“L’evoluzione della scena” di Antonin Artaud

Introduzione

L’évolution du décor è un breve articolo comparso nel 1924 nella rivista Comœdia accompagnato da due bozzetti dello stesso Artaud che dovevano servire come architetture sceniche per La Place de l’amour, dramma mentale da Marcel Schwob. Il testo reagisce all’urlo che da ogni parte in quegli anni si sollevava, soprattutto nell’ambito dell’ancora neonata regia, sotto il vessillo di una “riteatralizzazione” del teatro. A quella che divenne – da una formula di Georg Fuchs – una vera e propria parola d’ordine del teatro europeo, Artaud oppone un ritorno a una scena originaria in cui i grandi drammaturghi, come Eschilo Sofocle e Shakespeare, hanno «pensato fuori dal teatro». In questa stessa ottica si posso riguardare Racine, Corneille e Molière. Bisogna che il teatro sia rigettato nella vita e questo non significa imitare la vita ma trovare la vita del teatro, in tutta la sua essenza. Anziché riteatralizzare, dice Artaud, bisogna intellettualizzare il teatro e stabilire un «ponte corporeo» tra Sahakespeare e noi. Ciò che, infatti, abbiamo tutti perduto – sottolinea con forza Artaud – a livello di misticismo, che nei drammaturghi classici poteva corrispondere all’ingerenza del terrore divino sopra ogni gesto degli eroi del dramma, dobbiamo recuperarlo proprio in termini di astrazione e oblio di sé. Per questo la scena non deve essere illusoria neanche per il primo rango dell’orchestra. L’attore che la abita deve avere l’impressione di partecipare all’azione così come il pubblico; diversamente ci troveremmo davanti a un figuro senza trucco e in gibus che si «toglie dall’assemblea». La breve riflessione sulla funzione del teatro, che per Artaud deve restituire a ogni gesto il suo indispensabile senso umano, si chiude con questa potente evocazione dell’assemblea, il cerchio democratico in cui sorse l’idea prima di teatro occidentale. Artaud, tornando alla tragedia, non può non denigrare un modello di teatro-spettacolo in cui la costruzione del regista e l’individualità sia il centro di una ricostruzione artificiale della vita che invece, secondo il suo punto di vista, il teatro deve transustanziare

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Per consultare l’inedito, contattare l’editore http://epaper.eurom.it/index.php/leussein/

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Lucia Amara. Si è laureata in Lettere Classiche a Firenze e al Dams di Bologna, dove ha svolto il dottorato in collaborazione con Paris VII, nel Dipartimento di Semiologia del Testo e dell’Immagine diretto da Julia Kristeva. Collabora con diversi artisti della scena europea. La sua ricerca si focalizza sulla vocalità, sui linguaggi performativi e su alcune forme irregolari dei linguaggi letterari. Ha scritto saggi su Artaud, Carroll e Wolfson. Ha curato Utopie Vocali di Michel de Certeau (Mimesis 2015). Insegna Lettere a Bologna.


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