Intervista a Franco Pittau I migranti contemporanei

Nel 2015 sono stati 244 milioni i migranti nel mondo. 244 milioni di persone che hanno lasciato la propria terra verso mete spesso ignote, persone del già e non ancora, senza più una terra di appartenenza e senza ancora una nuova patria. Figure “oscillanti” per eccellenza i migranti, spesso omologati in una macro, generica,  categoria che annulla le differenze, di origine, di condizione,  di aspirazione.  Il Centro Studi e Ricerche IDOS è l’ente di Ricerca che più di ogni altro da anni guarda con attenzione al fenomeno delle migrazioni. Abbiamo intervistato Franco Pittau, Presidente emerito di IDOS, per capire se sia possibile tracciare il profilo, o meglio, i profili dei migranti contemporanei, le figure professionali emergenti  nella nostra società  tra gli immigrati, le criticità dell’accoglienza e della possibile integrazione, il futuro delle seconde generazioni.

D. Come si collocano nel contesto italiano le seconde generazioni di immigrati ?

R. Per seconde generazioni intendiamo i figli degli immigrati nati in Italia. Si tratta di più di un milione di persone. Le nascite da entrambi i genitori stranieri avevano superato nel passato le 100mila unità l’anno, ora sono poco al di sotto delle 80mila unità. All’interno di quelle che chiamiamo seconde generazioni vi è una componente, seppure ridotta, di terze generazioni: figli di immigrati nati in Italia, che a loro volta hanno avuto dei figli. Da un lato queste persone considerano l’Italia il loro paese e dall’altro non sempre considerano gli italiani i loro concittadini. L’Italia è confusa di fronte all’immigrazione. La crisi sta rendendo meno disponibili alla solidarietà e si tende a pensare che una causa del malessere sia addebitabile agli immigrati. Non si collocano bene, quindi, per riprendere con esattezza la domanda. Continuano a ripetersi gli atti di razzismo: per via del colore, della religione, dell’inflessione nel parlare l’italiano, dei mestieri umili dei genitori e così via. Sono ancora pochi gli immigrati di seconda generazione che abbiano nella società visibilità e apprezzamento. Sono pochi i loro genitori che, pur avendo un permesso Ue come lungosoggiornanti, dovrebbero anche essere ammessi ai posti pubblici. Quanti insegnanti stranieri conosciamo nelle nostre scuole? E come reagirebbero gli studenti italiani? Siamo di fronte a un andamento emarginante, anche quando non si pone coscientemente ai bordi la componente immigrata, non si riesce a prendere coscienza che costituisce una parte importante della società: oggi circa il 10% e a metà secolo oltre il doppio. Quindi: fare più iniziative insieme agli immigrati, convincerci che essi, specialmente attraverso le seconde generazioni, sono una delle quattro gambe di una sedia altrimenti destinata a crollare. Non si tratta di una constatazione molto soddisfacente, anche se molte realtà si adoperano per l’apertura.

