Interventiste nella grande guerra Assistenza, propaganda, lotta per i diritti a Milano e in Italia (1911-1919)

Il libro di Emma Schiavon[1]  sulle interventiste e la prima guerra mondiale, costituisce nell’insieme un’ottima ricerca di storia delle donne; solida; ben documentata e argomentata. Diviso in due parti, di 8 capitoli ciascuna, la prima riguarda il periodo precedente la guerra, ed è un’ampia ricognizione dei gruppi femminili e femministi esistenti e delle loro diversità e divergenze; la seconda è centrata sugli anni del conflitto e l’immediato dopoguerra.

Non entrerò nel merito delle molte questioni esaminate nel libro. Per quanto ora i miei interessi riguardino altri aspetti della storiografia e degli studi di genere, molti anni fa mi ero dedicata proprio al periodo da lei studiato. Colgo quindi l’occasione per accennare a qualche punto che mi auguro possa contribuire ad ampliare i molti problemi che ruotano intorno al tema principale del libro. E intanto, fa bene l’autrice a ricordarci quanto a lungo l’interventismo femminile sia stato un tema trattato e da trattare con cautela, se non addirittura da accantonare del tutto.

Trenta o quaranta anni fa, occuparsi di donne ‘di destra’ era difficile, in special modo per femministe che avevano una formazione marxista, e una provenienza dai gruppi e partiti della sinistra, o da associazioni laiche. Sicuramente era un terreno guardato con sospetto, considerato come una eccentricità. Lo so bene perché erano proprio i temi di cui mi occupavo. E il pregiudizio è durato a lungo. C’era come una divisione di compiti in base ai propri orientamenti politici; ma più che altro, esisteva l’idea sottintesa che le fasciste, le cattoliche dentro la DC, o quelle appartenenti ad associazioni ecclesiastiche, non potessero essere femministe “vere”, né condividere alcuni obiettivi in materia di diritti civili; salvo qualche eccezione.

Il clima è profondamente cambiato in questi ultimi vent’anni. Molti preconcetti sono scomparsi, molti strumenti di ricerca archivistica sono stati acquisiti grazie al lavoro della generazione a cui mi onoro di appartenere, quella che ha avviato la costruzione di una storia delle donne in Italia fin dagli anni ’70. Tra i risultati del lavoro portato avanti nei primi decenni di questo percorso, si è prodotta quella che ritengo essere una fondamentale acquisizione, di cui ho cercato di dar conto in un breve saggio di carattere storiografico intitolato “Donne di destra”, pubblicato su “Democrazia e diritto” nel 1994 (poi incluso nel mio libro “Asincronie del femminismo” del 2012). Era stato scritto nel periodo in cui alcune donne di destra avevano assunto posizioni importanti nella coalizione governativa presieduta da Berlusconi (Irene Pivetti, della Lega Nord, divenuta Presidente della Camera; Adriana Poli Bortone del MSI e poi di Alleanza Nazionale, nominata ministro delle politiche agricole). Ricordo, en passant, che tra le prime dichiarazioni pubbliche di queste due signore, sono rimaste famose alcune affermazioni relative a come le donne stavano meglio sotto il fascismo; dichiarazioni che, al di fuori delle proteste di alcune giornaliste, non suscitarono allora particolari rimostranze pubbliche.

L’acquisizione importante cui accennavo prima riguarda un problema fondamentale, esemplarmente illustrato dopo qualche decennio di ottima storia sociale delle donne in Italia, e per chiarire il quale questo libro sulle interventiste offre un interessante contributo: la presa di parola delle donne – nel presente come anche quella recuperata dal passato – non ha come protagoniste soltanto militanti operaie e contadine, partigiane o suffragiste, anarchiche e socialiste. Essa riguarda, al contrario, l’intero spettro della femminilità: anche le fasciste, le terroriste, le repubblichine, le naziste – parlano; e così le aristocratiche, le religiose, le dame di S.Vincenzo, le ladre e le assassine, le matricide e le transessuali. Il fatto che noi proviamo nei loro confronti un profondo disaccordo politico, disapprovazione morale o disinteresse, è un altro discorso; che pone l’intera questione del diritto alla parola sul piano di un obiettivo per fortuna già raggiunto: avere a disposizione un teatro di confronto politico democratico. Quanto questo teatro sia libero da condizionamenti politici e opportunismi accademici, o semi-controllato dal Grande Fratello informatico, è un’altra faccenda. Ma per comodità do per presupposto che lavoriamo e parliamo entro uno spazio di libero confronto.

