Sommario

Call for paper Leussein 2019:  ‘Inarrestabili tirannie’ 

Call for paper Leussein 2020: ‘Frontiere’ 

Manifesto della rivista: 4

Call for paper Leussein 2019:  ‘Inarrestabili tirannie’

Invito rivolto a tutti gli studiosi a partecipare al numero di Leussein 2019 che avrà per oggetto le “Inarrestabili tirannie”.

La rivista scientifica Leussein propone un call for papers sul tema “Inarrestabili tirannie”. Gli articoli dovranno avere lunghezza minima di 30 battute (spazi inclusi) e massima di 60 battute (spazi inclusi) ed essere inviati in forma definitiva entro (1° luglio 2019), in formato doc, secondo le norme stilistiche della rivista riportate in calce. E’ possibile inviare articoli in italiano, inglese, francese, spagnolo. Gli articoli potrebbero essere sottoposti a procedura di double blind review.

Descrizione del tema: “inarrestabili tirannie”

Se Hannah Arendt in Le Origini del totalitarismo, [p. 631] descrive la tirannia come “un potere arbitrario, non frenato dal diritto, esercitato nell’interesse del governante e contrario agli interessi dei governati, da un lato; la paura come principio dell’azione, cioè paura del popolo da parte del governante e paura del governante da parte del popolo, dall’altro: queste sono state le caratteristiche della tirannide per tutta la nostra tradizione”, gli storici ci dicono che in verità la prima esperienza di rilievo ascrivibile con questo nome rivela un significato diverso e più complesso, perché Tiranno è anche colui che libera il popolo dal controllo dell’aristocrazia.

È il caso del polemarco Pisistrato, più volte tiranno di Atene (dal 561/560 al 556/555 e dal 546 (o 544) al 528/527 a.C.). Nonostante durante il suo dominio molti cittadini furono certamente privati di molte libertà civili e morali, si rivelò un politico dotato di una ‘weberiana’ lungimiranza ante literam e di grande abilità diplomatica. Vero riformatore divise il territorio per scopi fiscali e militari, e iniziò ad Atene la prima coniazione di monete. Adottò inoltre una politica espansionistica, affermando il dominio di Atene sulle isole dell’Egeo e sull’Ellesponto, mentre coltivò buone relazioni all’interno della penisola greca. Incentivò la piccola proprietà terriera a discapito dei latifondi, incrementò il commercio, favorendo così la crescita della classe mercantile, e favorì anche i ceti meno abbienti con l’esecuzione di un vasto piano di opere pubbliche, come la costruzione del tempio di Atena nell’acropoli. Inoltre, il suo governo segnò una tappa notevole nella storia edilizia della città e nello sviluppo dell’arte greca. Infatti è da ricordare la trascrizione su papiro dell’Iliade e dell’Odissea, per cui probabilmente è grazie al tiranno ateniese che i due poemi sono giunti fino a noi. Inoltre vennero istituite nuove feste religiose: le Dionisie, in onore del dio Dioniso, e le Panatenee. Anche le prime tragedie e commedie furono da lui commissionate, attraverso le istituzioni delle cosiddette liturgie che di fatto diedero avvio alla straordinaria esperienza teatrale di ‘Stato’.

Da un figura così complessa, cui non mancava la scaltrezza di escogitare stratagemmi politici per conquistare e riconquistare il potere (celebri sono le finte ferite  per farsi assegnare un scorta di 300 opliti con cui di fatto occupò l’acropoli di Atene, o far passare per la dea Atena una altissima fanciulla portata su un carro per diffondere la voce che la dea stessa consigliava agli Ateniesi di richiamarlo in città), si può evincere che il Tiranno non è sempre foriero di sventure.

Del resto se la teoria del tirannicidio ha avuto una certa fortuna anche nel medio evo, nell’epoca moderna lo scambio di diritti per sicurezza e pace è diventato il modello di fondo di un contratto ‘tirannico’ che ha consentito all’uomo di uscire da uno stadio di guerra di religione permanente (Grozio – Hobbes). Tocqueville, invero, ci metteva in guardia sulla ‘Tirannia’ della maggioranza democratica, preannunciando il problema del populismo e oggi, in epoca globalizzata, con l’aumento esponenziale della complessità e dell’incertezza, la promessa di avere garantita una maggiore sicurezza al costo della cessione di una parte dei propri diritti sembra tornare in auge.

Sulla scia degli studi sul ‘Dispotismo oreitnale’ (Wittfogel), molti politologi intravedono l’esperienza partitica cinese come un nuovo modello di tirannia, che offre un progresso economico, sociale come contropartita alla rinuncia di  alcune libertà fondamentali.

Alcune domande a questo punto sorgono spontanee:

  • Questo modello orientale non si sta forse espandendo anche verso ovest, investendo democrazie più o meno avanzate (dalla Cina all’America di Trump, dalla Turchia al Brasile, dall’Ungheria alla stessa Italia)?
  • La comunicazione politica nell’epoca del social media può essere regolamentata efficacemente senza cadere nella censura?
  • La democrazia in sé è compatibile con la finanziarizzazione dei mercati?