D. Che stime abbiamo sugli immigrati clandestini? Come si definisce oggi in Italia la condizione di clandestinità?

R. La crisi, che ha costretto a rimpatriare molte centinaia di immigrati regolarmente soggiornanti per mancato rinnovo del permesso di soggiorno dopo la perdita del posto di lavoro, ha influito negativamente anche sulla presenza straniera. Le condizioni economiche in Italia sono meno soddisfacenti rispetto ad altri paesi europei (sono 4,5 milioni i poveri secondo l’Istat e tra di essi gli immigrati sono ampiamente rappresentati), l’occupazione e lo sviluppo ristagnano, la frequenza universitaria è meno soddisfacente di una volta, i decreti flussi riguardano poche migliaia di unità (in prevalenza stagionali), non sono state più previste regolarizzazioni e neppure sembrano più prevedibili in considerazione dell’elevato livello di disoccupati, gli umori della gente – come accennato – non sono tra i più soddisfacenti, per cui la presenza irregolare si è autoregolamentata da sola. Già da qualche anno si danno delle stime che la fissano al di sotto delle 300mila unità, mentre anni addietro si parlava addirittura di un milione. Però i cosiddetti “flussi misti”, quelli che sbarcano sulle coste e sono composti a partire dal 2011 da persone che arrivano come richiedenti asilo o persone bisognose di protezione umanitaria, sono accompagnati anche da gente alla disperata ricerca di un lavoro, specialmente in provenienza dall’Africa. Questi sono i nuovi irregolari perché, non riconosciuti come avanti diritto alla protezione internazionale, vengono intimati di andar via e molte volte restano. Cosa fare? È una bella domanda. Un ragionamento freddo ci porta a dire che anche in questi anni di sbarchi concitati la quota delle persone arrivate in Italia, tenendo anche conto di quelli venuti per ricongiungimento familiari, si avvicina al numero dei nuovi arrivi che l’Istat, per ragioni demografiche, ritiene indispensabili per salvaguardare un certo equilibro della popolazione italiana in accentuato stato di invecchiamento. Con una leggera ripresa dell’1,5%.2%, il loro inserimento lavorativo sarebbe scontato. Lo sviluppo, quindi, fa parte intrinseca delle politiche migratorie.

D. Quale è la situazione di rom e sinti italiani ? Vengono nella percezione comune – ma anche in certe pratiche amministrative – accomunati agli immigrati ?

R. Il nostro non è un paese che educhi all’integrazione, Se così fosse stato, la questione dei rom sarebbe da tempo risolta. Non abbiamo credibilità nell’imporre una linea di intervento e abbiamo difficoltà a individuare anche la linea da seguire. L’immigrazione (e ancor di più il tema dei rom) è un tipico tema da contrapposizione partitica, quasi che tra i diversi partiti non vi debba essere un comune denominatore per affrontare le questioni che riguardano tutti. Una città come Roma, che come Capitale avrebbe dovuto essere d’esempio, è stato un vero e proprio scempio, con implicazioni di malgoverno e di ruberie sconcertanti. Siamo come dei maestri che parlano senza avere alcuna autorità e perciò non vengono ascoltati, né dagli immigrati né da rom, considerati una sorta di immigrati peggiori.

D. Pensiamo sempre alla migrazione come un processo lineare a senso unico, come funzionano invece le migrazioni circolari periodiche?

R. Le migrazioni circolari in parte sono state un desiderio europeo di vedere gli immigrati ritornare a casa, specialmente in questo periodo di crisi. Era stato anche il sogno di diversi paesi europei dopo il grande shock petrolifero del 1973 e le politiche di stop end go successivamente condotte dopo i flussi.

Abbiamo migrazioni circolari che funzionano da sempre: quelle degli stagionali. Abbiamo migrazioni circolari che tradizionalmente funzionano per alcuni paesi: ad esempio per il Senegal e per la Cina. Abbiamo migrazioni circolari di gruppi ristretti: religiosi, studenti, operai che vengono per specializzarsi. La massa degli immigrati è stanziale e mette radici, a meno che non sia costretta da andar via. Lo vediamo anche dall’aumentato numero dei cittadini non comunitari che ottengono la cittadinanza europea (siamo a circa 150mila l’anno, una quota inimmaginabile nel passato). Gli immigrati mettono su famiglia, hanno figli, nipoti, amici, conoscenti e non stanno sempre a pensare all’idea del ritorno. E poi, in Italia si sta meno bene rispetto al passato, ma in molti paesi di origine si sta ancora peggio.

