Giuda, Taddeo, Addai

Possibili collegamenti con le vicende del Mandylion edesseno-costantinopolitano ed eventuali prospettive di ricerca

Abstract—The Mandylion or image of Edessa, first mentioned in the 6th century, was a depiction of Christ’s face, described by some texts as a painting and by others as a miraculous imprint on a cloth. It is reasonable to believe that this mysterious cloth was the Shroud which is today kept in Turin, folded in such a way as to show only the face.

The protagonist of the events related to the Edessan image is Thaddeus-Addai, who is at times defined as “apostle” and at other times simply as disciple. The identification of Thaddeus-Addai with the apostle Judas Thaddeus or one of the 70 (or 72) disciples remains an issue which deserves further studies; however, considering the research already conducted, a possible relation between the numerous literary witnesses and the figure of Judas Thaddeus is not to be ruled out.

Ricostruzione del trittico del Sinai (Hans Belting)

Ricostruzione del trittico del Sinai (Hans Belting)

Introduzione

Il Mandylion o immagine di Edessa era una raffigurazione del volto di Cristo, descritta in alcuni testi come un dipinto e in altri come come un’impronta miracolosa su un panno. È verosimile ritenere che questo misterioso panno fosse la Sindone conservata oggi a Torino, ripiegata in modo da mostrare solo il volto. Essa viene menzionata per la prima volta nel VI secolo e rappresentò, nell’immaginario collettivo, l’essenza stessa dell’icona. Nel X secolo venne poi trasportata a Costantinopoli. Dopo il saccheggio della capitale bizantina ad opera dei crociati franco-veneziani del 1204, le sue tracce si perdono, in Occidente, a Roma o a Parigi[1].

Nel 1978 lo storico inglese Ian Wilson affermò che il Mandylion in realtà poteva essere la Sindone, ripiegata in modo da mostrare solo il volto[2]. La sua ipotesi, avvalorata da numerosi indizi, negli anni successivi fu accettata da altri studiosi[3]. Si sono levate anche voci contrarie[4], che però non sono state esenti da critiche[5]. Gli autori del presente lavoro ritengono valida la teoria di Wilson e pertanto si interessano delle vicende del Mandylion, che possono illuminare i primi secoli della storia della Sindone. Il telo, conservato oggi a Torino, ha sicuramente avvolto un cadavere torturato e insanguinato. Gli esami medico-legali hanno evidenziato numerosi elementi congruenti con la descrizione della Passione di Gesù narrata dai vangeli canonici[6]. Contemporaneamente l’esame comparato di tutte le risultanze storiche e scientifiche ha permesso di raggiungere un elevatissimo grado di probabilità circa l’appartenenza al Gesù dei vangeli del telo sindonico, avvalorando la tesi che esso possa essere considerato una reliquia[7]. [7]

La città di Edessa

Edessa, l’odierna Şanliurfa, nella Turchia sud-orientale, era una città-stato che si convertì al cristianesimo, secondo alcune fonti, già nel II secolo[8]. L’inizio del cristianesimo, secondo alcune tradizioni, avvenne per la conversione del Re Abgar V, miracolosamente guarito in seguito alla vista del Volto di Cristo su un panno portatogli da Addai (Taddeo)[9].

Lo studioso di ebraico e siriaco Sabino Chialà riporta un testo dello scrittore siriaco del XIII secolo Gregorio Bar-Hebraeus, noto come Barebreo, secondo il quale una possibile ipotesi della versione siriaca dell’Antico Testamento è che sia stata realizzata “nei giorni dell’apostolo Addai e del re di Edessa, Abgar, quando allo stesso modo fu tradotto anche il NT, la Peshitta[10]. Tutte le vicende legate alla conversione del Re Abgar sono variamente riportate in diverse fonti e hanno generato una serie di incertezze sia sull’identificazione dei vari protagonisti, in particolare il discepolo di Gesù, che sulla natura dell’immagine stessa.

Sembra chiaro che Edessa diventi successivamente un centro missionario da cui il cristianesimo si irradia, tra l’altro in Persia e in Armenia. La Chiesa Armena ritiene di essere l’erede della “Cattedra di Taddeo”. Infatti secondo antiche tradizioni la fede venne predicata in Armenia da due discepoli di Gesù, Taddeo – ci si riferisce ad Addai dei Siri – e Bartolomeo, e i primi missionari furono di lingua siriaca[11].

Il discepolo\apostolo Taddeo\Addai

Il protagonista delle vicende dell’immagine edessena è Taddeo, talvolta definito “apostolo”, altre volte come semplice discepolo, facente parte del gruppo dei 72 missionari inviati da Gesù stesso secondo il racconto di Luca 10,1-24.

Lo studio di questo personaggio è l’oggetto della presente ricerca, tesa a promuovere una sua possibile identificazione e proporre delle piste d’indagine al fine di ricostruire plausibili collegamenti con le vicende del Mandylion edesseno-costantinopolitano.

