Casta

Prendete la parola casta. Da un decennio ormai essa è entrata prepotentemente nel registro linguistico della politica e del dibattito pubblico con una precisa connotazione: con casta si vuole indicare la classe politica italiana, denunciandone la sua intoccabilità, i suoi soprusi, il suo arricchimento, ecc. Insomma, nell’immaginario è diventato un termine che si inserisce nella dialettica alto-basso ed è utilizzato da chi sta in basso, i cittadini, la gente, il popolo, contro chi sta in alto, ovvero i politici e l’establishment.

Eppure, a ben vedere, nonostante ormai il termine sia stato incorporato dentro questa retorica del basso contro l’alto, esso, in realtà, non trae origini dal popolo, non è un termine coniato da chi sta in basso contro chi sta in alto. La sua genesi è, anzi, opposta. Casta è, infatti, un termine coniato da chi sta veramente in alto, ovvero gruppi economici e mediatici interessati, contro la politica. La sua origine e il suo successo in Italia risalgono all’anno 2007 quando, nella primavera, due giornalisti entrambi allora al Corriere della Sera, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, pubblicarono l’omonimo volume per Rizzoli il cui sottotitolo era tutto un programma: “Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Il volume di Stella e Rizzo era stato preceduto da alcune loro inchieste già dall’anno precedente sui costi della politica e il libro ebbe immediatamente forte risonanza, diventando un vero e proprio best seller.

Se questa è l’origine, occorre capire come il discorso sulla casta sia riuscito a innestarsi nel basso, in particolare nell’immaginario del Movimento 5 Stelle e, in generale, dei populisti. Ciò accadde nello stesso anno 2007 quando, mentre nelle librerie sbancava il testo dei due giornalisti del Corriere della Sera, il comico Beppe Grillo scendeva nel campo della politica convocando nel mese di settembre il primo Vaffa Day, una manifestazione grottesca nella quale veniva letta una lista di politici che riceva insulti volgari da una piazza infiammata. Il Vaffa Day aveva in comune con gli autori del libro gli stessi bersagli polemici e perciò il termine passò subito in altre mani. A ciò contribuirono molto i media, soprattutto con alcuni megafoni populisti e antipolitici che amplificarono questi messaggi,

Ci sono, però, da rilevare nel termine casta almeno due elementi. Il primo è di tipo storico e attiene al contesto nel quale si sviluppò il termine: casta è stato un termine che ha avuto successo quando la sinistra era al governo e nella sua storia recente, più che al malcostume politico, essa è stata sistematicamente ostile alla sinistra. Dietro l’antipolitica, si nasconde un più preciso disegno anti-sinistra, evidentemente sfuggito di mano ai suoi creatori.

Il secondo elemento riguarda il significato. La casta, infatti, nata nell’antica India, indica un «gruppo sociale chiuso, per lo più endogamo, al quale si appartiene per via ereditaria». Col tempo ha assunto significati più estensivi, come quello di gruppo che difende privilegi e posizioni di potere. Come recita il dizionario della Treccani la casta è un «gruppo sociale chiuso e per lo più endogamo, i cui membri sono uniti da comunanza di razza, di nascita, di religione o di mestiere; (…) Per estensione, specialmente con senso spregiativo, classe sociale, ordine di persone che si considera, per nascita o per condizione, separato dagli altri, e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi: la casta degli aristocratici, la casta sacerdotale, la casta militare; ritenersi appartenente a una casta privilegiata. (…)». Tuttavia, il suo aspetto basilare riguarda il carattere chiuso cioè la quasi impossibilità di potervi accedere. In questo senso, osservando le varie élite italiane, stupisce che questo termine sia stato adoperato esclusivamente per la politica, esistendo molte altre e ben più solide caste nel nostro Paese. Si pensi, ad esempio, ai magistrati, ai giornalisti, ai graduati nelle forze dell’ordine, ad alcune professioni, ai farmacisti, ai diplomatici e così via. Non sono, forse, queste delle caste, estensivamente intese, quanto, se non più, della politica? Soprattutto, se si osservano i dati, già all’epoca della pubblicazione del volume di Rizzo e Stella, si nota che più che la politica, sono altre le caste in Italia. A tal proposito può essere utilissimo il volume di Carlo Carboni, edito da Laterza, intitolato Élite e classi dirigenti in Italia. Analizzando un indicatore che evidenzia più di altri la chiusura di una élite, ossia il suo tasso di ricambio, si vede che le élite più cristallizzate sono quelle della cultura seguite da quella dei professionisti dello spettacolo, della comunicazione e dei mass media e poi dalle élite economiche. Tutte queste élite hanno un tasso di ricambio molto basso, caratteristica tipica della casta. Viceversa, la politica è ultima in questa classifica presentando il tasso di ricambio più elevato, pari al 49,5%. In pratica non è la politica la casta. La vera casta è costituita da coloro che dicono alla politica di essere casta.

Sono sempre i buoi che vanno alla ricerca di animali dotati di corna.



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Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Sociologia Politica nella facoltà di Scienze Politiche”Cesare Alfieri dell’Università di Firenze. Svolge attività di ricerca nel Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza dov’è tra i coordinatori dell’Osservatorio Mediamonitor Politica. Scrive per riviste e quotidiani. Tra i suoi libri: Giovanni Goria. Il rigore e lo slancio di un politico innovatore, (con P. Giaccone, Marsilio, 2014), No Logos. Il Movimento No Global nella Stampa italiana (Aracne, 2013) e Walter Veltroni. Una biografia sociologica (Ediesse 2012)"


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