Intervista a Fabio Mini La guerra mediatica del Califfo a partire da Mc Luhan

Generale Fabio Mini

Generale Fabio Mini

Interrogandoci sul fenomeno della guerra in Medio Oriente e in particolare sullo straordinario impatto comunicativo che sta avendo la strategia del terrore adottata dal sedicente Stato Islamico, siamo andati a spulciare il classico della comunicazione come Gli strumenti del comunicare[1] (Understanding media) di Marshal Mc Luhan.

Vi abbiamo ritrovato una suggestiva interpretazione del mito di Cadmo che ‘sintetizzerebbe in un’unica immagine’ il passaggio del potere degli scribi e dei sacerdoti ai soldati[2].

Il mito, infatti, racconta che il re Cadmo, colui che introdusse l’alfabeto fenicio in Grecia, ispirato da Atena sconfisse il drago e ne gettò a terra i denti dai quali scaturirono degli uomini in arme. Cinque di questi, dopo una lotta fratricida, fonderanno Tebe. Secondo Mc Luhan, centrale nel racconto è il ruolo giocato dai dei denti che simbolizzano: prima di tutto le lettere dell’alfabeto fonetico (che liberano l’uomo dai limiti di una tradizione orale); poi gli uomini che diventano forza militare (rendendosi autonomi dal potere religioso); e infine le basi razionali e giuridiche con cui costruire città che diventeranno imperi (da Tebe a Roma).

Gli strateghi del nasceste stato islamico sembrano voler ripercorrere queste tappe in un cammino apparentemente inverso. Tentano un accentramento del potere sotto le vesti di un grande sacerdote, il Califfo, che utilizza una comunicazione per immagini – ‘tribalizzando’ il destinatario – per conquistare città che vengono rifondate nel solco della legge coranica.

Sono tante le suggestioni che possono sorgere confrontando l’interpretazione di Mc Luhan con gli avvenimenti di questi mesi e per questo abbiamo deciso di coinvolgere il generale Fabio Mini[3], che oltre ad essere un esperto di questioni geopolitiche e di strategia militare, negli ultimi anni con i suoi scritti ha ricostruito il ruolo storico degli uomini in arme, a partire dalle figure mitiche ed eroiche fino a dare una visione disincantata del soldato oggi.

Inizialmente scettico sull’efficacia euristica dei miti e in particolare di quello di Cadmo, il nostro interlocutore nelle risposte traccia una quadro nitido del rapporto tra mezzi di comunicazione e guerra, contribuendo a scardinare facili stereotipi non senza stigmatizzare i comportamenti più stupidi quanto deprecabili: “La dilagante condivisione delle vicende più turpi da parte dei maniaci dei cosiddetti social media è una vergogna globale”. Ma se la figura di Cadmo non è la migliore chiave interpretativa del presente (il generale avrebbe preferito piuttosto parlare di Eracle, Prometeo o Perseo…) certo è quella che ci ha consentito di discutere della guerra partendo da punti di vista più insoliti e improbabili come, crediamo, non sarebbe dispiaciuto a Marshall Mc Luhan.

D. Generale, quello di Cadmo, come tutti i miti, sottende diverse chiavi di lettura, almeno tante quanti gli elementi citati: l’alfabeto fenicio, i denti del drago, Atena, i soldati, il gesto del seminare e la città. Secondo Mc Luhan, il primo elemento, quello dell’introduzione dell’alfabeto fonetico segnerebbe il passaggio del potere dalle mani degli scribi e della casta sacerdotale a quelle dei soldati, che acquistano una progressiva autonomia e professionalità.

R. I miti greci sono stati elaborati con linguaggio simbolico nel senso che uniscono (symballo) più mondi, più dimensioni in una immagine (e quindi replica) possibilmente sintetica.

Il bello dei miti (e il brutto) è che si possono leggere e interpretare in molti modi diversi, soprattutto se visti come allegorie. Non mi sogno di contestare Mc Luhan nella sua lettura del mito di Cadmo e la “sua” ricomposizione degli elementi che lo compongono. Tuttavia ritengo che ogni riferimento mitico, per quanto interessante e suggestivo, non debba influenzare troppo le riflessioni sulla realtà o pseudo realtà nella quale stiamo vivendo. Anzi bisognerebbe proporre letture alternative a quelle mitiche proprio per evitare che lo stesso riferimento al mito in un certo senso diventi lo strumento per una ulteriore manipolazione. Una ipotesi strampalata non diventa plausibile perché si può riconoscere in un mito che già di sua natura è fatto dei più potenti, enigmatici e illusori sostituti della realtà: i simboli. Non sono infatti convinto che Cadmo e l’adozione del “suo” alfabeto in Grecia rappresentino il passaggio del potere tra caste: dai sacerdoti ai militari. E non mi convince l’ipotesi che il potere militare si sia affermato con la maggiore facilità di comunicazione resa dall’alfabeto fonetico. La Grecia antica è il posto dove il potere militare è stato sempre subordinato a quello politico e per millenni, anche dopo Cadmo, gli oracoli e gli indovini hanno condizionato la vita, la pace e la guerra. Per questo, non mi convince il fatto che per arrivare a capire il ruolo della comunicazione nella guerra si debba partire da Cadmo.

D.  Certo le suggestioni vanno prese con le molle, soprattutto quelle che nascono dai miti, quindi il suo monito ‘metodologico’ appare necessario quanto condivisibile; cercheremo quindi di non subirne troppo la potenza simbolica. Per questo, sarebbe meglio inquadrare subito il mito nel più ampio contesto letterario. Qual è la sua interpretazione del mito di Cadmo.

