La sfera in bilico Ordine e caos

Ingobbito sul tavolo da gioco, Thomas strizzava nervosamente l’occhio verso gli ultimi numeri rigurgitati dalla roulette. Apparivano brillando sul tabellone elettronico, in sequenza verticale. Erano luci minuscole, inesorabili nel verdetto che emettevano. Quasi esibite per dispetto, a rammentargli la sua scarsa capacità di previsione. In questo giro, decise di scommettere su numeri tra loro vicini. Piegando veloce le dita, sistemò le fiches sul tappeto verde. Distribuì la somma su tre numeri: 35, 3 e 0. Il croupier chiuse il giro e raccolse dalla ruota la pallina. Thomas rivolse lo sguardo al tabellone. Nessuno dei numeri usciti lo persuase a cambiare idea. Restò così in attesa, sovrastato dal batticuore. Il croupier, con gesto consumato, lanciò la pallina per farla scorrere lungo l’estremità interna della ruota. Il rapido movimento uniforme, uscito dallo schiocco di polso, disperse in un attimo ogni elemento umano e volontario.

Thomas osservò i due cerchi, l’uno della ruota, l’altro disegnato dal moto sferico, intrecciarsi con rapidità. Si trovò a compiere una scelta: fissare il numero o fermare lo sguardo sulla pallina in velocità, per poi sospingerla con la mente verso il numero desiderato. Ma non seppe decidere quale degli elementi del gioco lasciare incustodito. Restò così a guardare con un occhio la pallina, e con l’altro, lo zero, strizzandoli entrambi nell’attimo in cui sfera e numero si intersecavano. Lo zero – pensò – sarebbe uscito per il combinarsi di due movimenti opposti: la ruota, che girava per un verso, la biglia sgusciante via nella direzione opposta.

Illudendosi, in questo modo, di poter sollecitare la fortuna, prese a ripetere il suo tic ad intervalli regolari. Non appena la ruota iniziò a rallentare, aumentò la frequenza della mossa, assumendo un’espressione ancora più buffa e innaturale.

Fu in quel momento che la pallina, perdendo velocità, cominciò a tambureggiare tra i singoli scomparti. Colpì prima il 3, schizzò poi, passando per il 7, verso i numeri 13 e 21, sino a fermarsi, proprio mentre irruppe un tuono nella sala, sull’esile bordo che separa lo 0 dal 26.

Intanto che le voci dei giocatori si levavano sino a richiamare la curiosità degli altri clienti, Thomas vide il croupier balzare dalla sedia e fare cenno di allontanarsi dalla roulette.

Nonostante il temporale la pallina restò immobile sull’orlo del riquadro. Come fosse entrata in un misterioso campo magnetico o trattenuta da una sostanza adesiva, divenne parte integrante della roulette.

«Sono un fisico, lasciatemi passare. Sono un fisico!», disse un signore alto, col volto scavato e i capelli arruffati. Guadagnando le prime posizioni in prossimità del tappeto verde, estrasse la lente dal taschino e, ingoiando il respiro,  restò ad osservare la piccola sfera d’avorio.

Giunsero i responsabili del casinò, cominciarono ad interrogare il croupier sulla posizione della pallina, a chiedere se questo singolare fenomeno avesse una qualche disciplina nel regolamento.

Mentre il direttore e il vice-direttore si allontanarono dalla sala insieme al croupier, il tavolo rimase custodito dalle guardie e dallo scienziato il quale, incapace di riconoscere le cause del fenomeno, cominciò ad andare su e giù per la stanza con passo stizzoso e riflettendo a capo chino.

«Come è possibile che non conosce la disciplina di questo fenomeno?», domandò il direttore al croupier.

«Sono spiacente, direttore, non sono in grado di darle una risposta» rispose il croupier «in quaranta anni di servizio è la prima volta che vedo una cosa del genere. Prima di questa notte, mai era accaduto che la pallina restasse in bilico».