E’ chiaro che, durante le fasi iniziali, il lavoro storiografico sulle donne ha riguardato quelle che sentivamo più vicine e simili a noi, delle quali condividevamo orizzonti ideali e pratiche militanti. Gli inevitabili aspetti ideologici che hanno accompagnato il femminismo sono stati: da un lato – di aiuto; nel senso che senza femminismo non ci sarebbe mai stata una storia delle donne, e tantomeno una riflessione intorno al genere e alle differenze sessuali. Dall’altro, hanno anche riempito tanti interventi, studi, prese di posizione, ricerche, di luoghi comuni e pregiudizi contro “le donne di destra”, come sono molte di queste interventiste protagoniste del libro di Schiavon.

Vent’anni fa avevo constatato che le donne di destra non studiavano né scrivevano la propria storia; per sapere qualcosa delle loro antenate fasciste, naziste e repubblichine, dovevano documentarsi sulle ricerche e i libri scritti da autrici e storiche femministe. Di fatto, non esiste un patrimonio di elaborazioni culturali scritte e insegnate da parte delle donne di destra; è noto, infatti, che esse non scrivono di storia e non studiano. Così è stato sotto il fascismo (Margherita Sarfatti è stata una grande eccezione; e tale è rimasta: non ha prodotto imitatrici o seguaci dal punto di vista culturale); così il disinteresse si è perpetuato nel dopoguerra fino agli anni 90 e così è anche adesso. In Italia, le donne di destra nell’ultimo ventennio hanno acquisito una capacità di presenza politica nella sfera pubblica; imparano a parlare nei comizi e nelle aule di governo, ma non hanno ancora imparato a scrivere e a fare ricerca sulla propria storia, sulle proprie antenate. Considerano si tratti di tematiche al di fuori dei loro interessi. La memoria per loro non conta, bastano pochi episodi ricordati, o vaghi richiami a qualche figura emblematica del passato.

Un tipo di ricerca come quella di Emma Schiavon va invece in una direzione diversa, che mi sembra di poter condividere nei suoi obiettivi generali. Qual è questa direzione e dove porta? Innanzitutto, a una visione che, oltre a essere ben documentata, è anche libera da paraocchi ideologici (di destra e di sinistra che siano). Come lei stessa scrive nell’introduzione, “il carattere politico del femminismo di inizio Novecento in ogni caso va preso sul serio anche nelle sue espressioni più moderate” (p.2).

Non potendo trattare in dettaglio i moltissimi aspetti di questo libro così ricco di articolazioni e spunti, mi limito a pochi accenni su qualche capitolo che mi ha interessato di più e con l’occasione rivolgo qualche domanda a Emma. Mi è sembrato molto interessante, perché non ne so nulla o quasi, il capitolo 8, su Rosalia Gwis Adami e sull’interventismo pacifista.

Intanto, sono molto curiosa della vita di Rosalia Gwis Adami, e vorrei chiedere qualche informazione aggiuntiva sulla vita; su questo cognome, sui rapporto esistente tra lei e gli Stati Uniti. C’è una nota con alcuni brevi dati biografici ma mi piacerebbe saperne di più.

Nel libro si parla inoltre del fatto che la partecipazione alla vita civile e politica era una esigenza assai sentita dalle donne delle classi medio-alte, e anche da quelle più istruite. Questo è un dato che riguarda tutti i paesi coinvolti nella guerra; l’Italia non fa eccezione. Piuttosto, sarebbe molto interessante analizzare comparativamente questi aspetti. In ciascun contesto la situazione presenta caratteri diversi, come diversi furono gli sbocchi e le soluzioni individuate per esprimere il desiderio di visibilità nella sfera pubblica e quello altrettanto forte di sentirsi partecipi in una situazione che chiamava alla mobilitazione nazionale, allo sforzo individuale in nome del più alto sforzo patriottico. Diversi e di molteplice natura furono i condizionamenti socio-culturali e religiosi, così come i modelli di emancipazione e autonomia femminile.

Tra i capitoli del libro che mi sono sembrati di notevole interesse ci sono quelli sulla propaganda pro-bellica presso le contadine, un punto su cui alle donne fu chiesto di mobilitarsi. Le “Seminatrici di coraggio” era una associazione nata nel ’16-’17 su impulso di Sofia Albini, la quale – come scrive Emma – “finirono per diventare una delle prime aggregazioni del mussolinismo femminile”. Si tratta di un aspetto pregevole del libro, il quale fornisce un contributo importante a individuare alcuni dei momenti e dei luoghi di origine di quelli che successivamente diventarono i Fasci femminili. Non a caso Elisa Mayer Rizzioli, la grande animatrice dei fasci, aderisce con entusiasmo alla nascita delle Seminatrici.