R.  Il mito di Cadmo riprende alcuni componenti dei miti della creazione o della fondazione di città comuni a popoli diversi e vissuti in luoghi e tempi diversi, come la presenza dei gemelli, del bue o la vacca, del drago o il serpente, della sorgente. Come negli altri miti, la conservazione o la trasformazione di quelli più antichi non sono altro che l’utilizzazione di elementi fondamentali per la narrazione epica (epos) o per uno scopo sociale legato al popolo che li elabora (ethnos), per uno scopo morale e motivazionale (ethos) o uno scopo politico (gestione del potere nell’ambito della comunità). I vincitori adottavano parte dei miti e alcune delle stesse divinità dei vinti per meglio integrarsi a vicenda. Tutti gli eroi mitici eliminavano dei nemici possenti e misteriosi per affermare la propria superiorità e fondavano città sulle quali esercitare il potere politico o ne instauravano uno nuovo che controllasse le comunità precedenti. Cadmo è forse il primo essere di stirpe non divina che assume il compito eroico di affermare il potere dei greci. E’ il protagonista di molte leggende, anche contrastanti. In quella più comune diffusa in Beozia è rappresentato come figlio di Agenore re di Tiro e fratello di Fenice (che colonizzò l’Asia Minore) e di Europa, la bella giovanetta rapita da Zeus. Cadmo avrebbe conosciuto i sacerdoti egizi che lo iniziarono alle scritture sacre e ovviamente conobbe l’alfabeto che i popoli colonizzati (i Fenici, appunto) usavano da tempo. Cadmo è anche posto in un tempo molto precedente quando è individuato nell’uomo che libera Zeus, non ancora dio supremo, dalla prigionia e dall’impotenza nelle quali l’ha ridotto il gigante Tifeo. Questo Cadmo vince Tifeo con l’astuzia e la magica arte del suono del flauto (da lui discenderà Dioniso), mentre Cadmo di Beozia uccide violentemente il drago a guardia della fonte dispensatrice di fertilità alla terra da conquistare perché sia fondata Tebe. Gli dei si combattevano esclusivamente con la violenza e la magia, gli eroi semidivini avevano poteri sovrumani, Cadmo come primo uomo-eroe , non ha forza sufficiente per battere avversari divini e quindi deve unire la forza all’astuzia, all’inganno e comunque ha bisogno della protezione di qualche dio. Violenza e inganno, che sono i fondamenti della guerra, sono uniti nei miti di Cadmo anche quando, dopo aver ucciso il drago su suggerimento di Atena (l’intelligenza) ne sotterra i denti da cui nascono molti guerrieri.

D.  Nel mito di Cadmo, per Mc Luhan il drago rappresenterebbe la forza della natura domata, il caos ricondotto all’armonia e la potenza della guerra che l’alfabeto e i soldati riescono a controllare.

R. Il drago (come il serpente o il coccodrillo in altre culture) è la rappresentazione di ciò che esiste prima, da sempre. I denti del drago sono le sue armi, sono le popolazioni o le tribù incaricate di difendere il territorio a cui il drago presiede alla stregua di un totem. Sotterrare i denti del drago significa tentare di neutralizzarne le armi, ma , come spesso succede in guerra, i popoli vinti e repressi, si trasformano in guerrieri e solo l’astuzia e l’intelligenza possono sedarli. Cadmo inganna i nemici ponendoli uno contro l’altro e facendosi alleato dei sopravvissuti. Dopo combattimenti e duelli fratricidi rimarranno cinque guerrieri (gli sparti Echione, Udeo, Ctonio, Iperenore e Peloro), ovvero i capi di cinque famiglie o clan che aiuteranno Cadmo a fondare Tebe e a dirigerla. In questo senso il mito di Cadmo è chiaramente la narrazione di un mito di affermazione, fondazione e consolidamento di un potere delle popolazioni elleniche in Grecia.

D.  Un altro elemento su cui Mc Luhan attira la nostra attenzione è il ruolo dei denti. Riprendendo Massa e potere di Canetti, lo studioso canadese sostiene che aggressività e precisione siano gli elementi caratteristici della forza dei denti. Le lettere dell’alfabeto fonetico nella loro linearità, come i denti, sono potenti per precisione di significato fino al dettaglio. È plausibile questa ricostruzione linguistica?

R. L’interpretazione linguistica del mito è suggestiva, anche se, a mio parere, meno convincente. I denti del drago possono essere anche le lettere del nuovo alfabeto che meglio si adatta all’esigenza militare. Oppure possono essere i sistemi di scrittura delle popolazioni preesistenti soggiogate da Cadmo che ne impone cinque dominanti. Posso anche immaginare che i sistemi di scrittura precedenti alle invasioni indo-europee basati sulle consonanti (pittografici, geroglifici, cuneiformi, e lo stesso alfabeto fenicio che era consonantico) siano stati battuti dall’affermazione delle cinque vocali ( i cinque sparti ?) con le quali si possono rappresentare i suoni delle lingue indoeuropee (come l’ellenico) prevalentemente flessive.

D.  L’alfabeto fonetico, secondo Mc Luhan, a differenza dei numerosissimi segni della comunicazione prealfabetica, come il geroglifico, era più facile da apprendere, mentre il papiro più leggero consentiva un trasferimento di informazioni sicuramente più veloce[4].

R. Si può certamente condividere l’idea che l’introduzione dell’alfabeto abbia semplificato la trasmissione dell’informazione, ma bisogna anche chiarire che la semplice trasposizione fonetica non rende appieno alcuni elementi importanti che non fanno parte dei contenuti ma del medium di trasmissione orale: l’uomo. Abbiamo guadagnato in facilità e velocità di trasmissione ma abbiamo perso in intensità, colore ed emotività che spesso non discendono da una parola scritta ma dal modo di dirla, dall’inflessione della voce, dalla mimica che l’accompagna, dalla situazione, dall’emozione che ispira la parola biascicata o stentorea, la cantilena o la declamazione. Solo l’oratoria e la recitazione riescono a completare l’effetto del messaggio che si vuole trasmettere. Sul piano del linguaggio l’atteggiamento del guerriero è invece opposto alla semplificazione fonetica attribuibile all’alfabeto di Cadmo. I guerrieri sono in genere dei solitari, muti, rozzi nel parlare. I grandi guerrieri sono quasi sempre degli asceti, scontrosi e immersi in una realtà virtuale. Anche se alcuni guerrieri sono diventati grandi condottieri, raramente sono stati eloquenti come i politici. E i politici-guerrieri sono sempre stati dittatori. Gli scritti dei guerrieri prediligono la saggistica, la concretezza, la sintesi, senza emozioni e non sono destinati, come quelli dei retori, ad infiammare ma a spiegare, pianificare, dedurre per condurre. I lunghi discorsi dei condottieri prima della battaglia sono stati scritti dopo, a cose fatte, e anche se fossero stati pronunciati prima li avrebbero sentiti i due o tre ufficiali che stavano accanto al duce. I soldati si dovevano accontentare di un grido, un urlo, una sequela d’insulti contro l’avversario o dell’esempio di tracotanza fornito da un giovane ufficiale che usciva dallo schieramento e per primo affrontava il nemico. I trattati di strategia e tattica sono quasi sempre citati in maniera apodittica: così disse e così è. Anche se non è affatto vero. La comunicazione militare si basa sui principi della chiarezza, della concisione e del segreto. La verbosità è sintomo di debolezza. Una volta si diceva “le parole sincere non sono eleganti e le parole eleganti non sono sincere”. Ma Cadmo non c’entra: il segreto militare ha introdotto la crittografia, che non agevola la velocità, ma aumenta la sicurezza stravolgendo l’alfabeto e i significati dei segni. La stenografia ha accelerato la scrittura dei verbali e dei rapporti eliminando le vocali tanto care a Cadmo. Il potere militare non ha tratto particolari vantaggi dalla fonetica, anzi, per secoli e millenni l’ha ignorata e stravolta. Il grido di battaglia è tutt’oggi una sorta di espettorazione incomprensibile nella parola ma chiara nel significato. L’uso-abuso degli acronimi agevola e chiarisce la comprensione ma soltanto a chi li conosce. E ormai neppure i militari capiscono ciò che scrivono.