«Signor direttore», intervenne il vice-direttore, «perché non liquidiamo al cliente una somma forfettaria?» .

«Non saprei», rispose il direttore. «Chi sarebbe il vincitore?».

«Quel signolre lì», disse il croupier indicando Thomas che, sentitosi osservato, diede principio ad una discussione con gli altri clienti del casinò.

Il direttore chiese ad un inserviente di infiltrarsi nel drappello di persone per sondare la disponibilità di Thomas a comporre la vicenda amichevolmente. Lasciò quindi trapelare questa frase: «Mi ricordo che, in un caso simile, il cliente e il casinò trovarono un accordo».

«Un accordo?» , disse Thomas sorridendo, «Ma sapete quanto fa trentasei volte la mia puntata? Il gioco mi ha divorato l’esistenza. Questa volta vado fino in fondo» .

«Io mi accontenterei della metà della vincita», bisbigliò qualcuno.

«Non si tratta di denaro…», continuò Thomas dandosi importanza, «…la passione per il gioco sta nella certezza di un verdetto autentico. Soltanto la roulette può emettere questo genere di verdetto. Per il giocatore, perdita e vincita sono espressione di una giustizia suprema, l’evidenza imparziale del numero».

Allentandosi il nodo della cravatta riprese: «Se parliamo di giustizia per qualsiasi vicenda umana, che venga scossa da eventi inattesi, perché non possiamo farlo a proposito del gioco d’azzardo? Non è questo il luogo in cui ci affidiamo al caso, persuasi dalla sua occulta verità? Non vi sembra strano che nessun giocatore abbia mai dubitato dell’uscita di un numero, magari contestandone il segno o l’immagine acustica? Che mai il gomito di un banchiere sia stato sorpreso con disappunto mentre incassa le nostre puntate? È in questa ferma obbedienza che sta il nostro confidare in una qualche profonda ragione del gioco. In tutti questi anni mi sono convinto che i numeri rendono giustizia, più delle parole degli uomini».

Ascoltate queste parole, l’inserviente si dileguò dall’assembramento, tornò nella stanza vicina dove lo aspettavano il direttore e il vice-direttore.

«Allora? Le sembra un tipo ragionevole?», domandò impaziente il direttore.

«Non direi», disse l’inserviente, «se desidera, torno a parlargli più chiaramente».

«Non è necessario», rispose il direttore.

Dopo un attimo di silenzio, ebbe un’intuizione e riprese con un tono della voce più basso: «Ragioniamo. Per prima cosa, la competenza».

«La competenza?», chiese  il vice-direttore.

«Certo», disse il direttore, «occorre capire chi è tenuto a pronunciarsi sul caso».

«Cosa intende dire?», domandò il croupier.

«Che il caso non è di nostra competenza. Ecco quello che intendo dire. Qui occorre un giudice che si assuma la responsabilità per conto dello Stato».

«Ma il casinò ha un proprio ordinamento», disse il vice-direttore.

«Non riesce proprio a capire. Si tratta di un fenomeno eccezionale. Se decliniamo la decisione ad un magistrato, nessuno potrà rimproverarci qualcosa. E poi solo un giudice, in una questione così complessa, è in grado di stabilire la verità guridica del caso».

Era notte inoltrata. L’acquazzone non accennava a placarsi, molti dei clienti rimasti nel casinò decisero di non fare ritorno a casa, alcuni perché conoscevano  Thomas, altri, per la semplice curiosità di vedere come sarebbe finita. Altri ancora, indugiando nell’attesa che spiovesse.

Mentre questi vennero pregati di accomodarsi nella sala da tè il vice-direttore si avvicinò a Thomas: «Cosa ci ha combinato signor Bain?».

«Con tutti quegli occhi puntati addosso la pallina si sarà sentita inibita. Piuttosto, cosa accadrà ora della mia puntata?», domandò Thomas più seriamente.