Tenendo presente la finalità del lavoro, sono stati analizzati e presi in considerazione alcuni testi fondamentali. Elenchiamo i principali.

I quattro vangeli canonici in cui si parla di Giuda Taddeo

Vangelo di Matteo

10,3 Nell’elenco dei dodici non c’è Giuda, ma Taddeo (evidentemente lo stesso personaggio).

13,55 Giuda fratello del Signore.

Vangelo di Marco

3,19 Nell’elenco dei dodici non c’è Giuda, ma Taddeo (evidentemente lo stesso personaggio).

6,3 Giuda fratello del Signore.

Vangelo di Luca

6,16 Giuda, uno dei dodici, figlio di Giacomo.

Vangelo di Giovanni

14,22 Durante l’Ultima Cena, Giuda, non l’Iscariota, rivolge una domanda a Gesù.

Inoltre, nel vangelo di Luca, Gesù designa altri settantadue discepoli per inviarli in missione e si racconta che tornarono pieni di gioia: cap. 10,1-17.

Altri riferimenti nel Nuovo Testamento

Atti degli Apostoli

1,13 Nel gruppo degli apostoli c’è Giuda di Giacomo.

Inoltre in Galati 3,1 si legge:

O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso![12],

giusta traduzione dal latino:

O insensati Galatae, quis vos fascinavit, ante quorum oculos Iesus Christus descriptus est crucifixus?[13].

In questa pericope Paolo sembra riferirsi a qualcosa che è stato mostrato ai Galati (il riferimento alla visione oculare è esplicito), ma non si fà accenno a un’apparizione, né a una visione di carattere estatico, bensì a una raffigurazione (Rappresentazione? Descrizione? Disegno?) del Cristo crocifisso.

Lettera di Giuda

All’inizio l’autore si presenta come Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo.

Apocrifi

Il Libro della Risurrezione di Gesù (circa VII sec.), di probabile origine copta-egiziana, è stato rinominato da E.A. Wallis Budge Libro della Risurrezione di Gesù Cristo scritto dall’apostolo Bartolomeo, perché questo apostolo interviene spesso in prima persona. Egli si rivolge a Taddeo con queste parole:

Non permettere che questo libro vada nelle mani di un infedele e di un eretico. Guarda, è questa la settima volta che io mi raccomando a te, mio figlio Taddeo, a proposito di questi misteri[14].

Negli Atti di Andrea, secondo il codice Vaticano gr. 807 del IX-X secolo, gli apostoli dopo l’ascensione di Gesù si riuniscono per decidere quali fossero le destinazioni di ciascuno per l’inizio dell’attività missionaria; a Lebbeo e a Taddeo tocca in sorte la Beronicide[15]. Taddeo

raggiunge la città degli Edesseni, dove aveva soggiornato presso Abgar, toparca di questo luogo; egli aveva precedentemente portato a lui, con delle lettere scritte da Dio, la forma della somiglianza teandrica di Cristo, (forma) non fabbricata da mano d’uomo, formata immaterialmente nella materia[16].

Negli Atti armeni di Bartolomeo, fatti risalire al V-VI secolo, si dice che l’apostolo Bartolomeo si incontrò con in Armenia con Taddeo, il quale già predicava in quella regione[17].

Nelle Memorie apostoliche di Abdia, ritenute da coloro che le hanno pubblicate del VI-VII secolo, si legge nel libro IX che Tomaso inviò Taddeo, uno dei settanta discepoli, presso il re Abgar, della città di Edeliena[18].

Nel Discorso di san Giovanni il teologo, sul riposo della santa Teotoco, che viene fatto risalire al VI secolo, si afferma che Taddeo (insieme con Andrea, Filippo, Luca e Simone il Cananeo) fu risuscitato per opera dello Spirito Santo per assistere al “giorno della sua partenza e della sua ascesa verso i cieli”[19].

Le due lettere della corrispondenza epistolare fra Abgar e Gesù [20], il quale avrebbe promesso al re malato di inviargli uno dei suoi discepoli a guarirlo, erano conservate a Edessa. Dopo l’ascensione del Salvatore, la promessa venne mantenuta allorché Tomaso inviò Taddeo a Edessa[21].

Negli Atti di Taddeo, uno degli apostoli, un testo greco del III-IV secolo, il protagonista della narrazione è Taddeo o Addeo, inizialmente presentato come uno dei 70 o 72 apostoli di Gesù[22]. Secondo il teologo André-Marie Dubarle gli Atti di Taddeo sono del VI secolo[23]. Nell’opera sugli apocrifi curata da Moraldi si legge che un ebreo di Edessa di nome Lebbeo, recatosi alla volta di Gerusalemme, venne battezzato da Giovanni il Battista con il nome di Taddeo e successivamente scelto da Gesù per far parte del gruppo dei dodici. Dopo la risurrezione, Taddeo tornò ad Edessa da Abgar, il quale si fece battezzare. Il re era stato già guarito dal panno portatogli da Anania, su cui era impresso il volto di Gesù, per mezzo del quale il re fu guarito dalla sua infermità[24]. Anche Von Dobschutz riferisce come sia stato il messaggero di Abgar a portare l’icona miracolosa al re: dunque l’icona avrebbe guarito il re prima ancora che Taddeo facesse ritorno ad Edessa[25].

