I “nonluoghi” della formazione della classe dirigente e della decisione politica

 I “nonluoghi” della formazione della classe dirigente e della decisione politica (Editrice APES, Roma, 2016, pp. 185, €15.00) è testo che prova a vedere come siano cambiati, sia in Italia che in alcune realtà europee, i luoghi della formazione politica. Pur essendo una raccolta di sei saggi, si tratta di un testo molto coerente che, come evidenzia Michele Prospero nella prefazione, dà conto di come le élite economiche-mediatiche abbiano privatizzato la “funzione politica” emarginando una classe politica autorevole e competente.

Élite è la parola centrale intorno alla quale ruotano, in modo centripeto, i contributi. A livello europeo, il primo caso è quello inglese che viene analizzato da Marzia Maccaferri. Per la studiosa, i “nonluoghi” della politica britannica sono un interessante inizio da cui prendere spunto per “interrogarsi sulla crisi di legittimazione politica”. In particolare la storica si concentra sul “nesso fra New Labour e prassi democratica” che appare come un paradigma per cogliere meglio i complicati rapporti tra potere e democrazia. Quali sono stati i “nonluoghi” blairiani del New Labour? Gli incontri “al di fuori dei canali diplomatici ufficiali”, amplificati dai mass media.

Inoltre, il forte ricorso a spin-doctor e think tank, ha costituito un insieme di arnesi coi quali si è passati a un “nonluogo”. Ma secondo l’autrice gli spin-doctor sono stati fautori sia del successo che dell’insuccesso del New Labour, e i think tank ­- quei luoghi che sembrano depurati dalla politica ma che “con l’esercizio della politica hanno un rapporto interiore” – sono una specie di meta-partito, un ibrido, un “nonluogo”, appunto, che “o non hanno giocato un ruolo significativo o hanno in un certo senso cambiato natura” entrando a Westminster con il New Labour.

Il rischio dei “nonluoghi” è lo spostamento del discorso politico da luoghi istituzionali a luoghi ibridi, privati. In questo modo risuona l’allarme “postdemocratico” di Colin Crouch. Dove si trovano questi “nonluoghi”? Scrive la studiosa: “Introducendo l’ibrido metodologico del ‘nonluogo politico’ [si indica] un nuovo spazio capace di integrare in sé i luoghi tradizionali della decisione politica ma superandoli e in una certa misura banalizzandoli e svuotandoli di contenuti”. Dunque, principalmente nei mass media e nella Rete, si può dedurre.

Il contributo di Damiano De Rosa evidenzia come la “capacità di critica” e una “vera opinione pubblica” siano gli elementi mancanti che rendono sterili i formatori delle élite, nell’ambiente intercomunitario di Bruxelles.

In Europa, le decisioni che pesano sembrano avvenire, neanche in modo troppo velato, in altri “nonluoghi”, caratterizzati dal lobbing dove emergono “i lobbisti, le persone che sono intorno e non dentro ai partiti, le entità che sono vicino ma non dentro alle istituzioni comunitarie”. Il politico e il lobbista sono figure così prossime che spesso, secondo De Rosa, i due ruoli si interscambiano con “politici che diventano lobbisti e viceversa”.

L’elemento distintivo di questo fenomeno è l’assottigliarsi del confine tra pubblico e privato, formale e informale, globale e locale, istituzionale e non istituzionale. Anche per questo motivo, il livello dei dirigenti politici è calato notevolmente, essendo questi ultimi diventati preda – per effetto di un calo di resilienza – degli obbiettivi delle élite economiche, avviando una spirale di interdipendenza. Senza peli sulla lingua, De Rosa rispolvera l’atavico problema – alla base della crisi attuale – di Marx: l’ingerenza dell’economia sulla politica.

Nel caso francese, analizzato da Nicola Genga, l’attenzione è posta sul fenomeno del “cumulo dei mandati”, anche simultanei, conseguenza del fatto che non esistono paletti alla ricandidabilità. Il ceto politico francese, per l’autore, dà vita a una “connessione similfeudale tra centro e periferia”; tra il 2007 e il 2012, per fare un esempio, “l’83% dei deputati francesi aveva almeno un altro incarico” – gli altri paesi europei sono al di sotto del 35%, l’Italia al 7%.

Un fenomeno caratteristico della Francia è quello della “funzionarizzazione dell’élite politica e una politicizzazione dell’élite amministrativa”, dato dalla forte influenza delle grandi scuole, come l’Ena, per accedere agli uffici dello Stato. Tuttavia, accanto a questo percorso burocratico, negli ultimi anni si è affermata anche in Francia la tendenza dei politici a intrattenere relazioni sempre più frequenti con il mondo dell’impresa e della finanza. Questa tendenza sarebbe stata favorita dal plebiscitarismo tipico della Quinta Repubblica che ha potenziato solo il leader, spingendolo nella ricerca spasmodica di denaro per la sua corsa al potere.

La panoramica sulla Francia si chiude con un quesito biforcuto interessante: Francia come modello democratico in fase di involuzione (“degenerazione post-democratica”) o Francia come archetipo di democrazia efficiente?