«Caro signore, casi di questo genere non si sono mai verificati in nessun casinò. Il direttore ha ritenuto che fosse un giudice della Corte Distrettuale a pronunciarsi. È un giovane serio e rigoroso, ha una certa esperienza in materia di rischi economici. Non è la stessa cosa, ma vedrà … sono sicuro che adotterà la soluzione più adeguata».

In questa conversazione con il vice-direttore Thomas si rasserenò sulla possibilità che gli venisse assegnata la vincita. Pensò che se, da un lato, la biglia non era caduta nello scomparto segnato dallo zero, dall’altro, era indubitabile che essa era molto vicina a questa eventualità. E considerò che questo evento era di gran lunga più raro ed improbabile dell’uscita dello zero, tanto da dover essere valutato come la ipotesi di gioco più ambita. Si stava convincendo che lo avrebbero dovuto premiare soltanto per questa ragione. E se anche il suo caso avesse creato un precedente, cui i diversi regolamenti si sarebbero dovuti adattare, ciò non lo turbò più di tanto. «Mesdames et messieurs, les jeux sont faits», immaginava Thomas, pensando alla nuova regola, che sarebbe stata declamata in tutti i casinò del mondo: «Regardez le zéro et surtout le bord des numéros: règle Bain! règle Bain!».

Queste riflessioni gli parvero un ottimo argomento, non vedeva l’ora di farlo presente al magistrato.

Proprio mentre Thomas ragionava su queste cose, entrò trafelato, liberandosi dall’impermeabile zuppo d’acqua, un giovane alto dall’aspetto severo, il viso rabbuiato e modi sbrigativi, preceduto da due uomini che lo conducevano nella sala saltellando riverenti.

«Ecco il giudice e i suoi collaboratori», disse il vice-direttore rivolgendosi al superiore il quale non esitò a porgere il benvenuto: «Ben trovato, signor giudice, si accomodi» .

Il direttore fece segno di seguirli nel suo ufficio,  Thomas si affrettò verso il giudice per comunicargli le considerazioni che aveva maturato poco prima. Non ebbe il tempo di raggiungerlo che il vice-direttore lo allontanò con la mano distesa in segno di divieto: «Abbia pazienza, signor Bain, lasci che il magistrato parli prima  con il direttore» .

Il giudice entrò nella stanza del direttore e sùbito fece chiamare il fisico che si era lungamente trattenuto ad esaminare il fenomeno facendo strani calcoli sul taccuino e vaneggiando di scriverci sopra un contributo scientifico.

«Ci sono possibilità che, entro questa notte, la sfera desista e scivoli  nello scomparto?».

«Dagli studi che ho potuto compiere con l’ausilio di questa lente da boy scout…», disse lo scienziato mostrando il cristallo oculare,  «…ci vorrebbe una scossa di terremoto, signor giudice. Non ho mai visto un fenomeno del genere, sembra davvero…».

«Va bene così. Grazie! Può andare», disse il magistrato, troncando il discorso. Poi, sbirciando un foglietto che tirò fuori dalla giacca, domandò: «Dov’è Thomas Bain? Ditegli di entrare».

Thomas, sedutosi dinanzi al magistrato, attaccò: «Signor giudice, mi sono fatto un’idea…».

«Siamo molto interessati alle sue considerazioni, signor Bain, ma lei non mi biasimerà se, come uomo di legge, sono più incuriosito su che cosa dica il diritto».

«Certo, signor presidente», interloquì Thomas.

«Non mi chiami presidente», riprese il giovane magistrato. «La questione è più semplice di quanto appaia. Si tratta dello stato di sospensione della sfera. Come qualificare questa condizione? I due numeri che si contendono la pallina sono il 26 e lo zero. Il 26 non le attribuirebbe alcuna vincita, lo zero, le darebbe indietro la sua puntata moltiplicata per 36 volte. Poiché, tuttavia, non abbiamo trovato nessuna disposizione che richiami il caso di specie, siamo costretti a risalire ad una regola di chiusura».