Mark Guscin, studioso di Latino e Greco, traduce così le istruzioni di Abgar ad Anania:

Abgar disse ad Anania di riportare l’esatto aspetto di Cristo, com’era, la sua statura, i suoi capelli e tutto in dettaglio.

Nel manoscritto Vindobonensis bybl. Caesar. Hist. gr. 45 (olim 14), del IX-X secolo, egli evidenzia la variante nella fine del paragrafo, dove si legge “il suointero corpo”. Inoltre lo studioso sottolinea l’utilizzo delle parole τετράδιπλον e σινδών nel descrivere il panno utilizzato da Gesù per imprimere miracolosamente il suo volto[26].

Secondo Dubarle, il termine tetradiplon (piegato quattro volte) è un neologismo utilizzato per descrivere la peculiarità dell’oggetto, il quale, una volta aperto, mostrava l’intera immagine del corpo di Gesù[27].

La Dottrina dell’apostolo Addeo, o Dottrina di Addai l’apostolo, è la versione siriaca degli Atti di Taddeo, riportata da alcuni manoscritti del V-VI secolo. In questo testo l’apostolo Giuda Tomaso invia a Edessa Addeo, uno dei 72 discepoli[28], o Addai l’apostolo[29]. Secondo la filologa Ilaria Ramelli risalirebbe al IV-V secolo[30]. Lo storico Alain Desreumaux, specializzato in Siriaco e Aramaico, elenca una serie di versioni della Dottrina di Addai: greca, siriaca, copta, etiopica, araba, armena, georgiana, slava[31]. Lo stesso autore francese sostiene che quest’opera sia una composizione elaborata a partire da un’antica leggenda siriaca. Il redattore, che a differenza di altri apocrifi si firma “Laboubna figlio di Sennac figlio di Abshadar”, dichiara di aver depositato il proprio testo negli archivi reali di Edessa. Desreumaux ritiene che Laboubna abbia inserito nel suo scritto molte narrazioni e vari documenti che circolavano all’epoca della redazione finale[32]. In questa collezione è inclusa anche la Didascalia di Addai[33]. Infine, sempre l’autore francese ipotizza che nella Dottrina di Addai sia avvenuta la fusione fra la figura di Giuda Taddeo, evangelizzatore della Siria secondo una tradizione apocrifa e Addai, annunciatore del vangelo in Edessa e in Mesopotamia secondo una tradizione locale[34] Il testo chiamato Memorie apostoliche di Abdia, risalente al VI-VII secolo, i cui manoscritti sono in latino, contiene nel libro VI[35] la storia della missione degli apostoli Simone cananeo e Giuda (Taddeo) nell’impero persiano, dove avrebbero trovato la morte[36]. Il testo è attribuito ad Abdia, primo vescovo di Babilonia.

Scrittori ecclesiastici

Clemente di Alessandria (III secolo)

Lo storico Daniel Scavone sottolinea come l’uso del nome Taddeo, in riferimento all’evangelizzatore di Edessa, sia cronologicamente più antico rispetto ad Addai: infatti Clemente Alessandrino in un frammento latino delle Hypotyposes (un commento alle Scritture, di cui rimangono appunto solo dei frammenti) riferisce che il corpo di Taddeo (e non di Addai) è stato sepolto nel cimitero reale della cittadella (birta) di Edessa[37].

Epifanio di Salamina (IV secolo)

Nel suo Panarion adversus omnes haereses nomina Taddeo come uno degli otto apostoli elencati nel vangelo degli Ebioniti[38].

Eusebio di Cesarea (IV secolo)

Nella sua Storia ecclesiastica menziona Giuda Taddeo, riferendo che fu lui lo sposo delle nozze di Cana[39] . Nel Libro Primo, Eusebio narra[40] che Abgar, re di Edessa all’epoca di Cristo, era malato. Saputo dell’esistenza di Gesù di Nazareth, che operava miracoli, gli mandò una lettera per chiedergli di recarsi alla corte di Edessa. Gesù non andò, ma a Edessa si recò Taddeo con la lettera di risposta scritta da Gesù. Eusebio riferisce che alla lettera di risposta di Gesù era aggiunta una narrazione in lingua siriaca, dove si affermava che Taddeo era uno dei 70 discepoli e venne inviato da Giuda detto anche Tomaso. Il re fu testimone di una grande visione apparsa sul volto di Taddeo e gli si prosternò davanti. L’apostolo impose le mani su Abgar e lo guarì. Il re credette in Gesù e ordinò a tutti gli abitanti della città di radunarsi per ascoltare la predicazione di Taddeo. Secondo Hans Belting il fatto che Eusebio scriva del rapporto fra Gesù e il re edesseno nel IV secolo significa che esisteva una narrazione molto più antica. Il suo nucleo era la conversione storica di Abgar IX (179-214) al cristianesimo, mentre la tradizione lo rappresenta contemporaneo di Cristo e suo corrispondente epistolare[41].

