Elogio dell’egregio

“Forse è l’albergatore, forse il farmacista, forse il dottore;
comunque, una persona fiera di compiere un atto di coraggio e d’intelligenza
che lo distingue dal gregge di coloro che non osano e
coi quali, nel giorno delle celebrazioni, egli è costretto a confondersi
indossando la stessa uniforme nera e lo stesso berretto alla tedesca”
[Il colonnello Buonasera, Radio Londra, 22 aprile 1941, h. 22.40].

Dal ‘signore’ a ‘illustre’, dal ‘chiarissimo’ a ‘sua Altezza’, fino a ‘sua Santità’, a tutti nel mondo intero, dicono gli esperti del cerimoniale di Stato, è assegnato un posto preciso su cui sedersi e una precedenza con cui attraversare una porta, la noblesse oblige… et permet! In caso di imbarazzo, continuano, quando l’etichetta lo chiede ma non si sa chi si ha davanti, allora meglio usare il più democratico titolo di ‘egregio’: “un ‘egregio’ non lo si nega a nessuno!”.
Egregio secondo etimologia, sarebbe invece proprio colui che si distingue dal gregge e, metaforicamente, colui che si distingue tra gli altri per alcune qualità e virtù morali tra cui certamente non ultima vi è il coraggio e non solo. Serve infatti coraggio e una certa dose di innaturalità per uscire da un gregge, che ci attira a sé atavicamente, biologicamente e aristotelicamente. Dalla lettura dei Promessi Sposi fino a Massa e potere di Canetti sappiamo che la folla ha proprie dinamiche e proprie logiche, che non vanno assolutamente sottovalutate politicamente. Per Hannah Arendt, l’aggregazione è il punto di forza del partito ideologico, un sentimento via via totalizzante, un fenomeno politico che è parte intrinseca della condizione umana, dove la legge e la forza centripeta dei corpi supera la spinta spirituale centrifuga. Nello studio sui comportamenti di coloro che avevano un qualsiasi ruolo burocratico nella lunga la catena dei comandi dei regimi totalitarii, la studiosa di Hannover ha rintracciato numerosi casi di chi ha eseguito un ordine fino all’auto annientamento.

Il totalitarismo ha rivelato il segreto del suo successo basato appunto sulla naturale forza aggregativa degli uomini quando non si curava neanche di verificare la reale intenzione del soggetto controllato, facendo passare per sovversivo chi per qualsiasi motivo non seguiva la scia, anche chi non ce la faceva più a seguire la corrente con le proprie forze. Sempre la Arendt ricorda come molti soldati russi venissero trucidati e archiviati tra i traditori e i sovversivi per il solo fatto di essere usciti dai ranghi, stanchi e stremati. Un regime totalitario, per propria natura, non tollera alcun movimento contrario alla direzione prescritta. L’essenza del totalitarismo, continua la Arendt, sta proprio nel controllare gli uomini ridotti a puri corpi costringendoli a muoversi in una direzione unica che nel caso del regime nazista era quello di purificare la razza, l’uomo perfetto ariano. Si trattava quindi di accelerare quanto più possibile il lento corso selettivo della natura, singolare e orrorifica interpretazione del darwinismo.

Solo in tale contesto storico politico, di accelerazione forzata collettiva, dove qualsiasi deviazione o rallentamento veniva visto come freno al regime, si può cogliere il coraggio del singolo che si è trovato ad escogitare un anti movimento, un rallentamento, una deviazione, una uscita dal gregge. Tanto più che a volte per sfuggire dal controllo di un grande fratello, di un grande occhio panottico alla Foucault, no basta girare lo sguardo e non vedere più le ombre proiettate su una caverna, ma escogitate una via d’uscita molto più subdola e rischiosa. E qui che il gregge diventa un ottimo diversivo, un cavallo di Troia in direzione inversa, come la escogitò non a caso proprio lui, Ulisse, per uscire dalla grotta con i suoi compagni sotto il vello delle pecore per non essere visto da Polifemo. E probabilmente proprio all’eroe omerico si sarà ispirato il colonnello Harold Stevens (il famoso Colonnello Buonasera) durante la seconda guerra mondiale da Radio Londra esortava gli italiani più avvertiti a fare propaganda sovversiva senza modificare apparentemente il proprio ruolo sociale, anzi confondendosi nella popolazione fino al punto di partecipare alle liturgie del regime.

Forse è qui l’ambiguità e la polisemia del termine egregio, una polisemia che va mantenuta perché l’egregio possa avere ancora una volta, come tutti i veri partigiani, la chance di mimetizzarsi e democraticamente fuggire, soprattutto da titoli ed etichette: cum grege, ex-grege!

[Nella foto, Radio a transitor appartenuta alla famiglia antifascista livornese di Ostilio Gioli, classe ’99]



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Direttore editoriale della rivista Leussein, si è laureato in giurisprudenza (La Sapienza) e in filosofia (Gregoriana), e ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia della politica (La Sapienza). E' stato ideatore, coordinatore ed editorialista della Rivista della Scuola superiore dell’economia e delle finanze dal 2004 al 2006. Ha scritto diversi saggi e ha collaborato con diverse Università (Sapienza, Gregoriana, Lateranense, UPRA) e istituti di ricerca (Istituto italiano filosofici di Napoli - Scuola di Roma, Studi politici San Piov). I suoi percorsi di ricerca si snodano negli ambiti della filosofia ebraica, la teologia politica, gli studi postcoloniali e la teoria della comunicazione.


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