Ci sono poi le pagine riguardanti la raccolta dei fondi per il prestito nazionale, cui aderiscono compattamente le femministe italiane. E’ interessante il fatto che la propaganda con uso di comizi si avvale della presenza di mutilati nei luoghi più difficili per la sottoscrizione dei fondi; dove l’accostamento tra donne e mutilati(p.201) rivela un uso cinico della mistica del sacrificio, che naturalmente raccoglieva adesioni tra le donne. Ma c’era anche dell’altro. Ritengo, infatti, che non vada trascurato anche un versante, più ambivalente e sottile, riguardante l’implicita associazione tra mutilazione maschile e virilità menomata. Mettendo insieme donne e mutilati si creava una sorta di ambigua solidarietà del fronte interno de-mascolinizzato contrapposto a quello esterno che schierava i veri uomini al fronte. La mutilazione crea infatti un’inedita alleanza tra uomini e donne, basata sulla fragilità e le ferite fisiche maschili, rassicurante sul piano morale poiché suggerisce l’eventualità improbabile che possano svilupparsi rapporti sessuali.

Per la propaganda nei confronti dei soldati degenti negli ospedali si mobilitano soprattutto donne di categorie diverse: maestre inviate nelle corsie per corsi di alfabetizzazione, infermiere volontarie, volontarie dei Gruppi lettrici. Si creano delle ‘scuole di corsia’.

L’infermiera volontaria svolge un ruolo fondamentale; come scrive Emma é “l’unica figura riconosciuta in Italia di ‘donna combattente’.”(p.209) Le infermiere hanno anche un giornale, “Vita fraterna”.

Sul piano assistenziale, l’interventismo femminista si concentra nella creazione dei Nidi per i bambini dei soldati e nell’Ufficio notizie per le famiglie dei richiamati di Milano. Tutte iniziative importanti perché promuovono la presenza delle donne nella sfera pubblica; in particolare l’Ufficio notizie.

Come si esprimono le rivendicazioni femministe?

L’episodio più importante è la convocazione del Congresso della Pro Suffragio per il 1-2 novembre 2016, poi apertosi l’anno successivo, il 7 ottobre 1917. Il programma era concentrato in 5 punti principali: ricerca della paternità; accesso a tutte le professioni; presenza delle donne nelle Opere pie e miglioramenti nelle condizioni di lavoro; suffragio amministrativo e politico.

Il Congresso si chiude con un grande successo per il suffragismo, votando all’unanimità la richiesta del riconoscimento del diritto di voto alle donne. Poco dopo però gli entusiasmi sfumano velocemente perché c’è la disfatta di Caporetto. Dopo Caporetto, infatti, il clima politico generale diventa fortemente misogino, e gran parte delle associazioni femminili convergono nella costituzione della sezione del Fascio, il 14 febbraio 1918, contro i neutralisti e i disfattisti. Nella primavera, su proposta di Salandra, il parlamento vota all’unanimità il voto a tutti i combattenti, compresi i minorenni, ma le donne rimangono escluse e subiscono un grave scacco. Viene addirittura approvato un decreto che proibisce alle donne di guidare automobili pubbliche e private.

Il libro si chiude con amare riflessioni sul fallimento della strategia interventista; purtroppo, mi viene anche da aggiungere, anche di quella non-interventista.

Ho qualche curiosità ulteriore e un’ultima considerazione da fare.

Una prima domanda riguarda gli aspetti più scopertamente misogini nei confronti di queste associazioni. C’erano caricature contro le donne in uniforme? Contro il suffragio e le attiviste femministe? Nel mondo anglofono ci sono delle bellissime ricerche su questi punti che evidenziano quanto il problema della rappresentanza politica sia strettamente legato a quello della rappresentazione della femminilità. Penso a The Spectacle of Women, una splendida ricerca del 1987 di cui è autrice Lisa Tickner, una storica dell’arte, relativa al ruolo svolto dalle artiste suffragiste inglesi negli anni delle battaglie per il voto. Nel libro si evidenzia l’importanza che ha svolto in contesto inglese, l’opposizione all’antisuffragismo sul piano della propaganda visuale – disegni, giornali, manifesti, caricature dei misogini, ecc. Esiste qualcosa di comparabile per l’Italia? Ben poco, credo; ma non lo so, e sarebbe importante indagare in questa direzione.