D.  Quanto incidono oggi velocità e facilità di trasmettere informazioni in campo bellico, al di là dei contenuti che veicolano?

Con il progredire della tecnologia il linguaggio militare ha sempre corso contro il tempo e contro l’appesantimento estetico tendendo a privilegiare la sintesi e a trovare il modo più diretto e perfino brutale di trasmettere informazioni. Gli ordini relativi ai movimenti di “ordine chiuso” come le parate, sono ancora suoni gutturali. L’uniforme si è tradotta in uniformità di linguaggio, sacrificando le sfumature e le circonvoluzioni. I piani sono stati tradotti in ordini semplici e precisi, sacrificando le molte variabili derivanti dalla sfumatura delle espressioni come delle idee. Nell’impero austro-ungarico dove la truppa apparteneva a quattordici etnie si sviluppò il cosiddetto “tedesco dell’esercito” fatto di un centinaio di vocaboli la cui comprensione era affidata più al modo scandito e urlato di dirli che al loro significato. Ancora oggi molti vocaboli del lessico militare sono dei codici che assumono significati diversi a seconda di chi li pronuncia e quando. Nella scrittura, il cosiddetto “stile militare” è diventato così efficiente da essere mutuato in ogni ambiente in cui la rapidità e la chiarezza sono predominanti sulla completezza e pienezza della comunicazione eliminando proprio quegli elementi che soltanto la parola recitata o interpretata poteva fornire. Negli Stati Uniti s’insegna la concisione scritta riportando l’aneddoto della corrispondenza fra G. Washington e un suo generale. “ Signore, abbiamo due traditori. Propongo d’impiccarli”, scrisse il generale. “ Fatelo” scrisse Washington sullo stesso foglietto- “Fatto”, rispose il generale sempre in calce.

Lo stile militare nella comunicazione verbale ha subito una ulteriore involuzione pre-cadmica quando si è diffuso nelle grandi aziende, nella politica berciata, diventando sinonimo di arroganza e di potere ottuso. Anche negli ambienti ovattati della finanza il linguaggio preferisce la sintesi e l’allegoria e così gli investitori sono “dei coglioni, delle mucche da mungere, il parco di buoi da condurre al macello”. Il linguaggio “da caserma”, una volta ritenuto il più scurrile, impallidisce di fronte a quello politico, partitico e televisivo, tanto che bisognerebbe tornare in caserma per “risciacquare i panni” e la bocca.

Se per molto tempo la forma sintetica ed essenziale, codificata e specializzata di comunicazione ha soddisfatto alcune esigenze militari, ha poi finito per diventare inefficiente e inefficace. Quando la comunicazione non si è potuta più ridurre ad un ordine perentorio, ma si sono dovuti comunicare gli esiti di analisi e processi complessi e tradurre in piani e ordini procedimenti estremamente “sensibili alle condizioni iniziali” e affidati a molte “variabili” e perfino ad elementi “irrazionali” (tutti componenti delle teorie del caos strutturato e della complessità), la semplicità e la chiarezza non hanno più soddisfatto le esigenze militari. Si è cercato di supplire aumentando la velocità dei processi ma il numero di variabili è ulteriormente aumentato. Il famoso ciclo del comando militare articolato in Osservazione, Orientamento, Decisione e Azione (OODA) ha reso necessario analizzare e valutare elementi diversi portati dalle informazioni e dai sensori tecnologici intesi come sistemi complessi interdipendenti ma non necessariamente uniti uno all’altro. Nel confronto fra comandi opposti, la velocità è stata determinante nello stabilire un vantaggio per la parte in grado di assumere maggiori informazioni e di valutare, decidere e agire più in fretta dell’altra. La velocità è stata quindi usata per innescare l’entropia e favorire il collasso strutturale e organizzativo dell’avversario. Con questo paradigma strutturalmente simmetrico ci si è illusi di poter affrontare il ciclo decisionale in senso olistico e globale. Tuttavia, anche in questo caso la velocità del ciclo ha penalizzato l’accuratezza dell’analisi portando alla perdita di validità di ogni singolo processo. Oggi siamo al punto di avere troppe informazioni e troppe variabili da considerare. Una mente normale non è in grado di stare al passo dei sistemi di acquisizione e trasmissione delle informazioni; l’automazione e la velocità aumentano il rischio di errore o, quanto meno, forniscono risposte standardizzate, codificate e ripetitive. La comunicazione militare è sempre in deficit e le forze armate sono diventate le “grandi mute”. Si sta consolidando l’idea che i sistemi di comando contrapposti simmetrici per armi e dottrina non siano in grado di vincere, ma soltanto di giungere allo stallo decisionale. Si sono invece affermati i sistemi incompleti, asimmetrici, arcaici e brutali ma capaci di raccontare ciò che vogliono sia creduto.

D.  Siamo nel cuore della tecnologia occidentale che ha puntato tutto sul primato della vista e della lettura a scapito di una tradizione orale che manteneva legami di sangue e tribali. “Abbiamo così creato un uomo civilizzato”, dice Mc Luhan, ovvero tanti “individui separati ma uguali davanti alla legge”[5], a scapito però di una di una perdita di contatto con la dimensione più profonda e istintiva. È forse questo il lato più vulnerabile dell’occidente su cui insistono strategicamente gli uomini del Califfo?

R. Nel gioco delle asimmetrie occorre tener conto di alcune differenze culturali profonde fra occidente e oriente. Non si tratta di una questione di longitudine, ma di atteggiamento culturale, di organizzazione sociale; e non si tratta neppure di una netta separazione tra culture o tra civilizzazioni, come affermano i sostenitori dello scontro fra civiltà che partono dal dogma che la diversità significhi solo “scontro” e non “incontro”.