Anche Pisistrato, in un’epoca soggetta a enormi cambiamenti economici, sociali e politici, ebbe facile gioco nel conquistare il potere in un momento di forte conflittualità tra le poleis e all’interno della stessa Atene. Siamo anche noi allo stesso punto di svolta?

La globalizzazione non implica forse l’affermarsi di tante inarrestabili tirannie?

Proposta:

  • Descrizione dell’ipotesi di articolo in formato word, 1 cartella (2000 battute)

Scrivere a

  • rivista@leusso.it
  • Riportare in Oggetto: call 1-2-3/2019 “Inarrestabili tirannie”
  • Allegare breve scheda (10 righe) con posizione biobibliografica personale (3 ultime pubblicazioni)

Scadenze:

  • Proposta: entro il 30 maggio 2019
  • Consegna: entro il 1° luglio 2019
  • Pubblicazione prevista: entro il 31 ottobre 2019

 Norme redazionali

  • Minimo 20 mila battute (spazi inclusi) – massimo 40 mila battute (spazi inclusi)
  • Le specifiche norme redazionali verranno date all’accettazione della proposta da parte della redazione

Call for paper Leussein 2020: ‘Frontiere’

La rivista scientifica Leussein propone un call for papers sul tema “Molteplicità della frontiera”. Gli articoli dovranno avere lunghezza di non più di 40 battute (spazi inclusi) ed essere inviati in forma definitiva entro (15 dicembre 2019), in formato doc, secondo le norme stilistiche della rivista. E’ possibile inviare articoli in italiano, inglese, francese, spagnolo. Gli articoli saranno sottoposti a procedura di double blind review.

Argomento: ‘Frontiere’

Molteplici studi e ricerche hanno negli ultimi anni messo al centro il tema della frontiera e del confine, con accenti e prospettive di ricerca diverse. Un po’ curiosamente, il punto di partenza di molti di questi studi (Zanini 1997) è la constatazione della difficoltà di delimitazione del loro stesso oggetto, di cui le lingue sono testimoni privilegiate, ponendo difficoltà immmediate di nominazione, sovrapposizione e apparente intercambiabilità dei molteplici termini che si distribuiscono nel campo semantico della frontiera.

Le lingue antiche, come il latino, presentavano una struttura molto chiara che persiste anche oggi nelle lingue romanze, basata sull’opposizione fra confine e frontiera. Si tratta di due punti di vista opposti sul territorio : l’etimologia « cum finis », da cui deriva confine, testimonia il riferimento alla parte del territorio in cui esso finisce, mentre frontiera indica la parte del territorio rivolta dove c’è qualcosa o qualcuno « di fronte », cioè dove si situa l’alterità. Al punto di vista « interno » ad un territorio, che ne osserva il limite, si sostituisce un punto di vista verso l’esterno.

Considerando la lingua inglese emerge un’ulteriore forma di differenziazione, altrettanto marcata, che segna la dimensione sociale : al termine frontier, infatti, si affiancano boundary e border.

Il termine border è utilizzato infatti per indicare i confini territoriali mentre boundary indica confini sociali o culturali, etimologicamente oggetto di relazioni di obbligo. Come sottolinea Popescu (2012) la definizione della frontiera fa qui emergere la sua molteplicità: la sua collocazione quasi ubiqua nei punti di intersezione fra piani materiali, sociali e simbolici della società, con tutte le possibilità dovute alla distinzione ma anche alla interazione necessaria di questi molteplici piani spaziali e discorsivi, che il numero, attraverso la pluralità di culture metodologiche, oggetti di interesse e prospettive disciplinari, intende indagare.

Il numero si concentrerà attorno a tre aree di interesse in cui dovranno collocarsi, anche in via non esclusiva, i contributi:

