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Partitocrazia

Prendete la parola partitocrazia. Essa è presente nel dibattito pubblico italiano davvero da moltissimi anni. Con ogni probabilità il primo riferimento che viene in mente è quello a Pannella che utilizzò il termine nella polemica politica per accusare il sistema dei partiti. In realtà, partitocrazia, da un punto di vista concettuale, deve una sua prima introduzione allo storico e politologo Giuseppe Maranini che, già nell’immediato dopoguerra, lo adoperò per criticare il sistema politico sorto dopo il fascismo.

Di orientamento liberal-conservatore, Maranini nel 1949 tenne una lezione inaugurale dell’anno accademico all’università di Firenze intitolata Governo parlamentare e partitocrazia. In quella lezione, fra l’altro, sostenne che “i partiti dell’epoca nuova, si presentano come organismi disciplinati, dotati di burocrazia, finanza, stampa, inevitabilmente collegati alle organizzazioni economiche, sindacali, lobbistiche delle quali riflettano le lotte e gli interessi. Veri Stati nello Stato, ordinamenti giuridici cioè autonomi, essi mettono in crisi con il loro particolarismo e talvolta con il loro illiberalismo il debole Stato liberal-parlamentare, al quale si presenta un compito ben più grave di quello per il quale era attrezzato; non si tratta più di difendere l’individuo contro l’individuo, ma si tratta di difendere l’individuo e la legge contro potenti organizzazioni”. Egli vedeva di cattivo occhio i partiti organizzati in base a quella che Weber chiamava “un’intuizione del mondo” ed esprimeva nostalgia per quei partiti del passato, interni al parlamento, che erano solo “correnti di opinione”.

Nel successivo volume Storia del potere in Italia (1848-1967), Marinini rincarava la dose dicendo che “I partiti fanno tutto… nominano i deputati, nominano i ministri, nominano gli ambasciatori. I partiti, vale a dire le segreterie dei partiti, tengono tutto il potere, spartendoselo. Il popolo è chiamato periodicamente a votare: ma non può scegliere gli uomini nei quali ha fiducia: può solo determinare la proporzione fra gli eletti delle diverse segreterie”. 

Partitocrazia, dunque, nasce come termine polemico dentro una cultura conservatrice e antipartitica eppure, nonostante ciò, esso viene utilizzato recentemente in termini apparentemente “neutrali” per descrivere il sistema politico italiano in quella fase che comunemente si suole chiamare “Prima Repubblica”.

La Costituzione italiana, all’articolo 49 recita che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Se fosse questo articolo a dare sostanza alla partitocrazia una connotazione negativa, è difficile concordare con le preoccupazioni di Maranini e dei suoi epigoni, infatti la partitocrazia non sarebbe altro che un modo di porre in essere un diritto principale che permetterebbe ai cittadini che si uniscono in partiti di incidere sui processi politico-decisionali. Dunque se i cittadini per fare politica e incidere in essa, ossia per esercitare i propri diritti politici e democratici, hanno bisogno dei partiti, un sistema che conferisce potere a questi ultimi, di fatto conferisce potere ai cittadini e quindi è un sistema totalmente democratico.

Ma perché, allora, il termine viene utilizzato oggi in maniera deprecativa? La risposta è semplice: partitocrazia cominciò a ottenere successo in coincidenza di un indebolimento dei partiti politici italiani avvenuto negli anni Ottanta. Questo indebolimento si è prodotto nei partiti di governo in un progressivo distaccarsi dalla società e in un conseguente radicarsi nelle istituzioni politiche, dipendendo sempre più per la propria vita dalle risorse pubbliche. Di fatto, ciò ha portato poi anche a fenomeni di malcostume politico, il cosiddetto sistema delle tangenti che quindi ha rafforzato la concezione del sistema dei partiti come partitocrazia.

A questo punto occorre fare una distinzione e cioè capire che partitocrazia può essere utilizzato nell’una o nell’altra di queste forme o meglio se ci si riferisce a un normale sistema democratico dei partiti o a una degenerazione di quest’ultimo. A un sistema nel quale i cittadini influiscono nel processo decisionale tramite i partiti o a un sistema nel quale i partiti sfruttano il consenso per occupare uffici e spartire risorse pubbliche.

Sarebbe più opportuno propendere per questa seconda soluzione e circoscriverla storicamente, invece gran parte della politologia italiana, e conseguentemente di osservatori e opinionisti, ha voluto fare di tutta la proverbiale erba un fascio, scegliendo il secondo significato del termine partitocrazia ma estendendolo a tutta la storia dei partiti. È così che è nato un concetto ideologico, come tale non utile alla comprensione ma solo a una forma di egemonia. Essa riflette l’antico antipartitismo del liberalismo italiano, mai stato in grado di comprendere un elemento di forte modernità quale il partito di massa organizzato e di adeguarsi a esso. E non è un caso che sia i liberali e il capitalismo italiano abbiano sempre appoggiato attori antipartitici, dai primi fasci di combattimento al M5s, passando, per l’Uomo qualunque. Per non parlare di tutto quanto detto, scritto e manovrato ai tempi di Mani Pulite.

Nella versione liberale, se esistono partiti forti e radicati nella società, c’è la partitocrazia, ovvero c’è un potere di oligarchie e non dei cittadini. La soluzione, avanzata in nome di un ritorno del potere ai cittadini, è quella di depotenziare i partiti. In realtà, facendo ciò, la “restituzione” del potere ai cittadini è solo un’illusione perché con partiti deboli quelli che si avvantaggiano sono gli interessi privati, i grandi gruppi economici, le lobby.

È quello che da sempre vogliono liberali e capitalisti anche se non lo diranno mai. Basta saperli smascherare.



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Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia Politica nella facoltà di Scienze Politiche”Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. Svolge attività di ricerca nel Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza dov’è tra i coordinatori dell’Osservatorio Mediamonitor Politica. Scrive per riviste e quotidiani. Tra i suoi libri: Giovanni Goria. Il rigore e lo slancio di un politico innovatore, (con P. Giaccone, Marsilio, 2014), No Logos. Il Movimento No Global nella Stampa italiana (Aracne, 2013) e Walter Veltroni. Una biografia sociologica (Ediesse 2012)"


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