La principale differenza è la collocazione dell’uomo nel contesto sociale. L’uomo civilizzato di Mc Luhan non esiste perché legge o vede e neppure perché è uguale agli altri di fronte alla legge (cosa profondamente falsa), ma perché consideriamo civilizzato solo l’uomo che vale in quanto individuo separato, staccato dai legami di sangue o cosiddetti tribali. Consideriamo questa “civilizzazione” in senso positivo e i legami di sangue, famiglia, clan e tribù in senso negativo, arcaico, ferino. Consideriamo civile l’uomo che ripudia i legami familiari e poi paga centomila dollari l’anno per entrare in una tribù-club, consideriamo individuo quello che spende altrettante fortune per vestirsi con una firma qualsiasi purché con-divisa da altri milioni di persone. Consideriamo un diritto inalienabile l’individualità anche e soprattutto a scapito della collettività e se aderiamo ad una dimostrazione di massa lo facciamo come individui i cui diritti valgono più di quelli altrui. L’individualismo e la preminenza della ragione sul sentimento sono i portati dell’Illuminismo ai quali non ci hanno fatto rinunciare neppure il romanticismo e l’idealismo. Ed ora, in mancanza d’ideologie “compattanti”, siamo preda delle contraddizioni e delle paure che ci colpiscono in quanto individui.

D. L’uomo in Oriente che posizione sociale occuperebbe, invece?

R. La parte orientale della cultura ha ancora come riferimento fondamentale la collettività e la società nel suo complesso. L’individuo è innanzitutto una parte essenziale, intima e non separata della collettività. La responsabilità individuale è soprattutto sociale. Lo stesso concetto di reato penale non è assoluto ma dipende dal contesto e dallo “scandalo”, dal “cattivo esempio”, dal “turbamento” che il reato ha provocato nell’ambito della comunità. I sistemi sociali che fanno riferimento a questa cultura considerano sacra e inviolabile la persona umana che dimostra la sua appartenenza e la sua utilità alla collettività, la considerano “spendibile” e “sacrificabile” per il bene superiore collettivo e “necessariamente sopprimibile” quando si rivela malvagia e scandalosa.

D. Anche il guerrigliero dell’Isis è a suo modo inquadrabile all’interno di questi riferimenti culturali orientali?

R. Il cosiddetto califfato (che tale non è) del cosiddetto Stato islamico (che tale non è) non è neppure culturalmente orientale e nemmeno islamico. E’ soltanto la proiezione di ciò che noi vogliamo credere e far credere che sia la cultura orientale e islamica. E’ la rappresentazione ben diretta e orchestrata di ciò che serve a noi, come Occidente, come interessi, economia, politica e come guerra. Ammesso che i guerrieri dell’Isis siano centomila armati in Iraq e Siria, a qualsiasi coalizione occidentale basterebbero tre settimane di operazioni di cinturazione e repressione per eliminarli. Caduti i presupposti territoriali, le altre pseudo affiliazioni di movimenti preesistenti che oggi sono in franchising dall’Isis sarebbero privi di riferimento e dovrebbero tornare ad essere quello che sono: movimenti locali anch’essi utili alla destabilizzazione e a chi ne approfitta, ma insignificanti sul piano internazionale. Se questo non avviene, e dipende soltanto da noi, significa che serve a qualcosa e a qualcuno.

D. Questo aspetto della guerra autoprodotta e strumentale mi sembra fondamentale. Può spiegarci meglio cosa intende quando dice che ‘dipende da noi’, che ‘serve a qualcosa o a qualcuno’?

R. Significa che la paura dell’Isis (o di qualsiasi cosa di simile) serve a noi, magari proprio per spaccare la cultura orientale mettendo fazioni, clan e stati islamici uno contro l’altro. E non è un caso che questa rappresentazione sia così fedelmente espressione della nostra cultura e della nostra forza. L’Isis combatte con le nostre armi, in ogni senso e soprattutto con le nostre tecniche antinsurrezione, le nostre tattiche sul campo, le nostre strategie mediatiche. Combatte con i nostri fucili, i nostri pick-up Toyota, i nostri carri armati e i nostri cittadini. I cosiddetti “combattenti stranieri” sono stranieri per loro ma non per noi. I mercenari sono delle nostre compagnie private. L’Isis combatte grazie ai soldi che diamo noi comprando petrolio, reperti e materie prime a mercato nero. Combatte selettivamente contro chi vogliamo noi. Contro i curdi, che nessuno vuole, contro gli sciiti, contro i palestinesi, contro i siriani di Assad, contro i libanesi di hizbollah, contro i libici di Tripoli sostenuti dalla fratellanza islamica, nemica giurata dei militari egiziani della “grande muta” al potere da mezzo secolo. E la strategia mediatica è un capolavoro di guerra psicologica e simbolica che solo i nostri guru del marketing potevano concepire. Solo noi potevamo capire che l’occidente individualista se ne frega dei massacri generalizzati, ma inorridisce di fronte all’eliminazione lenta, teatrale e perfettamente eseguita dell’individuo. E così i video delle esecuzioni che noi stessi concepiamo, dirigiamo e diffondiamo riguardano il singolo individuo. Mentre le immagini che vengono diffuse in oriente e per gli islamici mostrano massacri di massa, intere comunità distrutte, mucchi di corpi umani seviziati e arti mozzati. E le vittime sono “nostre”, e quando non sono nostre ci appartengono perché noi stessi diciamo siano cristiani, cattolici, copti o membri di minoranze etniche a noi tanto care perché “ridotte a pochi individui”.

La stessa utilizzazione dei simboli è da ultima generazione della guerra simbolica. Non sfrutta più i simboli come propaganda e target e quindi obiettivi finali dell’aggressione mediatica, ma come “media”, ossia strumenti che attraverso il subconscio arrivano a condizionare le coscienze: le nostre e quelle dello stesso mondo islamico. Non si tratta di unificare e massificare sotto un “simbolo”, ma di dividere e separare le coscienze, istillando il dubbio e la paura. Attraverso il simbolico (unione) arrivare al diabolico (diaballo-disunione).

D. Nella situazione odierna, come lei sostiene nei suoi testi[6], la politica è completamente asservita al sistema industriale e militare i quali riescono a creare un costante stato di emergenza. Ma fra questi due, è la logica delle grandi lobby belliche che riesce ad imporsi alimentando ad arte un costante stato di incertezza e di instabilità per incrementare i loro profitti. La domanda è se non sia l’innovazione tecnologica in sé, che ha sempre avuto un iniziale impulso bellico, a portare inevitabilmente a questo capovolgimento di prospettiva? Se fosse così, quale potrebbe essere un’alternativa?

