Spezzare il silenzio: oppressori e oppressi

Agli inizi degli anni Sessanta del secolo passato in Brasile la percentuale di analfabetismo era molto alta, nel Nordest si aggirava intorno al 60%, infatti su circa 26 milioni di abitanti 15 milioni erano analfabeti. Il Brasile era ancorato al pesante fardello del colonialismo portoghese in cui le masse dovevano rimanere silenziose e avulse dalla partecipazione alla vita politica, sociale e culturale. Gli analfabeti oltretutto non avevano diritto al voto. L’inaspettato arrivo al potere di João Goulart, nell’estate del 1961, per le dimissioni dell’allora Presidente della Repubblica Jânio Quadros, che non aveva più la maggioranza al Congresso Nazionale, apriva nuove occasioni per il movimento populista. Il programma per l’evoluzione e rinnovamento del sistema educativo fu pensato su tre diversi settori: universitario, secondario e per l’educazione di base, ovvero “Cultura popolare”. Quest’ultima fu affidata alla guida di Paulo Freire. Nel 1962 ad Angicos, città del Nordest, Freire riuscì ad alfabetizzare 300 lavoratori in 45 giorni. Il risultato ebbe un impatto piuttosto evidente tanto che il sistema adottato dall’educatore prese piede e si volle espandere a tutta la Nazione. Nacquero dei corsi con lo scopo di creare nuovi insegnanti, in base al metodo adottato, che avrebbero dovuto andare ad alfabetizzare circa due milioni di individui in tutto il Paese.

Sul lato politico, le dimissioni di Quadros e il successivo incarico al ruolo di presidenza per Goulart, figura che per le sue posizioni a sinistra spaventava sia i conservatori che i militari, aveva dato il via ad una grave crisi che sfociò con il colpo di stato del 31 marzo del 1964, così che dal 1° aprile si istaurò una dittatura che durò per ben 21 anni.

L’avvento della dittatura poneva fine alla pedagogia di Paulo Freire, il quale non insegnava al popolo solo a leggere e scrivere ma attraverso il dialogo ne sviluppava la coscienza per meglio capire il mondo, invitando le persone alla partecipazione attiva nella società e quindi ad agire.

Il pedagogista brasiliano venne prima arrestato come traditore, quindi messo in prigione, per poi essere esiliato. Durante l’esilio, dopo un breve primo soggiorno in Bolivia, Freire lavorò per cinque anni in Cile presso il Movimento Cristiano Democratico di Riforma Agraria. Proprio in questo periodo, nel 1967, portava a termine il suo primo libro: “L’educazione come pratica della libertà”; a questo si aggiunse l’anno dopo il suo volume più noto: “La pedagogia degli oppressi”, che possiamo definire il suo manifesto. Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1970, è stato tradotto e pubblicato in tutto il mondo in più di 30 lingue. In base ad un sondaggio di Google Scholar, è la terza opera più citata in lavori accademici di scienze umane e l’unico libro brasiliano a stare nell’elenco dei 100 libri più presenti nelle bibliografie delle università di lingua inglese (Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda).

Nella dedica posta dall’autore su questo testo è svelata la sua posizione: “Agli straccioni del mondo e a coloro che in essi si riconoscono e così riconoscendosi con loro soffrono ma soprattutto con loro lottano”.

Uno dei temi principali di Freire è la contraddizione tra gli oppressori e gli oppressi. Per il pedagogista di Recife, gli oppressori hanno bisogno di un’azione violenta per conquistare il potere, “questa violenza, come un processo, si tramanda di generazione in generazione”, tanto che culturalmente gli oppressori acquisiscono una coscienza del possesso. Senza il possesso materiale, attivo, vivo, diretto, non sono in grado di “essere”, unica loro priorità è quella del possesso.

Gli sfruttati e oppressi sono assuefatti al silenzio, gli è stato insegnato che non capiscono niente e che sono incapaci di fare, di agire, di conoscere, sono dalla parte del torto, sempre. Se hanno uno scopo nella vita è quello di ubbidire e compiacere l’indole autoritaria degli oppressori. C’è un tempo poi in cui gli oppressi si sentono attratti dagli oppressori, dal loro mondo, dalla loro vita. È l’aspirazione al potere da parte dell’oppresso, ma la liberazione non ci sarebbe se ci fosse semplicemente uno scambio di ruoli tale da creare un nuovo oppressore.