«E quale sarebbe la regola di chiusura?», domandò Thomas, senza riuscire a comprendere quelle strane argomentazioni.

«Vede tutte quelle carte sulla scrivania? Ci possono fornire una risposta», replicò il giudice invitando un collaboratore a spidocchiare tra i fascicoli. Poi proseguì: «Alcune persone credono di risolvere i problemi con assunti bislacchi e ragionamenti occasionali. Ma è già tutto accaduto. Ciascun fatto è catalogato, archiviato, ridotto in leggi generali. Sarebbe sufficiente indagare a fondo la storia degli eventi. Non avremmo bisogno né di giudizi né di tribunali».

Dopo qualche attimo, l’assistente gli consegnò un foglio di carta ingiallito, che il magistrato divorò con lo sguardo: «Qui abbiamo un regolamento del secolo scorso, Casinò di… vediamo…disposizioni generali…l’articolo trentaquattro non ci interessa…ecco! Articolo trentacinque: in caso di incertezza la vincita viene assegnata secondo criteri di merito».

«Cosa vuol dire?» , chiese attonito Thomas.

«Significa che se il gioco non riesce a dare alcun verdetto, occorre formulare un giudizio sul giocatore».

«Mi pare un’assurdità», disse Thomas, «il gioco è del tutto estraneo alle azioni degli uomini!».

«Mi permetta», signor giudice, intervenne il croupier che sostava sulla porta dell’ufficio ascoltando la conversazione, «ma dissento da ciò che afferma il signor Bain. Faccio questo lavoro da quaranta anni!».

«Vada avanti», lo interruppe il giudice.

«Posso affermare con serenità» – proseguì il croupier – «che il gioco non è mai estraneo all’elemento umano, a chi, come me, determina il movimento della pallina, a chi la osserva ansiosamente, a chi cerca in quella corsa irregolare la parola d’ordine della propria esistenza, a chi, tra brividi e speranze, persevera in questa malattia».

«È una interpretazione suggestiva. Dobbiamo però essere certi prima di processare questo uomo!», rispose il giudice.

«Processare? Ma come si fa a processare un uomo in assenza di un criterio di giudizio esterno e preesistente? Sulla base di quale norma? E di quali fatti?», disse Thomas, sempre più confuso, rivolgendosi al vice-direttore.

«Si calmi!», esclamò il magistrato. «Fin quando non saremo sicuri della regola, non le accadrà nulla. Raccogliete informazioni».

«Non occorre», disse il vice-direttore, «mi sono documentato». «Articolo quarantasei del regolamento del casinò di Salisburgo: in caso di dubbio sulla vincita, questa è attribuita… ».

Mentre il vice-direttore proseguiva a leggere con enfasi il regolamento ed altre congetture si vennero a delineare, Thomas s’accorse che il soffitto si stava schiarendo ed essendone improvvisamente attratto, decise di inerpicarsi su per il lampadario ed immergersi nello smalto lucente. Saltò sulla sedia con leggerezza e,  sostandovi per appena un respiro, si diede un’altra spinta verso l’alto, per volteggiare nell’aria.

Solo quando, tirando giù lo sguardo, notò il casinò rimpicciolirsi, acquisì la coscienza che nessuna sfera in bilico lo teneva sotto giudizio, che qualcuno aveva invece sospeso il tempo soltanto per lui, per condurlo, attraverso un sogno inquieto, in una nuova certezza, superiore all’evidenza dei numeri.


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Relatore in vari convegni e incontri di studio, è autore di monografie, voci enciclopediche e altri contributi di diritto civile e di teoria generale del diritto. Ha curato, con Alberto Febbrajo, il volume Il diritto frammentato (Giuffrè, Milano, 2013). Primo classificato ex aequo – il 5 dicembre 1990 – premio letterario “città di Roma” per la sezione “Andrea Billi”.


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