Una fonte interessante è la Narratio de Imagine Edessena [42], attribuita a Costantino VII Porfirogenito, imperatore di Costantinopoli dal 912 al 959. Il racconto riporta la tradizione più diffusa sull’origine dell’immagine di Edessa: lo scambio di lettere fra Abgar e Gesù, il tentativo di un pittore di fissare su una tela le fattezze del maestro mentre predicava, l’imprimersi miracoloso di un’immagine sul panno con il quale Cristo si asciuga il viso appena lavato. Nella sua lettera di risposta ad Abgar, Gesù gli promette che dopo essere tornato al Padre gli invierà uno dei suoi discepoli, chiamato Taddeo, che lo curerà dalla sua malattia e gli darà la vita eterna e la pace[43]. La Narratio riporta anche un’altra versione dei fatti, secondo la quale l’immagine si imprime quando Gesù si asciuga il volto dopo aver sudato sangue nel Getsemani. Gesù dà il panno a Tommaso e gli dice di inviarlo ad Abgar, dopo la sua ascensione al cielo, tramite Taddeo. Nel testo si legge anche in cosa consistette la visione avuta dal re Abgar: Taddeo:

pose l’immagine sulla sua stessa fronte ed entrò così da Abgar. Il re lo vide entrare da lontano e gli sembrò di vedere una luce che si sprigionava dal suo volto, troppo luminosa per guardarla, emessa dall’immagine che lo copriva[44].

Germano I di Costantinopoli (715-730)

Germano I, patriarca di Costantinopoli (riportato dal cronista Giorgio il Monaco, IX secolo), affermava:

C’è nella città di Edessa l’immagine di Cristo non fatta da mano d’uomo, che opera stupefacenti meraviglie. Il Signore stesso, dopo aver impresso in un soudárion l’aspetto della sua stessa forma, mandò (l’immagine) che conserva la fisionomia della sua forma umana per l’intermediario Taddeo apostolo ad Abgar, toparca della città degli Edesseni, e guarì la sua malattia[45].

Giorgio Sincello (IX secolo)

Giorgio Sincello, che era stato segretario di Tarasio, patriarca di Costantinopoli (784-806), dopo la morte di quest’ultimo scrisse nella sua Selezione di cronografia che l’arrivo di Taddeo a Edessa e la guarigione del re Abgar avvennero nell’anno 36 dell’Incarnazione.

Tommaso e Giuda, conformemente a un oracolo divino, inviarono Taddeo a Edessa per evangelizzarla. Egli illuminò tutti gli abitanti con le sue parole e i suoi atti. L’intera città lo venera fino a oggi; essi venerano anche la fisionomia del Signore non fatta da mano d’uomo[46].

Lettera dei tre patriarchi (836)

In una lettera sinodale dell’836, indirizzata all’imperatore Teofilo dai Patriarchi d’Oriente Cristoforo di Alessandria, Giacobbe di Antiochia e Basilio di Gerusalemme, si legge:

Lo stesso Salvatore impresse l’impronta della sua santa forma in un soudárion, la mandò a un certo Abgar, toparca della grande città degli Edesseni, per mezzo di Taddeo, l’apostolo dal linguaggio divino; egli asciugò il divino sudore del suo volto e vi lasciò tutti i suoi tratti caratteristici[47].

Leone Diacono (X secolo)

Nella sua Storia dell’impero bizantino scrive che Taddeo, nelle vicinanze di Emesa (l’attuale Homs, Siria):

aveva passato la notte in una fabbrica fuori città, aveva nascosto tra i mattoni il panno con l’immagine. Tutta la notte questi splendettero di una luce abbagliante. La mattina presto Taddeo si rimise in cammino col suo panno santo. Il mattone, che era stato a contatto col panno, mostrava però miracolosamente l’impronta dell’icona[48].

Agapio de Manbig (Agapios di Menbidj) (X secolo)

Nella sua Storia Universale riferisce che “Tommaso apostolo, uno dei 70” si presenta ad Abgar e lo guarisce. Poi aggiunge che “dopo la morte di Tommaso apostolo, avvenuta il 14 maggio, (gli apostoli) inviarono al suo posto Addai, fabbricante di seta”[49]. E’ interessante notare che nel testo arabo la prima menzione di Tommaso avviene come “Thomadai”[50].

