa o che hanno perso il lavoro. Hanno tentato di fomentare una contrappo-sizione tra chi ha uno stipendio garantito, gli statali, e il libero professionista che deve aspettare i ri-stori. Molti onesti imprenditori e lavoratori, ma soprattutto molti di coloro che lavoravano in nero, sono entrati nel tunnel della povertà. Sì, perché le pandemie uccidono le persone ma anche i sistemi economici.
Dopo il lockdown e la paralisi delle attività commerciali ed artigiane, tra la primavera e l’estate 2021 si ravvisa un accenno di ripresa delle nostre abitudini vitali pre-Covid. Ciò diviene attuabile solo grazie alla vaccinazione, per ora volontaria, contro il coronavirus, che ha interessato dapprima il per-sonale sanitario ed i pazienti fragili, tra i quali gli anziani, poi il personale scolastico ed infine, se-condo un programma stabilito da esperti in collaborazione con il Ministero della Salute, si sta proce-dendo, sempre volontariamente, a vaccinare l’intera popolazione, in base a differenti classi di età. La logica vorrebbe che, difronte ai numerosi decessi causati dalla pandemia, le persone accogliessero di buon grado l’opportunità di vaccinarsi gratuitamente, invece si è fatto largo una frustrazione stri-sciante che ha trovato terreno fertile in coloro che negano l’esistenza della pandemia, i negazioni-sti , ed i complottisti che disconoscono l’importanza della vaccinazione e parlano di “dittatura sani-taria”. Per loro la pandemia sarebbe un complotto mondiale ordito dai governi, i media, le industrie farmaceutiche, Bill Gates. Molti complottisti dichiarano sui social che non aderiranno alla campagna vaccinale contro il Covid perché temono di venire modificati geneticamente (!) e preferiscono ri-schiare di prendere la malattia, che comunque uccide solo l’1% di chi la contrae . “Ma il vaccino (così come il lockdown) si fa anche per gli altri, per quelli che non si possono difendere se non con un comportamento collettivo che spezzi le catene del contagio” . Ricordo un dato: a settembre 2021 più del 90% dei ricoveri in terapia intensiva sono occupati da persone non vaccinate .
Una delle tesi dei complottisti è che la pandemia era prevista e prevedibile, e a riprova di questo ri-chiamano l’attenzione su alcuni video che circolano in rete, come se essi fossero la fonte di verità, e alcuni libri quali quello di Glenn Cooper, Clean, che parla di un virus fuggito da un laboratorio in grado di colpire la memoria umana, oppure il libro di Slavoj Žižek nel suo libro Panic!, che con un gioco di caratteri diventa Pan(dem)ic!, che pone l’attenzione sulla storia, la globalizzazione, l’ambiente, l’economia. Ma quello che più di tutti viene citato come prova di cospirazione è Spillo-ver, il libro di David Quammen (Adelphi 2014), dove si parla di un virus che prima o poi, grazie ad un salto di specie, avrebbe infettato il mondo intero attraverso il traffico aereo. “Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale?” si chiede Quammen nel libro. Come faceva a saperlo si chiedono i complottisti? Ora gli spillover sono sempre più frequenti in na-tura, perché sempre più compromesso è il nostro rapporto con gli ecosistemi. Per chi è infettivologo, o studia le epidemie da anni, lo scoppio di una nuova pandemia non è un’ipotesi irragionevole, sa che prima o poi esse ritornano. Il problema non è “se”, ma “quando” ritornano. Analogalmente i vul-canologi dicono che il Vesuvio è ad alto rischio di eruttare, non dicono “se erutterà”, ne sono certi, ma non sanno il “quando”, e quando questo accadrà, visto che non si è rispettato l’ambiente e si è costruito tutto intorno alle sue pendici, farà molto male. Non è un complotto, è una previsione.