D. Qual’è il rapporto fra migrazione e prostituzione ?

R. La prostituzione fa vittime tra le persone italiane e quelle immigrate. Non di rado è favorita dall’abbaglio di riuscire ad avere con facilità molti soldi e poter spendere in una società che del consumo ha fatto un mito. In questo caso il rimedio è l’educazione all’amore e alle sue profondità interpersonali, da una parte, e alla convinzione che la vita è pienamente godibile nei suoi valori essenziali anche senza cadere negli sprechi. In altri casi, però, si tratta di costrizione o di disperazione. In questo secondo caso la prostituzione è un derivato delle migrazioni di massa, caratterizzate da una parte da una regolamentazione e da un’accoglienza che hanno delle pecche, e dall’altra da una organizzazione estesa e spietata nello sfruttamento della prostituzione, anche di quella minorile. La miseria e la disperazione possono essere gli alleati di queste organizzazioni, mentre le forze dell’ordine, la magistratura e anche l’associazionismo sociale le forze di contrasto. Il compito di queste associazioni è prezioso per ricostruire la personalità delle donne che sono state vittime dello sfruttamento sessuale, compito molto duro, che richiede tempo, discrezione e anche delle risorse a disposizione. Quando però la prostituzione viene scelta come una professione, il compito è ancora più difficile perché, a fronte del miraggio di consistenti introiti, bisogna impegnarsi a ricreare l’idea dell’amore come rapporto interpersonale, impegno che potrebbe apparire avulso dalla realtà se non è accompagnato dalla possibilità di frequentare ambienti di amicizia e, se manca il lavoro, di aiutare queste persone a essere collocate. Chi ha goduto di condizioni più agevoli deve evitare di essere un “benpensante”, cercando invece di farsi carico del differenziale di difficoltà che caratterizza le vittime e le potenziali vittime della prostituzione.

D. Come funzionano i Cie e come possono essere definite le persone che vi sono rinchiuse ?

R. Le persone trattenute in Centro di identificazione e di espulsione sono in una sorta di detenzione amministrativa in attesa di accertamenti che possono concludersi con l’espulsione. Non è una legge penale che ha stabilito questo trattenimento ma la normativa sull’immigrazione. Questi centri sono stati istituti (allora con un altro nome) dalla legge 40 del 1998 su pressione dell’Unione Europea. Essi rappresentano un paradosso: da un lato, come si legge nei testi giuridici, il diritto senza forza coattiva è inefficace, dall’altro la concretizzazione di questa coazione può risultare abnorme e non convincente nei suoi effetti. È una materia delicata che può portare a rigide contrapposizioni. Tempo fa una commissione governative guidata dal diplomatico De Mistura (un diplomatico che successivamente ha svolto delicati incarichi per l’ONU), arrivò alla conclusione che il trattenimento in questi centri dovesse avvenire per un tempo limitato (si era arrivato a protrarlo per un anno e mezzo) e per i casi veramente necessari, evitando ogni genere di promiscuità e salvaguardando all’interno un’accoglienza dignitosa. Poi le cose hanno preso un’altra piega e anche i flussi sono cambiati. Bisognerebbe ripensare con calma l’intera questione, tenendo conto tra l’altro che si tratta di costi notevoli. Il ripensamento non deve essere settoriale e anche questo capitolo va inquadrato all’interno della politica migratoria italiana ed europea. Come abbiamo visto negli ultimi anni, la stessa  Commissione europea è indecisa e ha adottato decisioni ampiamente criticate e anche scarsamente efficaci. Dalla parte istituzionale bisogna saper accettare le critiche, ma da parte sociale bisogna saper utilizzare il tono giusto. Chiaramente questo punto rappresenta un’area sensibile e altamente problematica.