Michele il Siro (XII secolo)

Nella sua Cronaca afferma che gli apostoli inviano Taddeo a Edessa. Dubarle annota come il doppio nome Giuda Tommaso si ritrovi in diversi libri apocrifi relativi a Tommaso. Il Giuda di Giacomo dell’opera lucana sarebbe il Taddeo menzionato dagli evangelisti Matteo e Marco, al quale è applicato il nome di Giuda Tommaso. L’autore francese sostiene che, nei testi relativi alla leggenda di Abgar, Giuda Tommaso è l’apostolo Tommaso, che sarebbe stato martirizzato in India, e i cui resti sarebbero stati riportati a Edessa[51].

Testi liturgici

L’Anafora degli apostoli Addai e Mari

Essa è considerata l’anafora per eccellenza di tutto l’Oriente caldeo e malabarico. Viene usata da sempre sia dalle chiese Caldea e Malabarica unite a Roma, sia dalla Chiesa Caldea Ortodossa (o Nestoriana). Secondo la tradizione, Addai (Taddeo) e Mari sarebbero stati discepoli e compagni di Tommaso nell’evangelizzazione dell’Oriente[52].

Nel 2001 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha riconosciuto la validità dell’Eucaristia celebrata con l’Anafora di Addai e Mari da parte della Chiesa Assira d’Oriente. Per celebrare i dieci anni dall’avvenimento, il Pontificio Istituto Orientale, in collaborazione con la Pontificia Università Gregoriana, ha promosso un Congresso Internazionale sull’Anafora sotto il profilo liturgico, senza approfondire le considerazioni storiche in riferimento ai due evangelizzatori, considerati autori dell’anafora stessa[53].

Canone del Mattutino di Germano II (XIII secolo)

Questo canone fu scritto da Germano II, che fu patriarca di Costantinopoli dal 1222 al 1240. In esso, oltre a ricordare la missione di Taddeo a Edessa, descrive l’arrivo della sacra Stoffa da Edessa a Costantinopoli, nel santuario della Madonna al Faro, mostrando di sapere che si trattava delI’Immagine della Passione di Gesú[54].

Altre testimonianze letterarie

Didascalia di Addai

Si tratta di un testo siriaco, così denominato da J.M. Sauget, lo scopritore dell’unico manoscritto su papiro conosciuto, che ha proposto questo titolo per evitare la confusione con la Dottrina di Addai, a causa del titolo originale: Estratti del libro della Dottrina dell’apostolo Addai che ha evangelizzato e istruito gli edesseni e tutti quelli della regione della Mesopotamia. Il termine didascalia venne usato in similitudine con la Didascalia degli apostoli. Infatti, esso è un testo giuridico-ecclesiastico nel quale si tratta degli ordinamenti e delle leggi che corrispondevano alla predicazione apostolica e alla loro dottrina[55].

Una parte della Didascalia di Addai è presente nella Didascalia degli apostoli ed è posta sotto l’autorità di Addai, il quale risulta avere l’importante funzione di diffondere l’annuncio del Messia nelle regioni della Siria[56], fra cui la città di Edessa che la Didascalia di Addai chiama Urhoi: “9. Ricevette il sacerdozio degli apostoli: Urhoi e tutte le regioni dei suoi dintorni d’ogni lato e Nisibi e il Bet Arabaye e tutto il nord e le località che gli stanno d’intorno e tutta la regione confinante del Bet Nahrain, da Addai l’apostolo, uno dei settantadue apostoli, che lì fece discepoli ed edificò la chiesa e vi fu sacerdote ed esercitò il ministero nell’amministrazione del luogo. 10. Ricevette il sacerdozio degli apostoli: tutta la Persia, [quella] degli assiri, e degli armeni e dei medi e delle regioni dei dintorni di Babele, il Bet Huzaye e il Gilan fino ai confini delle Indie e fino al paese di Gog e Magog, e, ancora, le regioni tutte d’ogni parte da Aggai, fabbricante di [panni di] seta, discepolo dell’apostolo Addai”[57].

Menzioni di Taddeo nelle vicende storiche armene

La studiosa armena Marylin Eordegian cita un manoscritto armeno del XVII secolo nel quale è descritto che

San Taddeo portò in Armenia la lancia coperta di sangue divino e la corona di spine di Giuseppe d’Arimatea, la sua mano destra, la bottiglia di profumo del nobile e l’immagine della Vergine[58].

Riccardo Pane, teologo e studioso della chiesa armena, afferma che la tradizione apocrifa e agiografica della prima evangelizzazione dell’Armenia è collegata all’età apostolica, in particolare alla predicazione degli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo. Egli inoltre cita P῾awstos Buzand, uno storiografo armeno del V secolo, il quale afferma (Storia III 14), che ad Aštišat, nel Tarōn, c’è la madre di tutte le chiese dell’Armenia, cioè la sede apostolica di Taddeo. Lo stesso storiografo (Storia III 1) riporta, genericamente, una tradizione scritta riguardo all’origine apostolica della Chiesa armena, alla missione e al martirio di Taddeo per mano del re Sanatruk.