Passiamo al caso italiano. Il primo contributo è quello di Simone Misiani che si incentra sulla selezione della classe dirigente in quattro periodici storici. Nel primo periodo (élite nello Stato liberale) la politica funge da “luogo della mediazione” tra territorio e Stato attraverso i partiti. Milano è la fucina più importante di “un riformismo che parte dal basso” con la ‘Società Umanitaria’.

Durante il periodo fascista, la Banca d’Italia diventa il luogo principe di “selezione di una nuova classe dirigente [dove] si formò una nuova generazione di scienziati sociali”, ispirati dal liberalismo di Luigi Einaudi.

Nella Ricostruzione, con la Costituente si decreta il “passaggio del dibattito dal mondo corporativo al pensiero liberale e socialista”. I massimi dirigenti si formano nella Svimez, spola tra centri di ricerca e governi; nelle Università e negli istituti di ricerca dove si traccia “lo scheletro della classe dirigente fino agli anni Novanta”.

Infine, negli anni Ottanta, vengono rilanciate palestre educative come il Censis, l’Istat, ma si assiste al declino dei partiti, in una progressiva transizione della classe dirigente dai “pensatoi di cultura politica ai “nonluoghi” dei veicoli della comunicazione e delle istituzioni del sistema globale”.

Sugli effetti della crisi dei partiti nel sistema politico italiano si concentra il contributo di Francesco Marchianò che osserva come i fenomeni di personalizzazione e mediatizzazione della politica hanno trasferito nei “nonluoghi” la selezione della classe dirigente. Questo fenomeno lo si vede sia dal basso, ad esempio con forme di direttismo come le primarie, sia dall’alto con il moltiplicarsi dei think tank.

Questi “pensatoi” sono descritti dall’autore come luoghi di ”selezione delle idee”, differenti dagli originari anglosassoni poiché “più che dettare l’agenda politica, la inseguono, dimostrandosi ancora non all’altezza di quelli americani”. Nel complesso producono poca attività scientifica e i tre più citati dai media (anno 2011) sono Censis, Italia Futura, Italianieuropei. Caratteristica tutta italiana è poi la presenza di think tank personali, peculiarità che induce a rincorrere un leader e non un partito o un’organizzazione.

Questi fenomeni hanno spinto, per ragioni diverse, al mescolarsi sempre più forte e grigio tra media, denaro e politica, come dimostrerebbe il fatto che molti dei finanziatori dei think tank sono “ex imprese statali in seguito privatizzate”.

Il saggio di Gianluca Sacco stimola alla riflessione su tre termini correlati al “nonluogo”, che hanno decentrato la classe dirigente politica: élites, leadership, sfera pubblica. Essi sono espressioni che hanno fatto pensare univocamente ad un collegamento stretto con il ‘luogo’. Cosa è cambiato? Se antecedentemente il rapporto di potere era interconnesso e non prescindeva da limiti territoriali, oggigiorno questo potere non è più condizionato da steccati tattili.

Lo studioso si pone il problema di manifestare il rapporto che c’è tra luogo e “nonluogo” in relazione ai nuovi media. Non è più possibile rintracciare l’élite che si nasconde “in un nonluogo, non fuggendo fuori dal mondo, ma grazie all’assenza di riferimenti che permetterebbero di identificarli”. L’effetto è l’estraniamento dei dirigenti, con relativa perdita di riferimenti dei cittadini alla costante ricerca di una identità che nel frattempo trovano in un luogo astratto, la Rete.

Per Augè – ricorda Sacco – “il nonluogo è uno spazio che non cancella il luogo classico ma vi si sovrappone, come una nebulosa che nasconde riferimenti e identità particolari”. Da questo presupposto parte la sua disamina sul fenomeno MoVimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.

Se agli inizi della sua carriera, Grillo ha sfruttato il mezzo televisivo per rendere autentico ciò che diceva, quando ha scoperto la forza della Rete ha capovolto il paradigma sostenendo che la tv non era più credibile. È la sagacia dell’artista, del comico, dell’attore – suggerisce il ricercatore – che conosce lo stato d’animo del pubblico disorientato e con la battuta di spirito va oltre i luoghi comuni conquistando la loro opinione. Ma conosce anche i media che alla sua operazione hanno aderito – intenzionalmente o non – prima demonizzati a bella posta, poi mano a mano vezzeggiati. Certamente il merito del comico genovese – volente o nolente – è stato smuovere i cittadini colmando le piazze delle città, e non è poco.

Ma se ‘uno vale uno’, questo uno quando rappresenta una moltitudine vale ancora uno? Tale è il paradosso del movimento supportato da un lavoro malsano d’intelligenza collettiva.

I “nonluoghi” della formazione della classe dirigente e della decisione politica – è un primo passo di ricerca, ben coordinato da Benedetto Coccia, su come i “nonluoghi” producono figure dirigenziali di discutibili qualità. Si tratta di una lettura molto utile che aiuta a capire come il mondo dell’economia e della finanza, e quello dei media, stiano cambiando il modo in cui la classe dirigente politica si forma, in un contesto mondiale globalizzato.



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Laureato in Scienze della Comunicazione alla Sapienza , Università di Roma. Studioso di politica, scrive per riviste online


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