R. Il capovolgimento sta in un duplice salto mortale. Da un lato, l’industria bellica (nella quale oltre a quella manifatturiera e commerciale, io inserisco anche l’”industria” del pensiero, della politica, dell’educazione, della cultura e della comunicazione rivolta alla giustificazione, alimentazione e permanenza della guerra) è passata da essere lo strumento pubblico e privato di sicurezza al servizio del bene pubblico ad essere protagonista privato e principale gestore degli strumenti pubblici e privati per scopi ed interessi essenzialmente privatistici di monopoli od oligopoli. Fu Eisenhower, da presidente uscente, a dichiarare che il complesso “politico-militare- industriale” era diventato un pericolo per la democrazia americana. Oggi il complesso raduna una serie di oligarchie con interessi addirittura contrastanti con quelli pubblici di quasi tutti gli stati nazionali e di tutte le organizzazioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite. Da un altro lato anche la tecnologia bellica non è più monopolio degli stati. Le fonti dell’innovazione tecnologica sono le stesse organizzazioni private che o si fanno finanziare dagli stati in cambio di “anticipazioni sfruttabili sul piano militare” o sono “dual use”: vale a dire di utilità civile e militare. In questo senso non c’è alternativa: non si può fermare la ricerca civile o lo sviluppo tecnologico. Se ne può controllare meglio l’utilizzazione, ma se la logica della guerra e il mercato della paura continuano a dominare il pensiero e la cultura politica saranno gli stessi stati e gli stessi cittadini “civilizzati” a chiedere più armi ed eserciti più potenti.

D.  Altro elemento che ritorna nel mito è quello del soldato che fonda le città, il miles costruttore del campo militare che diviene polis e poi urbe, con i suoi cardi e decumani. E’ un mito che ha attraversato tutta la storia occidentale, testimoniato dalle piante della città che ancora oggi abitiamo. Un modello che non si limita ad impiegare il soldato come costruttore ma anche come colui che bonifica il terreno e mantiene l’ordine. È stata la strategia cosiddetta del “clear-hold- build” (CHB-pulisci, controlla e costruisci) della operazione Surge adottata in Iraq fino al 2007 dal generale Petraeus, prima di essere rimosso da Obama, forse commettendo un gravissimo errore[7]. Sembra infatti che proprio dopo questa ‘ritirata’, gli uomini di al Baghdadi abbiano adottando lo stesso modello, ottenendo un discreto consenso dalla popolazione (anche se solo quella sunnita) proprio attraverso la ricostruzione di ospedali e strade, e mettendo in piedi un efficiente stato amministrativo[8]. Costruire e mantenere città è sempre vincente, come dice il mito di Cadmo?

R. Anche in questo caso sarei cauto nella generalizzazione dei miti e soprattutto nella costruzione di nuovi miti come la presunta coin (contro insurrezione). Il soldato romano che costruisce campi trincerati dai quali nascono nuclei di borghi e castella è una realtà legata alla natura militare della colonizzazione. La fondazione di città da parte di eroi eponimi è un mito anche nel senso di “balla”. Città storiche e blasonate s’inventavano fondatori altrettanto blasonati per costruirsi l’ascendenza che non poteva essere che divina o eroica. Lo stesso Cadmo, che non è un soldato, con i suoi cinque sparti si limita a fortificare la rocca cadmea, e questo è un segno che nemmeno lui aveva eliminato le minacce degli indigeni. Il modello di coin CHB dei ragazzi di Petraeus (lui era molto meno intelligente dei suoi colonnelli, come si è visto dalla fine che ha fatto) non è né originale né vincente. E’ stato mutuato dalle pratiche coloniali inglesi e dalle repressioni in Kenya, Malesia e Algeria. E’ sbagliato nella sua concezione perché i suoi proponenti ancora oggi parlano di scontro di civiltà, di nemici assimilati a mostri (abbattere un drago (Saddam) e poi dei serpenti) e di culture abbiette da estirpare. Concettualmente si è discostato di molto dal dogma coloniale inglese di “conquistare le menti e i cuori” delle popolazioni da colonizzare. Tatticamente è un sistema che in Iraq è fallito in ognuna delle sue fasi: non ha ripulito completamente le resistenze, non è riuscito a mantenere il controllo del territorio, ha separato etnicamente delle comunità ormai integrate e costruito con spese enormi qualcosa che poi è servito alla ribellione. E’ un sistema che è fallito anche nella sua naturale progressione post-bellica che, come succede per le imprese industriali all’estero, deve prevedere il BOT (build- operate- transfer). Dopo il build, non c’è stata una vera gestione né delle risorse né della sicurezza e quindi il trasferimento alle autorità locali è avvenuto solo sulla carta o nelle pieghe di una cerimonia. Il successo, parziale e transitorio, della surge è stato dovuto al ripristino del potere dei sunniti e bahatisti di Saddam Hussein nell’ambito delle comunità sunnite, dell’esercito e dei servizi segreti: gli stessi che oggi sostengono l’Isis e che ne formano il nucleo dirigente. Al Baghdadi è una loro creatura. Peraltro, la cosiddetta Surge non è stata un’operazione: si è trattato del rinforzo del contingente americano fino a portarlo ai 250.000 uomini che un generale intelligente (Shinseki) aveva previsto per l’invasione in Iraq fin dal 2002. Per questa lungimiranza fu licenziato da Rumsfeld che con la tipica arroganza dell’onnipotente aveva detto che sarebbero bastati 40.000 uomini e tre settimane di guerra. Non so dire se sia stato un errore ritirarsi dall’Iraq, ma se anche lo fosse non sarebbe attribuibile ad Obama o alla rimozione (e promozione) di Petraeus. In quanto all’ascesa del califfato, di sicuro esiste una responsabilità di Petraeus e della Hilary Clinton che ha pubblicamente riconosciuto di averne perso il controllo, o di personaggi come il senatore McCain che hanno foraggiato e sostenuto i ribelli jihadisti in funzione anti-Assad. Costruire città è vincente se nel frattempo si costruiscono anche i cittadini e se si rispettano come persone e come appartenenti a culture di eguale dignità. In caso contrario si costruiscono solo dei lager, che funzionano finché si è in grado di operare lo sterminio. Non mi sembra un gran che.

D. Loretta Napoleoni nel suo ISIS. Lo stato del terrore (v. recensione), sostiene che dietro l’esperienza del Califfato si stia celando un possibile cambio di paradigma nel cuore dell’Islam: la nascita di uno stato secolarizzato. Gli indizi di questo passaggio epocale si ritroverebbero nelle motivazioni che spingono militanti da tutto il mondo a recarsi In Siria e in Iraq: non vanno l’per denaro ma per realizzare un “moderno Califfato, uno stato musulmano ideale che trascende ogni cosa, compreso il benessere personale”. A questo indizio si aggiunge l’altro dato che, per quanto disposti a morire per califfato, gli uomini di al Baghdadi hanno un sogno diverso: “vogliono vivere l’esperienza del Califfato sulla terra, non solo nell’al di là”[9]. Condivide questa interpretazione? Il salto motivazionale dei soldati dell’Isis può essere letto come un cambio epocale nella storia islamica?