Il teologo Pane sostiene come siano pervenute diverse tradizioni apocrife relative alla figura dell’apostolo Taddeo e cita il Martirio di Taddeo, che narra la predicazione dell’apostolo in Armenia nel distretto di Artaz, nell’attuale Iran settentrionale, dove sarebbe stato messo a morte.

Sempre il teologo riferisce dell’esistenza di un’altra fonte, la Scoperta delle reliquie di Taddeo, secondo la quale le reliquie del santo sarebbero state rinvenute nel medesimo luogo, al tempo del governatore Vahan Mamikonean, alla fine del V secolo. Afferma Pane:

Dal punto di vista canonico, è evidente l’importanza di questa tradizione: la continuità della presenza delle reliquie dell’apostolo in Armenia garantisce l’autorità apostolica della Chiesa armena. Il Martirio di Taddeo, poi, narra la precedente predicazione di Taddeo a Edessa, presso il re Abgar, confermando indirettamente il legame della prima evangelizzazione dell’Armenia con l’ambiente siriaco. Lo stesso Martirio di Taddeo, infine, mostra di conoscere la Dottrina di Addai, attribuita a Labubna, il cui originale siriaco venne tradotto in armeno all’inizio del V secolo. In essa viene narrata la conversione del re Abgar e la fondazione della Chiesa di Edessa a opera dell’inviato di Cristo, di nome Addai. L’identificazione fra la figura di Addai e quella di Taddeo sembra innegabile, e pare confermata esplicitamente da quanto riportato da Eusebio di Cesarea, che attribuisce a Taddeo la conversione di Abgar. Può essere interessante osservare come la traduzione armena della Dottrina di Addai si differenzi dall’originale siriaco: se nella fonte siriaca il santo muore a Edessa, nella versione armena parte da lì per l’Armenia. Questa tradizione confluisce in Mosè di Corene, il quale narra la predicazione di Taddeo a Edessa, la conversione del re Abgar, il trasferimento di Taddeo in Armenia e il suo martirio sotto il regno di Sanatruk, il quale era imparentato con Abgar. Il processo di armonizzazione fra le tradizioni relative all’evangelizzazione della Siria e quelle armene culmina nella notizia, fornita ancora una volta da Mosè di Corene, riguardo al concepimento di Gregorio Illuminatore presso la già citata contrada di Artaz, luogo del martirio di Taddeo, nel quale erano conservate le reliquie dell’apostolo[59].

Analisi dell’icona conservata nel monastero di Santa Caterina al Monte Sinai

Figura 1. A sinistra: icona del X secolo, monastero di S. Caterina al Monte Sinai. A destra: Ricostruzione del trittico del Sinai (Hans Belting)

Nel chiostro del Monastero di Santa Caterina al Monte Sinai è conservata un’icona del X secolo proveniente da Costantinopoli, verosimilmente realizzata su commissione imperiale. In origine le due parti di questa icona dovevano essere i due portelli di un trittico richiudibile. Al centro poteva trovarsi un Mandylion come quello di San Silvestro in Capite (Roma) o di San Bartolomeo degli Armeni (Genova). Entrambi sono dipinti su tela e fissati a una tavola di legno che possiede lo stesso formato, compatibile con la perduta parte centrale del trittico[60]. L’ipotesi appare plausibile, anche perché l’icona sinaitica è montata su un telaio che tiene insieme le due valve: questo è chiaro dal fatto che nel mezzo c’è un taglio netto, non dovuto a un accidente del tempo.

Nella parte superiore del dittico, a sinistra, vi è raffigurato un santo, identificabile come Taddeo, ma è molto probabile che il santo in questione non sia uno dei 72 discepoli, bensì proprio l’apostolo Giuda Taddeo, perché così viene identificato nei libri greci; la tradizione orientale e occidentale in questo divergono in modo consistente. Nella parte superiore destra vi è raffigurato il re Abgar, rappresentato con i tratti del volto dell’imperatore Costantino VII, colui il quale nel 944 trasferì la reliquia a Costantinopoli[61] [61].

Le immagini di san Giuda Taddeo sono molto tarde in occidente e lo raffigurano sempre con il medaglione con il volto di Cristo. Nel medioevo e in epoca paleocristiana, l’apostolo Giuda viene solo rappresentato nel collegio apostolico, senza nessun riferimento al Mandylion (mosaici di Monreale, el Bawit in Egitto, ecc.).

Il santo raffigurato a sinistra ha un volto simile a quello del personaggio che a destra consegna il Mandylion al Re Abgar. Questa somiglianza non è probante del fatto che siano la stessa persona, in quanto i pittori bizantini utilizzavano degli schemi per riprodurre il volto umano e come sempre i pittori tendono ad auto-ritrarsi, quindi questo spiegherebbe la somiglianza dei due e le somiglianze anche dei santi ritratti nella parte sottostante.

