Migrante vs e-migrante. Quel trattino perduto nel mare della ‘coonestà’

“Ormai io interrogo solo là dove vengo interrogato a mia volta.

Interrogato dagli uomini, non dagli studiosi, non dalla “scienza”.

 [F. Rosenzweig, Lettera a Meinecke]

In tempi di crisi, le parole più divisive appaiono dei formidabili ascensori politici nei grattacieli del consenso. Ogni possibile sfumatura linguistica apre nuovi campi di contesa con nuove regole spesso dettate da chi per primo vi si addentra, ammantato più spesso di calcolato cinismo che di circospetta curiosità. Tra le parole che si presentano come guanti di sfida, ‘migrante’ ed ‘emigrante’ sono quelle più raccolte e agitate dai leader politici, dalle più alte prelature vaticane e da stimati intellettuali. Non mancano quindi attenti ascoltatori/spettatoti che si pongano giustamente la domanda se tra questi termini sia una differenza semantica. È così che ai curatori della sezione Lingua/lessico del sito Treccani.it[1] è stata rivolta proprio questa domanda. La risposta inizia citando il vocabolario Treccani:

  • migrante agg. [part. pres. di migrare]. – 1. Che migra, che si sposta verso nuove sedi: popoli, gruppi etnici m.
  • emigrante s. m. e f. [part. pres. di emigrare]. – Chi emigra; in partic., chi espatria, temporaneamente o definitivamente, a scopo di lavoro.

 “Emigrante, come dice l’etimo, sottolinea il distacco dal paese d’origine, calca sull’abbandono da parte di chi ne esce, come segnala anche l’etimologico e- da ex- latino. Ad emigrante, proprio per via di quel prefisso, ma anche a causa del precipitato storico che si è sedimentato nell’uso della parola, si associa l’idea del permanere di un’identità segnata dal disagio del distacco, e dunque l’allusione a una certa difficoltà di inserimento nella nuova realtà di vita”.

L’e-migrante è colui che sembra muoversi dal territorio natio per stringente necessità più che per scelta, costretto a portare con sé oltre all’essenziale per sopravvivere, l’angoscia per il nuovo. Viene alla mente l’Enea virgiliano, la sua epica fuga, e l’approdo salvifico in terre pronte a nuove fondazioni. Lodevole ci appare il fatto che i curatori della Treccani.it cerchino di non tradire il vasto campo semantico evocato dai due termini, citando il precipitato storico e il disagio psicologico che investe colui che emigra.

“Proprio il riferimento alla semantica che si stratifica nelle parole, in tutte, certo, ma, in particolare in quelle che si riferiscono a persone, eventi, fenomeni di grande portata che tornano a presentarsi, in forme mutate, nel corso della storia, ci permette di uscire da una semplice disamina terminologica. Fin dall’Ottocento migrante era adoperato in concomitanza con emigrante. Il secondo termine ha finito, nel corso del Novecento, per identificare in italiano il soggetto dei grandi flussi migratori dall’Italia verso altri Paesi e, nel secondo dopoguerra soprattutto, di quelli all’interno dell’Italia, in particolare dal Sud del Paese verso il Nord.”

Come da una fotografia in bianco e nero, il lettore coglie nel riferimento all’Ottocento l’aura della necessità vitale del viaggio collettivo, senza distinzione sul luogo di provenienza, come se il destino e la causa delle penose condizioni di vita fossero per lo più condivise da tutti. Nel Novecento, invece, si mette a fuoco il soggetto nel suo spostamento e approdo (l’Italia), il colore della pelle della terra del sud, consentendo al lettore una visione più chiara. Qui il soggetto è colto nel suo percorso identitario e la causa dello spostamento appare dovuta alla ricerca di un ‘miglioramento’ delle condizioni di vita più che alla sopravvivenza. È in questo contesto che si afferma una distinzione più netta tra migrante ed emigrante, dicono i curatori, dove il termine ‘emigrante’ sembra prevalere nell’uso della lingua. Le cose però sembrano cambiare nuovamente sul finire del secolo, quando a spostarsi nel nostro paese per ragioni di lavoro non sono più tanto gli italiani quanto gli stranieri.

“Le ondate di immigrazione che hanno investito l’Italia, in quantità crescente, negli ultimi trent’anni, hanno posto – tra l’altro – il problema di come definire chi, per motivi di enorme disagio, è costretto a lasciare il proprio Paese e cerca di trasferirsi, temporaneamente o definitivamente, in Paesi in cui le condizioni e le opportunità di vita sono migliori. In questo contesto, migrante tende a sostituire progressivamente negli usi immigrato, anche se, nell’uso comune, coonestato dai media, migrante viene identificato soltanto con la persona più disperata, quella che affronta il viaggio di trasferimento sui barconi, mentre, in realtà, la maggior parte dell’immigrazione avviene attraverso i confini terrestri e soltanto occasionalmente con esiti tragici”.