R. Condivido l’idea che il califfato offre a tutti gli islamici (e non solo ai jihadisti) un’alternativa alla soggezione culturale e politica nei confronti dell’occidente. Ritengo che la costruzione di uno stato secolarizzato indipendente e potente sia il sogno di tutto l’islam stanco ormai anche dei propri sultani arroganti, egoisti e repressivi. Sono convinto che quest’idea sia particolarmente forte in quei giovani emigrati di seconda e terza generazione che addebitano ai propri padri e nonni (e non ai paesi che li ospitano) il fallimento di non aver fatto fortuna per rientrare in patria, di non essersi integrati e di aver accettato supinamente la segregazione culturale. Non ritengo invece che questo sia il progetto politico dell’Isis o di qualunque stato e movimento islamico che adesso lo sostiene. Questi giovani convinti e tutti i sognatori avranno un amaro risveglio quando l’Isis si rivelerà per ciò che è realmente: un’esigenza occidentale nella destabilizzazione mediorientale visto che non se ne riesce ad ottenere l’asservimento.

D. Paolo Fabbri, nell’intervista[10] che ci ha concesso per questo numero, sostiene però che proprio la città – e non lo stato – deve essere il modello vincente in cui devono persistere gli uomini del Califfato. È all’interno dei reticoli della città, dentro palazzi e condomini, coabitando insieme ai civili, che si può resister a lungo. Saremmo di fronte alla cosiddetta strategia ‘rizomatica’: se si esce fuori dall’Urbe, si diviene facile obbiettivo del nemico. Per questo sarebbe perdente controllare i confini, perseguendo un’idea classica di stato. O siamo di fronte ad una complessa e ingegnosa strategia o a semplice tattica? Nel primo caso, quanto porterebbe lontano?

R. Mi piace l’idea rizomatica, anche perché esplicita molto bene un mio ricorrente cruccio. Quando vedo operazioni militari nei deserti, sulle colline, in montagna e lungo gli assi stradali penso che non si stia operando per risolvere il problema, ma per perdere tempo, o prendere tempo, o aggirare il problema, o fare qualcosa “tanto per”. Tanto per dare l’impressione di fare, tanto per spendere e dispensare soldi ai soliti noti, tanto per consolare i politici o rassicurare l’opinione pubblica. Penso che in realtà si sposti la guerra dove è più facile farla con i mezzi a disposizione e non dove serva. La sicurezza del mondo non sta più nei luoghi di scontro degli eserciti, ma nelle città. Un principio strategico antichissimo (Sunzi) prevede di non attaccare le città proprio perché difficili da gestire e controllare. Per millenni gli assedi sono stati evitati, le fortezze aggirate, espugnate per fame, per tradimento, per corruzione e per resa piuttosto che con l’abbattimento. Le moderne città con i loro reticoli di servizi (trasporti, comunicazioni, rifornimenti, rifugi, ) sono l’ambito più adatto alla lotta contro il potere proprio o avversario, che nelle città ha i centri direzionali. Nelle città di piccola e media grandezza, il controllo è più facile ed unificato, ma in quelle grandi, nelle megalopoli e nelle loro periferie il controllo centralizzato è quasi impossibile. Inoltre, in questi agglomerati urbani divisi in quartieri e magari articolati in ghetti si sviluppano dinamiche sociali imprevedibili e irriconoscibili. Non si sa chi comanda, a chi si obbedisce, come si forma la dirigenza, come si sviluppa la criminalità e come si potenzia la corruzione. La stessa dinamica imprevedibile si sviluppa nelle periferie degradate, nelle favelas brasiliane o nei ranchos di Caracas, così come nella baracche di lamiera del Kenya. Inoltre, assolutamente oscure e fuori del controllo sono le dinamiche del potere e della sopravvivenza che si sviluppano nei campi profughi o nei cosiddetti centri di accoglienza. Le megalopoli caotiche come Rio e Caracas possono essere sconvolte da un momento all’altro da pochi individui. Mumbay è stata messa a soqquadro da sei terroristi sbarcati al porto da un barchino pieno di armi ed esplosivi. Megalopoli strutturate, come Pechino, Shanghai, Qongqing, reggono fino a quando vengono costruite e gestite in funzione della sicurezza, ma anche questa diventa insufficiente se per un motivo qualsiasi la rete fittissima delle comunicazioni urbane riesce a mobilitare e schierare milioni di persone. Siamo tutti basiti di fronte alle devastazioni periodiche che Israele porta su Gaza. Ogni volta si distrugge, ma non si risolve niente, non perché i palestinesi siano particolarmente bellicosi, ma perché Gaza è una fortezza, una città ed un immenso campo profughi. Non è escluso che l’urbanizzazione del combattimento sia già prevista dall’Isis, magari come ultima risorsa.

DAtena nel mito sembra ricoprire un ruolo marginale, ovvero quella di consigliera e guida, ma ci si dimentica che è una dea che porta la spada e che quindi rivela la capacità delle donne di essere combattenti determinate soprattutto se mosse da ideali altissimi[11]. Ad attualizzare il mito, ci si potrebbe rivedere il caso delle combattenti curde che difendono la città di Kobane. Sono donne che in questo conflitto per la prima volta ricoprono un ruolo non solo simbolico, ma anche attivo. Quanta rilevanza dà a questo ruolo della donna: è un’eccezione che confermala regola o anche qui siamo di fronte a qualcosa di inedito destinato ad affermarsi come un’alternativa?

R. Le donne curde hanno sempre combattuto a fianco degli uomini. Sono figlie, madri e sorelle di combattenti per natura e costume familiare. I curdi combattono poi, per la causa del loro diritto di avere un proprio stato ed hanno bisogno di mobilitare tutte le forze disponibili. La novità è invece da parte dell’Isis che schiera le donne con pari dignità degli uomini. Anche le donne hanno molti motivi di rivalsa e l’opportunità di emanciparsi con il combattimento e senza stravolgere il corano è percepita molto bene.

D. D’altro canto c’è chi sostiene, differentemente dalla Napoleoni, che il vero motivo che anima i militanti dell’Isis sia un rivalsa contro le donne che vorrebbero schiavizzare del tutto[12]. Il mito di Cadmo, cioè, sembra ammonire che il modello occidentale regga fintanto che include le donne, e cade quando le abbandona alla visione tribale e maschilista in cui facilmente ricade l’Islam?