Interessante, però, è l’accostamento: infatti Giuda Taddeo è posto alla stessa altezza di Abgar e siede su un seggio simile, per sottolineare una pari dignità e una certa continuità del testo pittorico; come a voler dire che tra il santo e la consegna del Mandylion ad Abgar ci sia una sorta di collegamento naturale, dovuto alla conoscenza di testi e tradizioni orali che mettevano in relazione i due personaggi. L’analisi pittorica dell’icona tende a giustificare queste ipotesi.

Conclusioni

Lo scopo di questa ricerca è stato quello di ricostruire, attraverso le principali fonti a disposizione e considerando le analisi già compiute da alcuni studiosi che hanno affrontato il tema, eventuali collegamenti delle vicende del Mandylion edesseno-costantinopolitano con il personaggio di Taddeo-Addai. L’identificazione di Taddeo-Addai con l’apostolo Giuda Taddeo o con uno dei 70 (o 72) discepoli rimane un problema aperto che merita ulteriori approfondimenti; tuttavia, considerando le ricerche effettuate, non è da escludere che il rapporto fra le numerose testimonianze letterarie e la figura di Giuda Taddeo sia possibile. Si auspicano ulteriori indagini su queste piste di ricerca che appaiono, a nostro parere, davvero promettenti.

Andrea Di Genua

Emanuela Marinelli

Ivan Polverari

Domenico Repice

 

[1] H. Belting, Il culto delle immagini, Roma: Carocci, 2004, p. 255.

[2] I. Wilson, The Shroud of Turin, New York: Doubleday & C. Inc., 1978.

[3] G. Zaninotto, “Orazione di Gregorio il Referendario in occasione della traslazione a Costantinopoli dell’immagine Edessena nell’anno 944”, in La Sindone, indagini scientifiche, Cinisello Balsamo (MI): Ed. Paoline, 1988, pp. 344-352; I. Ramelli, “Dal Mandilion di Edessa alla Sindone: alcune note sulle testimonianze antiche”, Ilu. Revista de Ciencias de las Religiones, vol. 4, pp. 173-193, 1999; K. Dietz, “Some hypotheses concerning the early history of the Turin Shroud”, Sindon N.S., vol. 16, pp. 5-54, 2001; M. Guscin, “La Síndone y la Imagen de Edesa. Investigaciones en los monasterios del Monte Athos (Grecia)”, Linteum, vol. 34, pp. 5-16, 2003.

[4] A. Lombatti, “Impossibile identificare la Sindone con il mandylion: ulteriori conferme da tre codici latini. Con un’edizione critica del Codex Vossianus latinus Q69, ff. 6v-6r”, Approfondimento Sindone, vol. II 2, pp. 1-30, 1998; A. Nicolotti, Dal Mandylion di Edessa alla Sindone di Torino. Metamorfosi di una leggenda. Alessandria: Ed. dell’Orso, 2011.

[5] D. Scavone, “Comments on the article of A. Lombatti, «Impossibile identificare la Sindone…», in A.S., II. 2 (1998)”, Approfondimento Sindone, vol. III 1, 1999, pp. 53-66; E. Marinelli, “A small cloth to be destroyed”, Shroud Newsletter, vol. 75, June 2012, pp. 28-54.

[6] P. Baima Bollone, Sindone-Storia e Scienza 2010. Torino: Priuli & Verlucca, 2010; F. T. Zugibe, The Cross and the Shroud. A Medical Inquiry into the Crucifixion.  New York: Paragon House Publisher, 1988.

[7] B.Barberis and M. Boccaletti, Il caso Sindone non è chiuso. Cinisello Balsamo (MI): San Paolo, 2010; G. Fanti and E. Marinelli, Cento prove sulla Sindone. Un giudizio probabilistico sull’autenticità. Padova: Messaggero, 1999.

[8] I. Ortiz de Urbina, “Le origini del cristianesimo in Edessa”, Gregorianum, vol. 15, 1934, pp. 82-91; I. Ramelli, “Edessa e i Romani fra Augusto e i Severi: aspetti del regno di Abgar V e di Abgar IX”, Aevum, Rassegna di scienze storiche linguistiche e filologiche, vol. 73, 1999, pp. 107-143.

[9] A. Elli, Breve storia delle Chiese Orientali, Milano: Terra Santa, 2010, pp. 189-190.

[10] S. Chialà, La perla dai molti riflessi, Magnano (BI): Qiqajon-Comunità di Bose, 2014, p. 16.

[11] A. Elli, Breve storia delle Chiese Orientali, op. cit., p. 162.

 

[12] La Sacra Bibbia, CEI-UELCI, Libreria Editrice Vaticana 2008.

[13] Novum Testamentum Graece et Latine, edited by E. Nestle and K. Aland. Stuttgart: Deutsche Bibelstiftung, 199112.