Negli ultimi decenni il termine emigrante vacilla perché non lo identifichiamo più con dei nostri connazionali che espatriano, ma con persone che ci raggiungono numerose da più parti non ben identificabili. Dietro la locuzione ‘ondate di immigrazione’ si nascondono reazioni diverse in ragione del diverso periodo in cui accadono e dei modi in cui avviene la migrazione, se per terra o per mare. Perché se la prima ondata è quella dall’Albania, sappiamo che la reazione collettiva fu di generale accoglienza, per le successive, quelle dai paesi slavi (Romania e Polonia, fino ai paesi del Magreb e del medio oriente), si è registrata via via una maggiora chiusura.

“In ogni caso, migrante sembra adattarsi meglio alla definizione di una persona che passa da un Paese all’altro (spesso la catena include più tappe) alla ricerca di una sistemazione stabile, che spesso non viene raggiunta. In tal senso, il senso di durata espresso dal participio presente che sta alla base del sostantivo viene sottolineato: il migrante sembra sottoposto a una perpetua migrazione, un continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo”.

Per concludere la risposta, i curatori avanzano quindi l’ipotesi che il termine ‘migrante’ oggi sembri di maggior uso perché denoterebbe meglio sia il fenomeno del continuo transito di persone da e per paesi diversi, sia la permanenza del fenomeno nel tempo, circostanza che il participio presente ricalcherebbe meglio.

Se abbiamo riportato questa risposta per intero, non lo abbiamo fatto solo per esaustività e chiarezza, cosa di non poco conto, quanto perché utilizza ‘fugacemente’ un singolare inciso che ci appare invece molto pertinente quanto da approfondire, ovvero: ‘coonestato dai media’. Una locuzione sintetica e quasi sibillina, che va interpretata. Partiamo dal termine, coonestato, participio passato di coonestare, un verbo che il già citato dizionario della Treccani definisce così:

  • coonestare v. tr. [dal lat. cohonestare, nel lat. class. col sign. di «onorare», der. di honestus «onorato»] (io coonèsto, ecc.), letter. – Giustificare un’azione propria o anche di un’altra persona dandone ragione non vera, in modo da farla apparire giusta o onesta[2].

Se capiamo bene, i curatori del sito Treccani.it denunciano il fatto che i media ‘approfittino’ dell’attuale incertezza semantica dei termini migrante ed e-migrante, per rendersi complici di un errata rappresentazione del fenomeno migratorio, ovvero fa passare per migranti per lo più i pochi disperati che affrontano a rischio della propria vita una traversata in mare. Come riportano correttamente, invece, il maggior numero di migranti è quello che transita i confini via terra e “soltanto occasionalmente con esiti tragici”. Da questo punto di vista non è affatto secondario rappresentare il migrante come un disperato, dalla provenienza incerta, pronto a tutto e bisognoso di aiuto, o invece come qualcuno che viene dai paesi in cui sono la povertà o la guerra a spingerlo a cercare una vita migliore. In alcuni paesi la rappresentazione più corretta del fenomeno ha fatto si che l’emigrante fosse percepito dalla popolazione come una opportunità e non solo come un problema (pensiamo alla diversa accoglienza riservati dalla Germania ai profughi siriani, per esempio).

La domanda da porsi sarebbe piuttosto: perché? Perché questa complicità nell’errare, nel confondere e nell’avvalorare interpretazioni sbagliate? Tra le ragioni troviamo certamente l’esigenza di aumentare l’auditel attraverso la spettacolarizzazione del dolore o la proiezione di scenari futuri sempre più incerti e insicuri. Non ultimo, ci sono anche le pressioni politiche sotto scadenze elettorali. Ma non è certo questo il luogo per approfondire il discorso. Quale che sia il movente ultimo, resta il fatto che “fare apparire onesto ciò che in realtà non lo è” è un comportamento assai diffuso tra i media tanto quanto è di ‘basso uso’ il verbo ‘coonestare’, come si legge nel dizionario De Mauro, (di sinonimi, del resto, si fa molta fatica a trovarne). Al sito Treccani.it va riconosciuto il merito di aprirsi alle domande e di non sottrarsi a delle doverose, lungimiranti risposte.


[1] http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/domande_e_risposte/lessico/lessico_395.html

[2] http://www.treccani.it/vocabolario/coonestare/



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Direttore editoriale della rivista Leussein, si è laureato in giurisprudenza (La Sapienza) e in filosofia (Gregoriana), e ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia della politica (La Sapienza). E' stato ideatore, coordinatore ed editorialista della Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze dal 2004 al 2006. Ha scritto diversi saggi e ha collaborato con diverse Università (Sapienza, Gregoriana, Lateranense, UPRA) e istituti di ricerca (Istituto italiano filosofici di Napoli - Scuola di Roma, Studi politici San Piov). I suoi percorsi di ricerca si snodano negli ambiti della filosofia ebraica, la teologia politica, gli studi postcoloniali e la teoria della comunicazione. Di recente ha pubblicato "Élites tra nonluoghi e nuovi media: l'esperimento politico italiano dei Meetup" (Apes 2016). Attualmente sta lavorando ad un saggio su "Franz Rosenzweig e i miracoli della Stella".


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