R. Non mi risulta che sia in atto un progetto di schiavizzazione delle donne nell’ambito dell’Isis. Ammesso e non concesso che esista un progetto politico-sociale. Mi risulta invece che la fede coranica delle loro donne sia più forte di quella riscontrabile in Iraq e di certo molto più fondamentalista di quella riscontrabile nelle donne siriane e libanesi. L’Isis ha bisogno delle donne sia come attiviste sia come mediatrici del consenso familiare e sociale. Gli episodi noti di maltrattamenti delle donne non trovano riscontro nelle testimonianze di chi è stato loro prigioniero. Anzi l’unica italiana, bella e giovane, che è stata loro ostaggio (assieme al giornalista della Rai Ricucci) è stata trattata bene e comunque guardata e accudita da donne islamiche. E’ vero però che la narrativa sui combattenti dell’Isis diffusa in occidente ha insistito in modo particolare sulla differenza di genere. E quello che noi stessi raccontiamo su fatti che riteniamo di conoscere segue il filone della propaganda antislamica, che demonizza il velo in sé senza riflettere sul velo che le nostre madri e nonne hanno portato e portano fino ai nostri giorni, e il filone della stessa propaganda dell’Isis che tende a farci paura e deformare le nostre coscienze con simboli che, sempre noi, riteniamo tribali o crudeli.

D. Per avviarci alla conclusione, vorrei farle una domanda sull’importanza della rappresentazione e autorappresentazione del mito e della gesta eroiche nell’antichità e oggi. Come ricostruiamo in questo numero[13], attraverso i molti reperti (vasellami, mosaici e tesi letterari) noi possiamo farci un’idea di come i Greci si autorappresentassero e si autocelebrassero; emergerebbe una consapevolezza nell’uso tattico del concetto di “tremenda bellezza”, ovvero le decorazioni di elmi, corazze e scudi al solo scopo estetico. Come non pensare all’abile uso dei video da parte dell’Isis, che oltre a usare divise colorate, montano con una certa cura le immagini, proprio per ottenere certi effetti intimidatori. Quale lo scopo ultimo di queste immagini? Lei ha parlato di effetto Franchising del terrore? Cosa intende con questo termine?

Il franchising è l’affiliazione commerciale ad un marchio. Basta pagare per l’utilizzazione del brand, basta adottare lo stesso allestimento scenografico e vendere gli stessi prodotti per averne l’esclusiva. Il franchising permette a chiunque, a pagamento, di mostrarsi come appartenente o aderente ad un marchio. L’Isis pratica il franchising autorizzando, o spesso tollerando, l’uso del proprio marchio e dei propri simboli da parte di perfetti sconosciuti appartenenti a etnie e stati diversi allo scopo di dare l’impressione di espandersi. I gruppi terroristici che appaiono come Isis in Libia, Tunisia, Egitto (Sinai), Libano,Yemen e altrove anche in occidente sono gruppi estremisti e terroristici preesistenti,   in difficoltà, che si rendono conto di spaventare di più adottando il marchio Isis. Questa amplificazione è aiutata dalla nostra stessa ignoranza e incapacità di controllare i gruppi estremistici perché ormai qualsiasi delinquente e criminale comune più abbronzato del solito è definito un membro dell’Isis, uno straccio nero sventolato allo stadio è una bandiera dell’Isis e così via. In realtà i combattenti dell’Isis non si sono affatto mossi dal territorio iracheno/siriano del cosiddetto stato islamico né hanno fatto nuovi proseliti all’estero[14]. I terroristi che c’erano hanno cambiato divisa. I problemi di sicurezza che presentano ora sono gli stessi di qualche giorno prima, con la differenza che oggi dobbiamo sembrare invasi o alla vigilia di un’invasione scalza. La regia mediatica dell’Isis punta sull’autorappresentazione della tremenda bellezza che però non è un fatto esclusivamente estetico. Come dicevo, anche i simboli esteriori devono suscitare emozioni contrastanti, paura, ma soprattutto dubbio e anche rispetto. L’uniforme nera è il trucco più immediato, il passamontagna è già un segno più elaborato: non deve proteggere un delinquente ma deve far nascere il dubbio che nasconda uno che conosciamo, uno qualsiasi che è stato fra di noi. Le vittime in tuta arancione richiamano i prigionieri di Guantanamo ed è una sorta di ritorsione mediatica nei confronti degli americani. Ma è anche lo sfruttamento della loro stessa propaganda grazie alla quale la tuta arancione è diventata il simbolo sia dei terroristi sia del terrorismo di stato. I boia che si alternano nelle esecuzioni sommarie sono sempre più alti delle vittime. Le vittime sono sempre tranquille e sembrano convinte e convincenti quando pronunciano le proprie estreme confessioni. Gli ostaggi delle brigate rosse e lo stesso On. Moro apparivano distrutti fisicamente e moralmente. I nostri piloti catturati in Iraq apparirono malmenati e mentalmente confusi. Questi appaiono lucidi. E quando appaiono annichiliti come i (presunti) 21 copti egiziani sono comunque dignitosi e silenziosi. Le esecuzioni avvengono davanti ad una videocamera puntata su fondali all’infinito: il deserto, il mare. Le vittime devono apparire come un “ niente”, in confronto. Al Baghdadi ha passato vari anni nella prigione della base americana di Camp Bucca dove venivano anche addestrati i terroristi sunniti in funzione antiraniana. Magari prima di essere rilasciato “senza restrizioni di sorta” ha avuto un addestramento simile. E magari non ce n’era alcun bisogno. Ma la regia mediatica e i trucchi della guerra psicologica e simbolica non s’imparano dall’oggi al domani. Ci vogliono dei professionisti della comunicazione istituzionale, del marketing, del merchandising, del franchising, della guerra psicologica, delle operazioni speciali e della guerra simbolica. Ci vogliono esperti come i pubblicitari americani che nella prima guerra del Golfo aiutarono il Kuwait a bollare Saddam Hussein come un criminale di guerra inventando storia e immagini delle incubatrici pediatriche bombardate.

D. Nel suo Eroi della guerra, lei dice che la “‘narrativa’ degli iracheni e degli afgani è diventata l’incubo degli americani e degli alleati”[15], perché perseguono la strategia della Winning the Narrative. Cosa intende con questa locuzione e perché costituirebbe un incubo per gli alleati?

