Il diritto nell’era glaciale Dentro Babele

Pare che i lapponi leghino bene, prima di dormire, le loro canoe sul tetto degli igloo: il ghiaccio notturno potrebbe sommergere tutto e non è bene farsi trovare impreparati. E un loro mito assicura che la fine non sarà nel caos esplosivo o in un delicato lamento, ma nell’avanzata dei ghiacci che, inesorabili, innalzeranno barriere e montagne tra casa e casa, tra villaggio e villaggio e tra le nazioni superstiti.

Mi capita di ripensare spesso a questi scenari se mi imbatto nei panorami, apparentemente più normali solo perché sono più consueti, della legislazione di dettaglio in qualche materia. Come è noto, e come ricordano i giuristi e semiologi, per esempio Eric Landowski e Bernard Jackson, il diritto vive astrattamente di due componenti indefettibili: l’ordine e il movimento. È la componente dell’ordine che, cristallizzando il movimento, garantisce la tenuta dell’insieme. Ma d’altra parte un diritto tutto risolto come ordine cessa di essere tale, si pietrifica e perde elasticità, la necessaria aderenza all’esperienza sociale e storica. Dall’oscillazione armonica tra questi due poli è dunque possibile, in teoria, trarre quel tanto di stabilità che non si sclerotizza, quel tanto di regola che basta. È il vecchio tema della ragionevolezza per cui siamo debitori alla giurisprudenza anglosassone, e che passa a ondate successive dall’attenzione delle corti ai legislatori e poi ancora alle corti.

Ma il diritto, con buon pace di tutti, non è un’astrazione. Non opera in un mondo di ipotesi, ma è anzitutto una pratica del testo. Anche l’elitista più convinto deve ammettere e non può negare che la lettura delle norme, per quanto esperta e ‘iniziata’, deve essere una pratica permeabile, fatta magari di opportune penombre, ma non un viaggio alla cieca in territori dove la pista si perde.

Sembrerebbe che l’esperienza giuridica attuale ci consegni dei testi dove si enfatizza la componente di movimento, testi effimeri ma in fin dei conti vitali, sensibili alle trasformazioni. Eppure, cosa accade se si prova a prendere sul serio la massima del diritto come pratica? Se si getta uno sguardo anche superficiale alla regolamentazione dello spazio romano in tema di affissioni pubblicitarie, si trova una sequenza di regolamenti (variamente collocati nel quadro delle fonti) che sembrano sovrapporsi gli uni sugli altri generando un effetto di stratificazione regolativa stranamente simile alla stratificazione dei cartelloni pubblicitari nuovi su quelli più vecchi.

Nell’estate del 2014 è stato varato un “Piano regolatore degli impianti pubblicitari”. Bene, finalmente un po’ di chiarezza. Ma andando a vedere come si innesta questo strumento di ascendenza urbanistica nel suo cotesto, si può restare delusi. Va infatti considerato che il cotesto non è costituito solo dal mondo delle regole, ma anche dagli spazi della città. Se nel campo delle regole si assiste alla stratificazione, nell’ambito della rappresentazione giuridica dello spazio si verifica un fatto curioso, vagamente anacronistico. Da una lettura complessiva sembra infatti che la città sia vista da una sola prospettiva, dall’alto, secondo moduli che ricordano un po’ il panopticon foucaultiano. Ma soprattutto appare una città vuota, senza persone e quindi senza sensibilità o vita. La regolamentazione delle affissioni si preoccupa di non invadere troppo i monumenti, i parchi, le aree pregevoli. Tuttavia, il paesaggio nel suo complesso viene dimenticato. Infatti non si trattava di immaginare una griglia rigida di aree concentriche in espansione dal centro alla periferia, con differenti regimi di tutela, ma di prefigurare una pratica dell’attraversamento degli spazi dove almeno l’affissione non costituisse un trauma, uno stacco netto tra una visione e l’altra. Tutto questo appare dimenticato, forse non è mai stato preso sul serio.

Ma allora, a parte le tutele più banali e in fin dei conti prevedibili, che ne è dell’ordinamento degli spazi nel loro complesso? Il tema delle città, così caro alla nostra epoca, ci ricorda che anche lo spazio non è un qualcosa di statico, ma si trasforma in relazione alle pratiche di chi lo abita e lo usa. Sovraimporre griglie troppo statiche e visioni dall’alto non sembra essere la soluzione. Come un villaggio lappone, anche la metropoli potrebbe ritrovarsi ingolfata dai ghiacci, costretta nella stratificazione di regole e ‘grida’ manzoniane che per un eccesso di movimento, di trasformazione, di aggiustamenti reciproci a poco a poco si congelano, fissandosi nell’immobilità completa.

Il diritto parla delle città, ma lo fa male. Troppo ovvio a questo punto paragonare un segmento del discorso giuridico all’espansione della città dal centro storico alla periferia moderna e diversamente complessa, anche perché forse alla metafora mancherebbe un pezzo essenziale. Tutti ricordano come lo fece Wittgenstein, parlando di logica. Ma le regole sociali non possono limitarsi alla logica.



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nato a Roma nel 1979, ha affiancato alla formazione giuridica lo studio della semiotica ed è al termine del dottorato in Comunicazione presso la "Sapienza". La sua ricerca riguarda l'autorialità della legge nel contesto italiano attuale e la costruzione dell'identità nel giuridico. In particolare, studia testi normativi e complementari legati ai temi del drafting legislativo, dell'emergenza e delle riforme costituzionali. Si è occupato inoltre delle relazioni tra diritto, spazio pubblico e visione. Tra le pubblicazioni recenti: "Pubblico e privato nel Memorial de Amèrica latina a San Paolo" (in: Pezzini I.; Savarese N., Spazio pubblico fra semiotica e progetto. INU edizioni, Roma 2014) e "Autenticità e artificialità della legge " (sulla rivista dell'Associazione italiana di semiotica - Aiss: "E|C" http://www.ec-aiss.it). Custodisce e cura inoltre il fondo privato della scrittrice italoamericana Giosi Lippolis (1923-2006) per mantenerne viva la testimonianza.


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