Esiste quindi un populismo sanitario, ingenuo e contraddittorio, che crede alla tesi del complotto. Come accennavo tra le manifestazioni di questo populismo ricorre frequentemente un certo grado di paranoia: colpa delle multinazionali dei farmaci (Big Pharma), o di politici, o di un apparato statale o parastatale che minaccia la salute delle persone. Il governo ci tiene all’oscuro, i medici ci vogliono ammalati, i vaccini ci rendono schiavi delle case farmaceutiche. La realtà è che abbiamo paura e non sappiamo di chi fidarci. Da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. E i medici? Complici di un sistema corrotto. Certo alcune colpe le hanno anche gli esperti-virologi che a volte hanno lanciato messaggi confusi o contraddittori che hanno disorientato l’opinione pubblica. Tra loro c’è chi pensa di essere più attendibile perché ha un maggior numero di pubblicazioni scientifiche, dimenticando che per una comunicazione efficace, bisogna essere anche credibili ed empatici e non creare allarmismi. In ogni caso: “Il populismo sanitario prospera quando dalla medicina ci si aspetta qualcosa che non può dar-ci. La delusione spesso impedisce di capire che è proprio quella incertezza a rendere la scienza il modo migliore per conoscere il mondo. Perché non è apodittica come un comandamento e non è in-differente al mondo reale come un dogma, ma formula ipotesi, controlla le inferenze e cerca tutti i possibili modi per smentirsi” .
Dicevamo prima dei medici e del personale sanitario riconosciuti ad inizio pandemia come eroi. An-che Michael Moore, nel suo documentario sulla tragedia delle Torri Gemelle, definisce i soccorritori “heros”. In coloro che sono sopravvissuti ne ha riconosciuto il valore, e le conseguenze fisiche, so-prattutto respiratorie, mentre tra quelle psichiche principalmente il disturbo post traumatico da stress. Per Moore: “La civiltà di un Paese si misura da come tratta i suoi eroi”. Tutti i popoli hanno i loro eroi cui affidarsi; uomini idealizzati cui attribuiamo gesta eccezionali. Persone coraggiose che metto-no in gioco la loro vita, affrontano situazioni per noi pericolose o che incutono paura. “Anche noi nel 2020 abbiamo avuto i nostri eroi, in primavera. In autunno invece stiamo vedendo un rapido cam-biamento nell’opinione pubblica. Improvvisamente il lavoro del nostro personale sanitario ha perso eccezionalità. Il clima è cambiato e la quotidianità si è incaricata di ridurre la percezione di pericolo e straordinarietà. L’esito collettivo è stato semplice: normalizzare comportamenti che restano in realtà straordinari, nello sforzo e nella durata” . Così sempre più soli e stanchi, molti di coloro che hanno dato il massimo nella prima ondata stanno lasciando il posto a colleghi più giovani. La sanità è uno dei pochi settori in cui, durante la pandemia, nuove leve sono entrate nel mondo del lavoro; neo lau-reati e specializzandi sono stati chiamati in corsia. Per molti medici e infermieri si tratta del loro pri-mo impiego.
L’estate 2021 è passata; siamo riusciti a contenere il virus. I vaccini hanno funzionato. È stato istitui-to il Green pass, una carta verde, ossia un lasciapassare che identifica chi si è sottoposto a vaccina-zione, o è guarito dal Covid, o ha fatto nelle 48 ore precedenti un tampone risultato negativo. Que-sto ha permesso alle persone di iniziare a muoversi più liberamente e alle attività commerciali di ri-prendere le loro attività. Non mancano coloro che sono contrari sia al Green pass che alla sua esten-sione a più categorie di soggetti, ritenendolo una discriminazione e una privazione della loro libertà, arrivando a mettere in atto un clima di intimidazione e violenze nei confronti di medici e giornalisti. Ciò nonostante nel Paese e nei partner esteri si respira un clima di fiducia e di ottimismo sia per la ripresa economica che per la ripresa delle nostre abitudini vitali pre-Covid, prima tra tutte la scuola in presenza. Questa fiducia non tocca il comparto sanitario . I nostri medici? Loro non si sono mai sentiti eroi; stremati da due anni di pandemia, con milioni di ore di straordinari non pagati, con sti-pendi tra i più bassi d’Europa, stanno cercando di passare alla sanità privata, o di migrare all’estero, o di andare in pensione anticipatamente. Comunque grazie!

