Il dolore degli altri: fotografia e immigrazione

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In un epoca in cui siamo esposti ad una infinità di informazioni la memoria, per non smarrirsi, ricorre al fermo-immagine. Le fotografie forniscono un modo veloce per visualizzare e memorizzare senza disperdere il messaggio, ne possiamo immagazzinare centinaia, nella mente, ricordandole immediatamente. Susan Sontag nel suo libro “Regarding the pain of others”, ultima pubblicazione prima della sua morte scrive che, per ricordare, la forza dell’immagine impressa in una foto è molto più penetrante e incisiva rispetto a quelle che scorrono in un film o in televisione. La scrittrice americana cita la famosa fotografia, scattata da Rober Capa durante la Guerra civile spagnola, al miliziano repubblicano nell’attimo in cui viene colpito da un proiettile nemico. Tutte le persone che sanno qualcosa di quella guerra potranno richiamare alla memoria un uomo in camicia bianca con le maniche rimboccate, che si rovescia all’indietro su una collinetta, il braccio destro teso dietro di sé mentre allenta la presa sul fucile nel momento in cui sta per cadere, morto, sulla propria ombra.[1] Ma, ma continua la Sontag nello stesso saggio sarebbe meglio mettere da parte la compassione che accordiamo alle vittime della guerra e di politiche criminali per riflettere su come i nostri privilegi si collochino sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono esservi connesse, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l’indigenza di altri. Per un compito del genere le immagini dolorose e commoventi possono solo fornire una scintilla iniziale. Prova evidente di questi tempi è l’immagine che molti hanno impresso nella propria mente, la fotografia del piccolo Alan Kurdi scattata nel 2015 all’inizio di settembre. Il corpo del bambino privo di vita, adagiato sulla battigia, in quella curva mobile che si forma tra le onde che avanzano e si ritirano dalla sabbia verso il mare. Il bimbo è sdraiato sulla pancia, la testa lievemente affondata nella sabbia come in un cuscino, le onde lo accarezzano delicatamente. Alan è vestito con una maglietta rossa, pantaloncini corti blu e scarpe da ginnastica, come un qualsiasi turista di Bodrum, città della Turchia, luogo dove l’immagine è stata registrata. Quel bimbo aveva 3 anni, il fratello Galip 5, con loro c’erano la mamma Rehan ed il padre Abdullah al-Kurdi, unico sopravvissuto della famiglia. Fuggiti dalla città siriana di Kobane, stavano tentando di raggiungere l’isola di Kos in Grecia a bordo di una piccola imbarcazione, ma il mare non glielo ha permesso. La fotografia pubblicata sui giornali di tutto il mondo e sulla rete ha messo la società di fronte alla marginalità dell’immigrazione, alle conseguenze della reticenza politica ed umana. Il fermo-immagine di Alan Kurdi è stato immagazzinato nelle menti del lettore ed è stato elevato a documento storico tragico, scuotendo persino le anime dei politici occidentali, tra cui David Cameron che il giorno seguente la pubblicazione dell’immagine dichiarava che chiunque avesse visto quelle foto non poteva far altro che commuoversi, che la vista di quel bambino morto sulla spiaggia in Turchia, in quanto padre, lo aveva profondamente commosso. Due giorni dopo la morte di Alan, Angela Merkel faceva entrare in Germania migliaia di profughi che erano bloccati in Ungheria. Più avanti i leader dell’Europa centrale ed orientale creavano un corridoio umanitario dalla Grecia settentrionale al sud della Baviera. Il Canada prometteva di reinsediare 25.000 Siriani e l’Inghilterra di Cameron accettava di accogliere 4000 rifugiati all’anno fino al 2020. Cameron, preso da compassione, ammorbidiva quindi la linea intransigente sul tema dei migranti. “He was cheered on by the Sun, whose opinion pages had previously described migrants as cockroaches, but now mounted a front-page campaign in Kurdi’s name: “For Aylan (sic)”.[2] Quell’immagine è diventata di fatto il punto di riferimento delle azioni politiche a livello internazionale sulla questione dei migranti. Queste azioni di comprensione dell’altro sono state dettate da uno stato di compassione, emozione esplosa alla visone dell’immagine. Viviamo con partecipazione alla sofferenza che ci offrono gli scatti ma siamo seduti sulle nostre poltrone, e fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di quella tragedia. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. Alle aperture dettate dalla compassione si è poi passati alla chiusura condizionata dalle esigenze politiche nazionali, ma come descritto in un editoriale su Le Monde: “la jungle de Calais, image du futur?… Le démantèlement, et aprés? Les Européens et leurs élus doivent prendre conscience qu’il est temps de réfléchir à la gestion du gran flux migratoire en cours et à venir”[3]. Gli europei dovranno prendere coscienza della gestione del grande flusso migratorio in corso e di quello ancora più corposo che avverrà nei prossimi anni. La bidonville di Calais potrebbe anche rivelarsi un’immagine del futuro. L’Europa invecchia, la popolazione attiva passerà da 270 a 200 milioni di persone mentre la popolazione dell’Africa tra il 2050 e il 2060 potrebbe passare da un miliardo di abitanti di oggi a due miliardi. Mettendo a confronto queste cifre possiamo trarre la conclusione che la giungla di Calais potrebbe moltiplicarsi in tanti altri luoghi d’Europa. L’Unione dovrà quindi fare un investimento enorme in termini di accoglienza che prevede anche una riforma dello stato sociale tale da renderlo adatto alla nobile ma difficile missione dell’integrazione. Se la compassione accende il grado emozionale delle persone il passaggio successivo deve essere compiuto dalla politica degli Stati membri dell’Unione Europea, prendendo coscienza che la migrazione non si fermerà e che le operazioni non accoglienti, muri, rimpatri e così via, saranno inutili.

[1] Cfr Sontag Susan, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, 2003.

[2] Cfr Patrick Kingsley https://www.theguardian.com/world/2016/sep/01/alan-kurdi-death-one-year-on-compassion-towards-refugees-fades

[3] Cfr http://www.lemonde.fr/idees/article/2016/10/25/la-jungle-de-calais-image-du-futur_5019964_3232.html



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è un autore, operatore sociale, educatore. Laureato in Lettere ed in Scienze dell’Educazione e della Formazione, Master in tutela internazionale dei diritti umani. Si occupa di teatro, cinema e sociale. È stato tra gli ideatori ed organizzatori del centro socio-culturale “Angelo Mai” di via degli zingari di Roma. Socio fondatore del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea. Fa parte della redazione della rivista “Leussein”, collabora con giornali online.


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