Muslimban: lo spessore della frontiera

Col termine giornalistico Muslimban viene indicato l’ordine esecutivo del Presidente degli stati uniti Donald Trump, che nel 2017 ha improvvisamente stabilito un divieto di ingresso per le persone provenienti da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia e Yemen), ritenuti non sicuri e a rischio terrorismo, per un periodo di 90 giorni.

Il provvedimento è stato oggetto di dibattito. Le critiche hanno riguardato alcune disomogeneità giuridiche e le ragioni di effettiva necessità in termini di sicurezza: si è sostenuto che alcuni paesi i cui cittadini sono stati effettivamente impegnati in gravi operazioni terroristiche (come l’Arabia Saudita) non sono state oggetto di « bando »; si è notato come il numero di rifugiati provenienti da paesi a maggioranza islamica accolti negli Stati Uniti nell’anno 2016 sia stato di molto inferiore a quelli accolti in altri paesi europei (come l’Italia o la Germania); e infine come il provvedimento avrebbe potuto creare problemi a lavoratori regolarmente assunti e da anni negli USA, impossibilitati a rientrare negli Usa nel caso di un viaggio o soggetti addirittura a deportazione.

Varie migliaia di persone così – che in tutto il mondo si trovavano in viaggio al momento della emissione del provvedimento – sono state bloccate negli aeroporti di scalo o di arrivo, da cui non sono potuti uscire.  Questo aspetto della vicenda merita qualche attenzione: pur trovandosi infatti all’interno del territorio degli USA i cittadini sottoposti a questa misura non hanno potuto accedervi. Gli aeroporti sono cioè diventati una sorta di limbo – un territorio di neutralizzazione – in cui di fatto non si era fuori dallo stato di appartenenza ma neanche al suo interno. Si era cioè contemporaneamente inglobati ma esclusi.

Si tratta di un fenomeno a un tempo importante e ordinario: i campi di raccolta per migranti presenti all’esterno dell’Unione Europea – ad esempio in Turchia, o quelli che si progetta di costruire in Albania – funzionano secondo lo stesso meccanismo. E lo stesso vale per le navi cariche di naufraghi bloccate nel mediterraneo. Quello che caratterizza tutti questi casi è una trasformazione qualitativa della frontiera: il fatto che la frontiera sia ormai un meccanismo che non opera più come una linea che divide gli stati – come è stato in Europa per almeno tre secoli – né come un’estensione, come era l’antico limes romano, punteggiata di postazioni di controllo funzionanti per linee successive, in cui il territorio non era segmentato in modo da eliminare ogni no man’s land. La frontiera contemporanea, quella che il Muslimban ha reso evidente, è piuttosto una sorta di meccanismo cuscinetto in cui si entra ma da cui non si esce, che prolunga in misura variabile e arbitraria i tempi di attraversamento e che si deforma – di volta in volta – sulla base dell’identità dei soggetti che la attraversano, funzionando in modo performativo. Ma si tratta di anche frontiere puntuali, che accadono qui e là senza interessare l’insieme di un di una frontiera che non è più, o almeno non solo, organizzata per chiudere un territorio ma per bloccare al suo interno coloro che lo attraversano. Si evidenzia qui l’aspetto peculiare del funzionamento della frontiera contemporanea, quello di operare sullo spazio attraverso il tempo e di non mantenere più un’omogeneità interna ma, piuttosto, stabilire ed evidenziare delle differenze.  



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è ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma (Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale, Facoltà di Scieze politiche, sociologia, comunicazione), dove insegna Scienze semiotiche. Si interessa all’opera di Michel de Certeau e in generale a una lettura dello spazio urbano attenta al ruolo dell'alterità culturale e alle pratiche urbane. Le sue ricerche riguardano il rapporto fra spazio urbano e potere politico, in relazione in particolare alla trasformazione della città di Roma durante il fascismo e alla trasformazione delle frontiere nel contesto della globalizzazione contemporanea.


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