Conclusioni
Come dimostrano tutte le epidemie che insorgono a causa di nuovi patogeni, prima che le organizza-zioni sanitarie dei vari Paesi si coordinino, identifichino il germe infettivo e adottino strategie per contrastarlo, non c’è altra soluzione che isolarsi, allontanarsi dai propri simili, mantenere le distanze e proteggersi dalle possibili fonti o accessi del contagio. Sempre sperando ovviamente che il Paese che per primo viene colpito, comunichi tempestivamente agli altri il pericolo imminente, non lo occulti, o ne sottostimi volutamente la portata, temendo di andare incontro ad un isolamento dagli altri Paesi e alle conseguenti sue ricadute economiche. Lo sviluppo di una pandemia ricadrebbe comunque sulle sue finanze e sull’organizzazione della vita sociale. Non entro nell’aspetto etico e deontologico di tali comportamenti.
A pandemia scoppiata noi italiani in un primo tempo abbiamo reagito, forse per paura o forse per an-sia, attenendoci alle indicazioni governative che ci chiedevano di restare chiusi in casa. Con respon-sabilità e con un sentimento comunitario di coesione nazionale abbiamo ubbidito, sperando che que-sto virus si attenuasse in fretta e ci permettesse di riprendere la nostra normale quotidianità. La si-tuazioni di esiliati, cui molti di noi non erano preparati, ha acuito i sentimenti di solitudine e depres-sione, specialmente nelle persone che erano già predisposte a tali patologie. Dopo molti mesi, la poli-tica del distanziamento, e del conseguente isolamento, è diventata la norma. Iniziano allora a mani-festarsi disturbi conseguenti al lungo lockdown, come ad esempio il disturbo post traumatico da stress. È così che alla speranza e alla solidarietà si sostituisce un senso di incertezza generale.
Coloro che ne hanno risentito maggiormente sono stati i giovani. Ai ragazzi non è stato possibile ga-rantire una scuola in presenza. Oltre all’apprendimento, si sono precluse le relazioni sociali, l’amicizia, la possibilità di sperimentare e sperimentarsi in nuove relazioni, di acquisire esperienze che contribuiscono a formare nuove identità. È difficile contenere il desiderio di libertà dei giovani, la loro voglia di trasgredire le regole, di incontrarsi, di apparire, di misurarsi. Benché siano aumentati i loro contatti sulle piattaforme social, lo stress prolungato dovuto al duraturo isolamento ha finito per generare in molti frustrazione e aggressività. Iniziano così ad incontrarsi quasi clandestinamente in luoghi privati, o pubblicamente si affrontano nelle varie piazze italiane. Inoltre, loro che erano sta-ti risparmiati dalla prima ondata, sembrano ora essere i bersagli principali delle nuove varianti del vi-rus.
Anche tra gli adulti, prevale lo sconforto. Gli effetti del loro isolamento, l’ansia, la depressione, l’insonnia, il disturbo post traumatico, la mancanza di speranza, devono ancora espandersi. Gli esperti li attendono, ma la coperta dei servizi dedicati alla cura di queste patologie, per ora è la stes-sa. Per coloro che hanno più risorse, generalmente appartenenti a classe meno disagiate, la lettura, ma soprattutto Internet e video incontri sono stati di grande supporto. Nella nostra solitudine o iso-lamento, l’unica cosa che ha invaso le nostre vite è stata la tecnologia, che in tempi normali avrebbe forse impiegato decenni a svilupparsi ed affrancarsi. Da questo punto di vista sembra che la pande-mia abbia impresso una accelerazione alla storia, e quando questa esperienza finirà, come sostengono in molti, il mondo che vivremo sarà quello che era riservato ai nostri figli e nipoti.

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Psichiatra, Dirigente medico ASL Roma1. Si è laureata in filosofia nel 2002 presso l'Università Gregoriana di Roma dove ha conseguito il dottorato di ricerca con una tesi su Paul Ricoeur e l'Analisi Tranazionale. Nel 2011 ha conseguito un Master in Bioetica. Tra le sue pubblicazioni: Identità come processo ermeneutico (Roma, Armando ed., 2003, (eds.) Metafisica e realtà. Studi in onore di Paul Gilbert (Roma, Stamen, 2015)


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