Un altro aspetto che mi sembra svolto con forza ed efficacia nel libro sulle interventiste di Schiavon riguarda la presenza di una quantità incredibile di profili femminili molto diversificati, sui quali bisognerebbe avviare progetti di ricerca a largo raggio e a livello nazionale. Occorrerebbe un ampio programma per studiare più a fondo queste biografie. Ne abbiamo ancora troppo poche. Mi rendo conto, purtroppo, che con la scarsità di mezzi che caratterizza il panorama degli studi delle donne in Italia sarà difficile continuare produttivamente su questa strada. Molto si è fatto e si sta facendo, ma ci vorrebbe un piano più sistematico. Mi auguro che riescano a farlo le italiane (e anche le non italiane) che studiano all’estero.

Lascio per ultima una questione che a me sta molto a cuore, ed è quello riguardante alcuni aspetti simbolici e pratici dell’interventismo femminile relativi all’identità sessuale, concentrati principalmente sulla possibilità di indossare delle divise e sull’uso delle armi. Se ne accenna nell’introduzione, quando si dice che le femministe insistettero perché il lavoro sostitutivo degli uomini mobilitati venisse considerato alla stregua di un “servizio militare femminile”, riconosciuto anche “attraverso uniformi e distintivi ufficiali”. (p.5)

In contesto anglofono sono soprattutto questi i punti dove il contrasto con le gerarchie politiche e militari è più forte, e l’argomento contrario è quello noto: le donne non si devono mascolinizzare; i mestieri e le vocazioni degli uni devono rimanere ben distinte da quelle delle altre. Quando però – come in Belgio o in Gran Bretagna – l’80% della manodopera nelle industrie e nei servizi è composta da donne, negli anni centrali della guerra, l’argomento si spunta un po’ da sé.

Per concludere, un’ultima domanda.

L’interventismo e il patriottismo sono alcune delle strade principali che le donne scelgono per mascherare una volontà guerriera, un desiderio di combattere. Ero curiosa di sapere quanto sono presenti nella pubblicistica interventista delle donne i modelli di donne e sante guerriere del passato – dalle amazzoni a Minerva/Atena, Giovanna d’Arco, Clorinda, Caterina Sforza, ecc. Gli stereotipi sulle donne guerriere, e i modelli di combattenti armate sono persistenti nell’immaginario europeo. Accompagnati da una serie di interessanti aspetti mitici e storici relativi alla anomalia della donna guerriera e alla sua ambivalenza sessuale, caratterizzata da una accentuata polarità – vergine inaccessibile (come Atena/Minerva) o disinibita (come una puttana) e sfrenata come una Baccante. In alcuni lavori degli anni scorsi mi sono occupata del rapporto tra le donne e le armi, ispirata dalle ricerche di Paola Tabet che ha studiato la divisione sessuale del lavoro nelle società dei cacciatori-raccoglitori, evidenziando l’incompatibilità delle armi con la condizione femminile di riproduttrici della specie.

Chiudo menzionando lo spettacolo messo in scena in queste settimane presso il Fringe Festival a Castel S.Angelo (ma viene da Padova) dall’attrice Giorgia Mazzucato. Si intitola Guerriere. E’ un monologo a tre voci su tre donne che hanno combattuto nella prima guerra mondiale: Angela si traveste da uomo e va in battaglia; Eva fa l’albergatrice e a imitazione di Coco Chanel diventa imprenditrice dell’azienda di famiglia; la socialista veneta Franca segue l’esempio della regina Elena di Savoia, crocerossina al fronte, e per mantenere i figli: di giorno lavora in una fabbrica di armi e di notte accende i lampioni del paese mentre pur di vedere il marito al fronte si arruola tra le portatrici della Carnia che trasportavano rifornimenti alle prime linee dei reparti alpini.

Bisognerebbe mandare a Giorgia Mazzucato una copia di questo libro.

 

[1]  Questo articolo di recensione riprende l’intervento –  presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea, via Caetani, Roma, il 15 giugno 2015 – di presentazione del libro di Emma Schiavon, Interventiste nella grande guerra. Ho preferito mantenere alcune informalità tipiche della comunicazione parlata.



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è nata e cresciuta a Buenos Aires. E’ stata docente di studi culturali e studi di genere all'università di Urbino fino al 2009. Ha insegnato presso altre università italiane (Sapienza, Torino); è stata spesso Visiting Professor presso università all’estero (Harvard, Londra, Sydney, Buenos Aires) e ha pubblicato una grande quantità di saggi su temi relativi agli studi culturali, la didattica della storia, la storia del femminismo e gli studi di genere. Diverse pubblicazioni recenti riguardano l’opera di Michel de Certeau; dal 2009 cura una homepage dedicata a questo studioso francese contemporaneo di Foucault (www.micheldecerteau.eu). Fa parte della redazione di “Leussein” e del gruppo “Lo sguardo paziente” di riflessione su medici e pazienti in contesto oncologico.


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