R. La narrative è la versione di una storia o di un evento o di una causa. Gli alleati in Iraq e Afghanistan si resero conto che la loro versione di guerra giusta, contro la dittatura, per la pace e la democrazia non funzionava. Non solo perché i vari messaggi erano sbagliati o addirittura incomprensibili perché rivolti in lingua e dialetti inadeguati, ma perché le versioni degli iracheni e degli stessi talebani erano più credibili perché più rispondenti alla micro realtà che ciascun iracheno o afghano stava vivendo. Convincere confermando ciò che uno crede è molto più semplice che affermando il contrario. La frustrazione alleata sul piano della comunicazione a partire dal 2004 è stata proprio quella di vedere che nonostante gli sforzi sul campo e i successi, la versione dell’avversario e persino quella dei media occidentali rimaneva negativa. Nello sforzo di far prevalere artificiosamente la propria narrativa (propaganda) si commettevano ulteriori errori e si finiva per dire vere e proprie bugie. Ovviamente con gambe molto corte soprattutto se calzavano scarponi.

D. Per finire, una domanda a suo modo riepilogativa sul quello che si potrebbe definire lo stato dell’epica oggi? In passato aveva un ruolo edificante e proprio per questo, lei sostiene, la narrazione delle gesta eroiche rivelava non solo il grado di maturità raggiunto da una civiltà ma anche la sua “modernità” ,ovvero “la capacità di rappresentare pensieri, paure e sfide universali e attuali” [16]. Qual è il grado maturità e di modernità che sta mostrando l’occidente oggi? Su quale altro mito, oltre a quello di Cadmo, dovremmo riflettere oggi?

R. Maturità zero e modernità in piena regressione. L’epica non è di moda e quella di moda è l’epica della violenza a prescindere da chi la pratichi. La dilagante condivisione delle vicende più turpi da parte dei maniaci dei cosiddetti social media è una vergogna globale. Un mito sul quale tutti dovrebbero riflettere oggi è quello di Eracle, eroe potente e vulnerabile, padrone e schiavo, eroe del sogno, della fatica e del dovere. Eroe un po’ ottuso, almeno quel tanto che serve a fare tenerezza. Un altro mito sul quale dovrebbero riflettere scienziati e politici è quello di Prometeo che si sacrifica per lo sviluppo del genere umano. Un eroe da ricordare soltanto per non farsi illusioni è Perseo. L’eroe al quale tutto riesce, facilmente, senza fatica. Resta un mito irraggiungibile.

 

[1] M. Mc Luhan, Capire i media (Understanding media), Milano, Il Saggiatore, 1967-2011. La prima edizione italiana del 1967 aveva come titolo Gli strumenti del comunicare.

[2] “L’alfabeto significò potere, autorità e controllo a distanza delle strutture militari […] L’alfabeto (più facile) e il papiro (più leggero, meno costoso e più trasportabile) si associarono per trasferire il potere dalla classe sacerdotale a quella militare” , M. Mc Luhan Capire i media (Understanding media), Milano, Il Saggiatore, 1967-2011, p. 92. Cfr. in questo numero l’articolo “Il Califfo, Cadmo e Mc Luhan. L’uomo in arme come metafora attiva” di Gianluca Sacco.

[3] Fabio Mini è stato portavoce del capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano e, dal 1993 al 1996, ha svolto la funzione di addetto militare a Pechino. Ha inoltre diretto l’Istituto superiore di stato maggiore interforze (ISSMI). Generale di corpo d’armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando NATO per il Sud Europa e a partire dal gennaio 2001 ha guidato il Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani. Dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003 è stato comandante delle operazioni di pace a guida NATO, nello scenario di Guerra in Kosovo nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force). Commentatore di questioni geopolitiche e di strategia militare, scrive per “Limes”, “la Repubblica” e “l’Espresso”, è membro del Comitato Scientifico della rivista Geopolitica ed è autore di diversi libri, tra cui La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale (Torino, Einaudi, 2003); Soldati (Torino, Einaudi, 2008); Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore (Bologna, il Mulino, 2011); Perché siamo così ipocriti sulla guerra? (Chiarelettere, Milano 2012); Mediterraneo in guerra. Atlante politico di un mare strategico (Einaudi, 2012).

[4] Mc Luhan Capire i media, op. cit. p. 92

[5] ibidem, p. 93

[6] F. Mini Soldati, Einaudi, Milano, 2008, pg. 24-25.

[7] Cfr: Luigi Spinola Il rompicapo obamiano della nuova guerra d’Iraq, Pagina 99we, 20/26 settembre 2014- Anno, 1, n. 60. pag. 13

[8] L. Caracciolo, E noi paghiamo… cit., p 15.

[9] Loretta Napoleoni, ISIS. Lo stato del terrore. Chi sono e cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano il mondo. Feltrinelli, Milano 2014, p. 50

[10] Cfr. in questo numero l’intervista a Paolo Fabbri “La Comunicazione al Nero: terrorismi, spionaggi, strategie” di Pierluigi Cervelli.

[11] Cfr. in questo numero gli articoli di P. Di Cori e R. Mocerino “Soggettività silenziate: femina sacra, stereotipi, e violenza di genere in tempi di guerra” e R. Lentin “Donne palestinesi: femina sacra e decolonizzazione di genere

[12] RepIdee, Sofri: ”Il vero programma dell’Isis? Schiavizzare le donne” http://video.repubblica.it/dossier/la-repubblica-delle-idee-2015/repidee-sofri-il-vero-programma-dell-isis-schiavizzare-le-donne/195557/194568

[13] Cfr. in questo numero l’intervista ad Hans Van Wees “Guerra e immagini nell’antica Grecia” di Alessandro Brambilla e l’articolo di Raffaella Viccei “Lo scontro necessario. Cadmo contro il drakon per la nascita di Tebe”.

[14] Cfr. in questo numero l’articolo di Michele Gradoli “Europei e combattenti. I foreign fighter dello Stato Islamico

[15] F. Mini Eroi della guerra, il Mulino, Bologna 2011, p.20

[16] F. Mini Eroi della guerra, il Mulino, Bologna 2011, p.21



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Direttore editoriale della rivista Leussein, si è laureato in giurisprudenza (La Sapienza) e in filosofia (Gregoriana), e ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia della politica (La Sapienza). E' stato ideatore, coordinatore ed editorialista della Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze dal 2004 al 2006. Ha scritto diversi saggi e ha collaborato con diverse Università (Sapienza, Gregoriana, Lateranense, UPRA) e istituti di ricerca (Istituto italiano filosofici di Napoli - Scuola di Roma, Studi politici San Piov). I suoi percorsi di ricerca si snodano negli ambiti della filosofia ebraica, la teologia politica, gli studi postcoloniali e la teoria della comunicazione. Di recente ha pubblicato "Élites tra nonluoghi e nuovi media: l'esperimento politico italiano dei Meetup" (Apes 2016). Attualmente sta lavorando ad un saggio su "Franz Rosenzweig e i miracoli della Stella".


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