Nella “contraddizione oppressori/oppressi”, la disumanizzazione è una condizione sia per gli oppressi, a cui è stata sottratta l’umanità, con la relativa perdita della propria dignità, sia per l’oppressore, che per mantenere il proprio potere, ne diventa schiavo. Questa disumanizzazione è una “distorsione della vocazione ad essere un di più”. Essere di più per Freire vuol dire “migliorarsi”, ma anche andare oltre, “trascendere”, è quindi il superamento ad “essere di meno”, schiavo, privo di libertà, in cui si riconosce da una parte la “natura storica e progettuale dell’essere umano” dall’altra la possibilità del cambiamento del mondo. La disumanizzazione è una “distorsione” nella storia dell’uomo e non una “vocazione storica”, sarebbe impossibile infatti, se così non fosse, lottare per l’umanizzazione. La lotta per la liberazione è quindi auspicabile, anzi fattibile, perché la disumanizzazione non può essere una condizione adatta all’uomo, non può essere un “destino ineluttabile”, ma l’accadimento di una ingiustizia, generata da una volontà violenta e cieca di individui prepotenti su persone più deboli.

Il superamento della contraddizione oppressori/oppressi è dato dall’azione dell’oppresso che lotta per affermarsi in quanto persona, per la riconquista della propria umanità, un’umanità che viene restituita sia agli oppressi che agli oppressori.

Per concludere questa veloce fotografia su Paulo Freire e la sua pedagogia, possiamo dire che la sua originale innovazione risiede nella “coscientizzazione” delle persone attraverso l’alfabetizzazione. Queste infatti con la “coscienza liberata” e quindi nuova, si trovano in una condizione in cui riescono a vedere il mondo in un’ottica del tutto diversa, affrontano così la società in modo critico e con l’idea che si possa cambiare il mondo. Inoltre il percorso non è indirizzato al singolo individuo ma la visione di Freire è collettiva, comunitaria, coscientizzare la comunità che si ritrova unita rispetto ad un disagio collettivo. L’educazione diventa così il punto di rinascita, è l’avvio ad un processo che attraverso la consapevolezza mira alla trasformazione della società, a rivoluzionarla secondo il principio dell’uguaglianza, ridà spazio e dignità agli ultimi e riumanizza gli oppressori. “È una sfida a qualunque situazione pre-rivoluzionaria, e suggerisce la creazione di operazioni pedagogiche umanizzanti (e non umanistiche), che si incorporino in una pedagogia della rivoluzione”. Di qualsiasi genere sia la problematica sociale, sia che si tratti di un sistema scolastico non più adeguato o appunto dell’analfabetismo, la radice è sempre la stessa: “la cultura di classe”. Porsi dei problemi sulla nostra cultura, metterla in discussione non per soffocarla ma orientarsi verso altre possibili alternative più giuste per l’uomo attraverso la pedagogia. Il metodo educativo di Freire è quindi basato su una “prassi liberatrice”, affronta le problematicità attraverso il dialogo riflettendo sulla società, sul mondo, tale da far sfociare il desiderio dell’azione per ottenere cambiamenti culturali, sociali e politici. Senza la riflessione sarebbe impossibile andare oltre la “contraddizione oppressori/oppressi”, necessaria all’azione critica degli oppressi all’interno della realtà, che “oggettivandola, agiscono su di lei”. L’educazione diventa così uno strumento necessario per la liberazione dando “la parola al popolo” per rompere, spezzare, annientare “la cultura del silenzio”.

Riferimenti

Freire, Paulo, (2002). LA PEDAGOGIA DEGLI OPPRESSI. Edizione italiana a cura di Linda Bimbi. EGA Editore, Torino.

Catarci, Marco, (2016). LA PEDAGOGIA DELLA LIBERAZIONE DI PAULO FREIRE. Educazione intercultura e cambiamento sociale. Franco Angeli, Milano.

Scocuglia, Alfonso Celso. “PEDAGOGIA DO OPRIMIDO (1968-2018): REVOLUÇÃO AO REENCONTRO DA ESPERANÇA. 2019. Web. in Rev. Educ. Perspec. Vicosa MG. v. 9, n. 3. p. 576-591. www.researchgate.net

Lima, Venìcio A. de. OS 50 ANOS DA PEDAGOGIA DO OPRIMIDO DE PAULO FREIRE. Vermelho, 2018. Web. www.vermelho.org.br



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è un autore, operatore sociale, educatore. Laureato in Lettere ed in Scienze dell’Educazione e della Formazione, Master in tutela internazionale dei diritti umani. Si occupa di teatro, cinema e sociale. È stato tra gli ideatori ed organizzatori del centro socio-culturale “Angelo Mai” di via degli zingari di Roma. Socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea. Fa parte della redazione della rivista “Leussein”, collabora con giornali online.


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