D. Quali stime abbiamo sul rapporto fra delinquenza e dinamiche migratorie?

R. Il Centro Studi e Ricerche Idos da molti anni sostiene che la criminalità, tra gli immigrati come tra gli italiani, è una macchia che deturpa la positività del fenomeno della mobilità e abbisogna di essere contrastata e ridimensionata. Dispiace veramente, per l’intrinsicità del male che compie e anche per il danno che arreca agli altri immigrati, che un cittadino venuto da un altro paese compia dei reati, anche gravi. Detto questo, spiace constatare che molto sforzi siano stati diretti a misurare quanto gli immigrati siano più delinquenti degli italiani. In uno studio di alcuni anni fa, insieme all’agenzia “Redattore Sociale”, utilizzando vari archivi mostrammo che il tasso di criminalità tra gli italiani e gli immigrati regolari era sostanzialmente identico. Anno dopo anno il Dossier Statistico Immigrazione ha acquisito i dati sulle denunce dalla Direzione centrale della Polizia Criminale, facendosi carico di un’analisi descrittiva  e accontentandosi di sottolineare le evidenze basate sui dati, sia negative (ad esempio, aumenta la criminalità organizzata tra gli stranieri, come risulta dai rapporti semestrali della Direzione Investigativa antimafia), sia positive (il numero delle denunce contro gli stranieri è aumentato in misura molto ridotto rispetto all’aumento numerico delle loro presenze). Nell’archivio delle denunce penali del Ministero dell’Interno le fattispecie criminali sono migliaia e lo studioso è messo in grado di studiare solo su una quarantina di specie, quelle ritenute più rilevanti.  Questo limite deve indurre a essere prudenti e a non presentare l’immigrato con lo stigma del criminale, ricordandoci che, nel passato, con questo stigma vennero bollati (ingiustamente, nonostante il coinvolgimento di una parte di loro nell’area del crimine) gli italiani residenti all’estero.

D. Come vivono la religione i migranti ? Esistono casi di sincretismo religioso?

R. Molti immigrati hanno un sincero senso di religiosità, anche perché la migrazione può essere paragonata a quel grande passaggio che è l’esistenza umana tra la nascita e la morte. Non è detto che la religiosità comporti anche la pratica rituale, per cui ci può essere la rinascita del senso religioso ma in maniera più intima. In Italia si è discusso molto di integrazione ma all’interno di questo concetto non sempre e non adeguatamente si è inserito il concetto di accoglienza religiosa. Di fatto però per l’impatto di apertura esercitato dalla chiesa cattolica (e anche di altre chiese minoritarie come quelle evangeliche) la base ha acquisito una certa predisposizione alla tolleranza e all’accettazione, turbata da espressioni di contrapposizione dovute non solo a politici ma anche a uomini di cultura. I fedeli islamici sono quelli che hanno catalizzato maggiormente questa contrapposizione, giù prima degli attentati terroristici del 201i negli Stati Uniti ideati da Bin Laden. Purtroppo si stenta a capire che la vera posta in gioco consiste nel portare le comunità musulmane immigrate a schierarsi sempre più decisamente contro il terrorismo islamico, cercando di condizionare anche i paesi di origine. Quando i terroristi e i loro ispiratori si sentiranno come pesci fuor d’acqua (ma non siamo ancora a questo punto) la battaglia sarà vinta. Detto questo per doverosa attenzione all’attualità e alla strage alla Promenade des Anglais il 14 luglio 2016 a Nizza, va aggiunto che la multireligiosità portata dalle migrazioni ha un ambito molto più vasto e dovrebbe portare tutti i credenti a testimoniare l’utilità della fede in Dio di fronte ai non credenti, dando luogo anche a opere congiunte di bene, solidarietà e servizio. Ci sono espressioni meravigliose in Italia di queste aperture (la solidarietà delle varie Caritas diocesane, l’apertura delle parrocchie con i loro oratori, le iniziative di dialogo interreligioso promosse dalla Comunità di S. Egidio, le meravigliose testimonianze dei movimento dei Focolarini, per limitarci ad alcuni esempi), ma certamente molto resta da fare. Anche in ambito cattolico capita, talvolta, di assistere a prese di posizione di singoli o di gruppi che lasciano perplessi e non spianano la via al dialogo. Non sussiste il pericolo di sincretismo religioso ma semmai l’apprezzamento di aspetti positivi che si trovano anche nelle altre religioni, nelle quali, come autorevolmente dichiarato dal Concilio Vaticano nel meraviglioso documento “Nostra Aetate”, esistono semi di verità che vengono dal’unica fonte che è Dio.

