I padroni delle rappresentazioni

Se si vuole considerare un momento topico nella crisi attiva in Europa ormai in molte forme e a vari livelli, il caso Brexit sembra particolarmente adatto. Può essere infatti un buon punto d’osservazione che presume a una molteplicità di fattori, dalla ristrutturazione economico-finanziaria ai rischi di accantonamento delle maggiori eredità dello Stato democratico ai problemi derivanti dalla combinazione tra isolamento, sciovinismo e glocalismo crescenti, di cui la Gran Bretagna è solo un esempio.

Piccoli sguardi personali come questo, se non vogliono scivolare nell’insensato, devono ovviamente condensarsi a un punto. In questo caso parliamo del mondo delle rappresentazioni, ossia di tutte quelle produzioni discorsive, mediate da un ambiente tecnologico di babelica complessità, che incidono sull’immaginario sociale riorientando e trasformando l’opinione pubblica.

Se il principio di questo referendum voleva essere la conferma dello stato dei fatti, magari rafforzando la presenza inglese in Europa, è evidente che i criteri adottati sono stati fallimentari. Se invece si voleva proporre una riflessione ampia e seria sull’Unione, appare un po’ singolare la tattica stessa del mezzo referendario. In entrambi i casi, le rappresentazioni proposte al contorno sembrano ignorare una carenza di legittimazione sociale della classe dirigente che si traduce nella sfiducia verso i contenuti da questa espressi.

Anche Massimo Cacciari, in un’intervista Rai a ridosso del caso Brexit, ha evocato la secessio plebis a significare la crisi di legittimazione che affligge la politica da un pezzo. Quasi che lo spauracchio delle masse, una volta evocato e cristallizzato nell’agone democratico, divenisse una sorta di Golem che non riconosce più il suo costruttore e gli si rivolta ciecamente contro, in una caccia alle streghe globale che travolge ogni autorità e ogni sovranità. La razionalità ci ammonisce, certo, dal cedimento alle derive ‘apocalittiche’. Ma resta la sensazione che la partita del ‘rischio’ nelle società attuali divenga sempre meno incoraggiante.

Il debito alla società spettacolare di Débord (1967) ci sembra oggi più che mai attuale. Tuttavia, è meno chiaro se gli attori principali abbiano una vera consapevolezza delle implicazioni, potenzialmente anarchiche ed esplosive, di un certo uso delle leve mediatico-spettacolari. Nella sua rubrica de “Il fatto” del 20 luglio, Stefano Balassone si concentra sull’annoso deficit di narratività, incarnato soprattutto dal mancato coordinamento, ad opera dei media, tra sequenze discorsive pulviscolari e sconnesse. Nel caso di specie i frammenti non si legavano in un racconto sensato, non tanto per l’assenza di una corretta allocazione delle risorse da parte del media system, tra cui per esempio i testimonial. La carenza pare di ordine più generale, e affonda nel difetto di una mitologia politico sociale che sappia anzitutto costruire (e in seguito, comunicare) l’Europa come un’alternativa credibile.

Il deficit più immediato sarebbe quindi strutturale e narrativo, ma sullo sfondo rimane quello antropologico-politico. Tuttavia, al di là della superficie spettacolare, la politica si sviluppa da sempre anche al suo interno nella dimensione della rappresentazione, che ne costituisce per così dire un tratto morfologico. A differenza che in passato, sembra però che le rappresentazioni rimangano oggi stranamente orfane: se può essere accettabile affermare che la società dello spettacolo ha i suoi impresari, la sua dirigenza, e in qualche caso i suoi padroni (latu sensu), nulla di tutto questo vale più nel mondo delle decisioni, che appare sempre più autocefalo quanto più diviene complesso. Ma va notato che agli incrementi di complessità si accompagnano incrementi di incertezza e debolezza intrinseche.

Se quest’impressione è corretta il problema sembra allora, a quanto è dato di capire, che per certi versi il mondo delle rappresentazioni divorzia dal mondo della comunicazione, anche di quella interna per gli addetti ai lavori, e che in questa sostanziale anarchia la prima a pagare dazio è proprio la classe dirigente, perché perde quel principio di autoriflessività che ne determina la costituzione e la coesione, sia pure nella diversità di vedute.

Appare dunque sempre meno adatto riferirsi al barometro dell’opinione, più o meno pubblica o circoscritta che sia, continuando a ipotizzare in essa una vera efficacia delle leve mediatiche. Il doppio divorzio che sembra consumarsi, tra i media e le rappresentazioni da un lato, e tra le opinioni e i portavoce dall’altro, ci indica una strada in salita dove i ruoli di leadership sono tutt’altro che dati a priori. Ma insieme apre un ventaglio di speranze per l’intelligenza delle alternative possibili.

 

(27 luglio 2016)


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nato a Roma nel 1979, ha affiancato alla formazione giuridica lo studio della semiotica ed è al termine del dottorato in Comunicazione presso la "Sapienza". La sua ricerca riguarda l'autorialità della legge nel contesto italiano attuale e la costruzione dell'identità nel giuridico. In particolare, studia testi normativi e complementari legati ai temi del drafting legislativo, dell'emergenza e delle riforme costituzionali. Si è occupato inoltre delle relazioni tra diritto, spazio pubblico e visione. Tra le pubblicazioni recenti: "Pubblico e privato nel Memorial de Amèrica latina a San Paolo" (in: Pezzini I.; Savarese N., Spazio pubblico fra semiotica e progetto. INU edizioni, Roma 2014) e "Autenticità e artificialità della legge " (sulla rivista dell'Associazione italiana di semiotica - Aiss: "E|C" http://www.ec-aiss.it). Custodisce e cura inoltre il fondo privato della scrittrice italoamericana Giosi Lippolis (1923-2006) per mantenerne viva la testimonianza.


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