[14] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. I. Casale Monferrato (AL): Piemme, 1994, p. 865.

[15] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., p. 484. Cfr. anche p. 432.

[16] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, Paris: OEIL, 1985, p. 91; “Acta Andreae Apostoli cum laudatione contexta”, Ed. M. Bonnet, in Analecta Bollandiana, vol. 13, 1894, pp. 309-352, a p. 333.

[17] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., p. 699.

[18] Ibid., p. 653. Cfr anche p. 515.

[19] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. III, p. 226. Cfr anche p. 172.

[20] Ibid., pp. 23-26. Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica, libro I, 13,1-3, riporta il relativo testo.

[21] Ibid., pp. 17-18

[22] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., p. 719.

[23] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, op. cit., p. 105

[24] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., p. 721.

[25] E. von Dobschüz, Immagini di Cristo, Milano: Medusa, 2006, p. 103.

[26] M. Guscin, The Image of Edessa. Leiden: Brill, 2009, pp.145-146.

[27] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, op. cit., pp. 105-106

[28] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., pp. 719-720.

[29] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, op. cit., p. 112.

[30] I. Ramelli, “Possible historical traces in the Doctrina Addai”, Hugoye: Journal of Syriac Studies, vol. 9, no. 1, 2006, pp. 1-66.

[31] A. Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, Turnhout: Brepols, 1993, p. 7.

[32] Ibid., pp. 22-24.

[33] Testi cristiani siriaci antichi, Didascalia di Addai, introduzione, traduzione dal siriaco e note a cura di Monica Casadei. Magnano (BI): Qiqajon-Monastero di Bose, 2007.

[34] A. Desreumaux, Histoire du roi Abgar et de Jésus, Turnhout: Brepols, 1993, p.26.

[35] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. II, op. cit., pp. 610-629.

[36] Ibid., pp. 514-515.

[37] D. Scavone, “A review of recent scholarly literature on the historical documents pertaining to the Turin Shroud and the Edessa Icon”, in Sindone 2000. San Severo (FG): Gerni Ed., 2002, vol. II, pp. 423-461, a p. 441.

[38] L. Moraldi, Apocrifi del Nuovo Testamento, vol. I, op. cit., p. 445.

[39] Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, book III, 20.

[40] Eusebius of Caesarea, Ecclesiastical History, book I, 13, 6-22.

[41] Belting, op. cit., p. 261.

[42] M. Guscin, The Image of Edessa, op. cit., pp. 7-69.

[43] Ibid., pp. 15-21.

[44] Ibid., pp. 25-27.

[45] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, op. cit., p. 81.

[46] Ibid., p. 86.

[47] Ibid., pp. 89-90.

[48] E. von Dobschüz, op. cit., p. 133.

[49] A.M. Dubarle, Histoire ancienne du linceul de Turin, op. cit., p. 112.

[50] Ibid., p. 113.

[51] Ibid., p. 112.

[52] C. Giraudo, Eucaristia per la Chiesa. Roma-Brescia: Gregorian University Press-Morcelliana, 1989, p. 455.

[53] C. Giraudo (ed.) International Liturgy Congress (2011: Pontificia Università Gregoriana, Roma), The anaphoral genesis of the institution narrative in light of the Anaphora of Addai and Mari: acts of the International Liturgy Congress, Roma 25-26 October 2011, Roma: Pontificio Istituto Orientale, 2013.

[54] I. Ramelli, “Dal Mandilion di Edessa alla Sindone: alcune note sulle testimonianze antiche”, op. cit., p. 180; G. Gharib, “La festa del Santo Mandylion nella Chiesa Bizantina”, in La Sindone e la Scienza. Torino: Paoline, 1979, pp. 31-50, a pp. 42-43.

[55] A. Desreumaux, op. cit., pp. 27-28; Testi Cristiani Siriaci Antichi, Didascalia di Addai, op. cit.

[56] Testi Cristiani Siriaci Antichi, Didascalia di Addai, op. cit., pp. 6-8.

[57] Ibid., pp. 30-31. Translated by B.P. Pratten. From Ante-Nicene Fathers, Vol. 8. Edited by Alexander Roberts, James Donaldson, and A. Cleveland Coxe. Buffalo, NY: Christian Literature Publishing Co., 1886. Revised and edited for New Advent by Kevin Knight.

[58] M. Eordegian, “The Holy Shroud in Armenian manuscripts and literature”, in Sindone 2000. San Severo (FG): Gerni Ed., 2002, vol. II, pp. 383-387, a p. 386.

[59] R. Pane, “Il cristianesimo armeno. Dalla prima evangelizzazione alla fine del IV secolo”, in Costantino I, Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano, 313-2013, vol. I. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 2013, pp. 833-847.

[60] H. Belting, op. cit., pp. 258-259.

[61] Ibid., pp. 259-261.




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