La mano di Gavrilo

In una mattina assolata, con gli occhi rappresi da uno schiaffo di luce sul volto, Gavrilo attendeva nascosto tra la folla. Il corteo sarebbe passato di lì a poco, nella direzione della piazza centrale. L’automobile nera, sorvegliata dal muso a chiazze di due corsieri, veniva loro incontro portando i signori del dissidio. Gavrilo se ne stava fermo col fiato sospeso, come quando da bambino, nelle numerose risalite dal lago, rimaneva stordito dall’acqua e dagli scherzi puerili del fratello. Il sudore della mano nella tasca della giacca, gli occhi umidi che sbirciavano tra le sagome. Dalla strada, ancora bagnata dalle prime piogge dell’alba, saliva fango e i suoi passi erano impacciati, l’andatura irregolare. L’applauso fragoroso di un passante riaccese le sue esitazioni, schiacciandolo sul dubbio di non farcela. Ma si era deciso che il suo sangue ribollisse in quell’ora, che scorresse energico, senza indugi, da buon sangue irredentista. L’assalto era stato pianificato insieme a Nedjelko e Trifko, due militanti del gruppo – la «Mano nera» – che quel giorno, lì a Sarajevo, lo affiancavano nell’impresa. La preparazione di quel piano gli tornò limpida nella testa e, con essa, il pensiero della tubercolosi che lo affliggeva, spettro ossessivo di una morte vicina. Pollice e medio, falangi e muscoli attivatori pronti a chiudersi in una stretta per provocare una pressione desiderabile. Tutto, in quella tasca consumata, era preordinato all’azione: la mano pulsante, il ferro dell’arma, la polvere da sparo. Mentre l’indice accarezzava la canna della pistola, il palmo della mano teneva salda l’impugnatura. Inaspettatamente, le parole di una guardia, sussurrate per fermare i cavalli, rigettarono Gavrilo in uno stato di quiete. Quella voce ferma e autoritaria gli restituì d’un tratto la coscienza del salto e della voragine. Rilasciò dunque i nervi delle dita come per mortificare la volontà e inibirne la direzione. Non fu però abbastanza per persuaderlo. Ad appena dieci metri dal corteo, quando questa nuova incertezza lo stava quasi per assalire, s’affrettò a prendere le prime posizioni a ridosso della barricata sul ciglio della strada. Cinque metri e Gavrilo appoggiò l’estremità del ginocchio sul ferro della recinzione, come per sostenere tutto il suo corpo, e trovare conforto in un punto di appoggio che non lo facesse deflettere dai suoi propositi. Mentre il sudore colando formava una specie di rigagnolo sul collo verso la schiena infreddolita, una donna lo sorprese nel gesto di aggiustarsi il ciuffo dei capelli. Fece un sorriso a denti stretti, imbarazzato, per tornare sùbito ad osservare i metri di strada che lo separavano dall’azione. Non appena il rumore delle acclamazioni cominciò a salire, la storia prese dileggiante a rallentare il tempo. D’un tratto, a causa dei disordini provocati da un’esplosione, l’automobile cambiò velocemente percorso. Gavrilo si trovò così costretto ad allontanarsi dall’assembramento per seguire l’obiettivo. Dopo alcuni passi affrettati, imboccò una strada laterale e, disorientato, continuò a camminare sino a raggiungere via Franz Joseph. Perduto di vista il bersaglio, sulla mano di Gavrilo Princip venivano intanto disegnandosi le prime linee del caos. Si poteva vedere, in quella mano, l’immagine dell’animale feroce in cui l’umanità sarebbe stata inghiottita, sperimentando la sua macchia più scura. Quella mano, così stretta e lunga, era lì per scatenare le pulsioni più buie del mondo, dilacerare uomini e territori, istituire nuovi confini e sovranità. Come chiamata ad afferrare l’esperienza più estrema e a non lasciarla più, per il comando supremo e occulto di una irrefrenabile attrazione.

La camminata solitaria, che poco prima Gavrilo aveva intrapreso in modo del tutto imprevisto, rivelò sùbito la propria ragione. L’automobile scoperta riapparve proprio su via Franz Joseph, rallentando nella direzione di quel groviglio elettrico di nervi e d’animo serbo. Disteso il braccio verso il destino, il polso di Gavrilo si strinse d’un fiato nelle vene, lasciando vibrare due colpi: l’arciduca erede al trono d’Austria e sua moglie caddero esangui l’uno sull’altro. In pochi giorni la storia generò il primo conflitto mondiale. Gli Stati si spinsero presto fuori dalla gabbia.


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Relatore in vari convegni e incontri di studio, è autore di monografie, voci enciclopediche e altri contributi di diritto civile e di teoria generale del diritto. Ha curato, con Alberto Febbrajo, il volume Il diritto frammentato (Giuffrè, Milano, 2013). Primo classificato ex aequo – il 5 dicembre 1990 – premio letterario “città di Roma” per la sezione “Andrea Billi”.


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