D. Esistono fenomeni di nuovo nazionalismo fra gli immigrati ?

R. Esiste tra gli immigrati un senso di attaccamento al loro paese. E’un classico nella storia delle migrazioni che, dopo che il migrante ha lasciato il proprio paese nel quale si è trovato male e ha dato la stura a un atteggiamento molto criticato (il più delle volte meritatamente), una volta all’estero finisca per rivalutarlo. Questo processo è un bene perché rafforza il senso di sicurezza nei migranti e, se non è portato all’estremo, non impedisce l’integrazione nel paese d’accoglienza e ne fa un cittadino di due paesi. Espressione di questo riferimento bilaterale è il fatto che gli immigrati, potendo conservare la cittadinanza del paese di origine, siano più disposti ad acquisire anche la cittadinanza italiana (sono circa un milione gli ex stranieri diventati cittadini italiani). Si può parlare, invece, di un nazionalismo islamico contrapposto all’occidente e al cristianesimo (seppure sia sempre più infondata questa equiparazione). Questo nazionalismo, più che a un paese islamico, è fondato su quella religione intesa in senso escludente. Ogni sincero credente, a partire dagli stessi musulmani, dovrebbe sentirsi inorridito nel vedere Dio invocato per contrastare le altre persone, trascurando che la libertà (e quindi anche la libertà di culto) nelle persone è stata voluta da Dio stesso e che la coscienza dovrebbe essere considerato un tempo inviolabile, più sacro di qualsiasi altro tempio di pietra. Queste sono le discussioni sulle quali vale la pena impegnarsi, con i musulmani e i fedeli di altre religioni!

D. Quanto i migranti si sentono italiani?

R. Tra gli immigrati vi sono quelli che hanno acquisito la cittadinanza italiana come uno strumento di comodo, perché equipara in tutto agli italiani, e moltissimi altri che, anche se non ancora diventati cittadini italiani, amano l’Italia e vorrebbero sentirsi considerati i nuovi italiani. Non è che dell’Italia non si vedono i problemi, dal peso della burocrazia, all’efficacia delle scuole, alle pulizie delle strade e così via. E però l’Italia viene amata (clima, cibo, monumenti) anche per il carattere dei suoi abitanti, da un lato un po’ approssimativi e incostanti e dall’altro molto possibilisti, quindi aperti all’integrazione. Finora abbiamo avuto questo credito dalla maggior parte dei 6 milioni (di cui 1 milione con cittadinanza italiana) di immigrati che vivono in Italia. A metà secolo saranno più del doppio. Non dobbiamo sprecare questa apertura nei nostri confronti, che comporta un certo sforzo da parte nostra e da parte loro. Se così sarà, sarà vinta la battaglia per il futuro.



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È primo Ricercatore dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” presso il quale è Coordinatore scientifico dell’Area Sociale, Umanistica e Linguistica. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università di Roma “Sapienza Università di Roma”, è autore di numerosi saggi, articoli e recensioni. È presidente dell’Associazione di stuti umanistici Leusso e direttore responsabile della rivista Leussein.

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è ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma (Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale, Facoltà di Scieze politiche, sociologia, comunicazione), dove insegna Scienze semiotiche. Si interessa all’opera di Michel de Certeau e in generale a una lettura dello spazio urbano attenta al ruolo dell'alterità culturale e alle pratiche urbane. Le sue ricerche riguardano il rapporto fra spazio urbano e potere politico, in relazione in particolare alla trasformazione della città di Roma durante il fascismo e alla trasformazione delle frontiere nel contesto della globalizzazione contemporanea.


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