  • Il primo asse di interesse del numero riguarda la frontiera come luogo della relazione fra spazio e potere politico. Questo asse di riflessione indaga la trasformazione della frontiera contemporanea sulla base della ridefinizione dei confini, delle aree di influenza geopolitiche, dei percorsi migratori e delle aree di crisi nella contemporaneità. Si tratta di riflettere sulla trasformazione delle relazioni centro/periferia nelle relazioni internazionali e sulle dinamiche postcoloniali, sugli effetti di affievolimento del potere statale, sulle migrazioni considerate a livello globale e sistemico, anche in relazione ai mutamenti del diritto internazionale. Un aspetto delle dinamiche della frontiera contemporanea su cui molti studiosi concordano riguarda la natura politica e artificiale della frontiera, che sarebbe il segno, enfatizzato dall’affermazione dello stato nazione e della territorializzazione del potere politico. Questo asse di riflessione si interroga su come si sia ridefinita nell’attualità questa relazione e come si esprima spazialmente nel nuovo contesto internazionale.
  • Il secondo asse di interesse del numero riguarda la trasformazione spazio-politica della frontiera indagata in una prospettiva storica e/o diacronica. Come fa notare Popescu (2012) la frontiera nell’antichità, il limes imperiale antico, non era solo una linea ma un dispositivo-cuscinetto che definiva une serie di zone o aree di influenza, fra cui c’erano anche degli spazi permeabili e aperti in cui avveniva il flusso di beni e persone. Diener e Hagen (2012) sostengono che questo meccanismo fosse proprio alla base della costituzione agricola delle città-stato e delle federazioni di città nell’antichità arcaica. Il confine medievale segnava invece elementi molto eterogenei – affiliazioni, territori, proprietà – dato che il potere che esprimeva agiva su individui e non in via esclusiva su un territorio omogeneo. La specificità delle frontiere nel passato contemporaneo o arcaico, e del loro funzionamento, potrà essere declinata nell’ottica della comparazione con la situazione attuale.
  • Il terzo asse di riflessione del numero riguarda la frontiera come luogo del rapporto fra spazio e alterità. Da un lato si tratterà di riflettere su tutto il vasto campo della rappresentazione dell’alterità e dell’identificazione dei segni di riconoscimento della differenza culturale e della gerarchia fra esseri umani, anche in chiave storica. Dall’altro si tratterà di riflettere sul funzionamento stesso della frontiera come meccanismo di relazione ma anche di produzione dell’alterità. Secondo Popescu (2012) e Mezzadra le frontiere contemporanee si caratterizzano per dinamiche di permeabilità selettiva e inclusione differenziale’, che sembrano testimoniare la capacità del confine di agire come un setaccio autodeformante, una macchina che si trasforma del confine a seconda dei soggetti su cui deve applicarsi (Deleuze 1995), capace di iscriversi direttamente nei corpi. I contributi potranno concentrarsi sui meccanismi di funzionamento della frontiera come dispositivo di differenziazione, classificazione, selezione. Allo stesso modo di tratterà di riflettere sulla dimensione, meno indagata e meno chiara, delle resistenze e dei soggetti, individuali o collettivi, che la mettono in atto.I movimenti strategici attuati da rifugiati e migranti forzati, infatti, come sostiene Sassen, trascendono paradossalmente in modo simile ai flussi finanziari globali le linee di sovranità del territorio nazionale, generando uno spazi trasversale ai confini che, secondo Sassen, si “sostituisce parzialmente all’autorità sovrana nazionale” (Sassen 2013, p. 34). Si privilegiano analisi capaci di mostrare attraverso di casi di studio empirici il funzionamento dei processi di inclusione ed esclusione caratterizzanti il funzionamento del confine contemporaneo, concettualizzando e descrivendo le differenze di potere degli attori nei networks di confine.

Proposta:

  • Descrizione dell’ipotesi di articolo in formato word, 1 cartella (2000 battute)

Scrivere a

  • rivista@leusso.it
  • Riportare in Oggetto: call 1-2-3/2020 “Frontiere”
  • Allegare breve scheda (10 righe) con posizione biobibliografica personale (3 ultime pubblicazioni)

Scadenze:

  • Proposta: entro il 15 settembre 2019
  • Consegna: entro il 15 dicembre 2019
  • Pubblicazione prevista: entro il 31 marzo 2020

 Norme redazionali

  • Minimo 20 mila battute (spazi inclusi) – massimo 40 mila battute (spazi inclusi)
  • Le specifiche norme redazionali verranno date all’accettazione della proposta da parte della redazione

Manifesto della rivista:

In un’epoca caratterizzata da un sentire comune e omologato dalla “società dello spettacolo” (che ipostatizza l’aspetto emotivo, scindendolo dalla sorveglianza critica), dove anche l’informazione (ridotta a sensazionalismo e vouyerismo) fatica non poco a proporre uno sguardo sul mondo attingendo i fatti da fonti genuine e attendibili, l’oscillazione emotiva denotata del verbo Leusso riconsegna all’esperienza del vedere tutta la sua imprevedibilità e allo spettatore la responsabilità di decifrare e tradurre il segno di ciò che vede.

Leussein in greco antico significa “vedere qualcosa che ha una luce propria con sguardo fiero e libero con riferimento a cose gioiose e piacevoli ma anche angosciose e paurose”. L’ambivalenza semantica rivela che il suo significato specifico dipende dal modo di vedere, da come si dà valore all’oggetto veduto e ai sentimenti che accompagnano questo atto. E’ la natura stessa della conoscenza ad essere influenzata dal modo in cui ci si rapporta al mondo.

Saper vedere affettivamente significa vivere questa epoca di transizione con il coraggio e l’incombenza di non estraniarci dal mondo, di non limitare lo sguardo lì fin dove giunge la soglia della nostra sicurezza, ma confrontarci con la significativa emozione che porta chi dal nostro sguardo è per qualsiasi ragione escluso, andandolo piuttosto a cercare per compatirne e comprenderne il carico di sofferenza, frustrazione, incomprensione e indifferenza che  esso prova. Che questo sia un compito a vasto raggio, che implichi i più diversi saperi, come le diverse dimensioni del reale, lo dimostra il fatto che ogni importante emozione dell’altro non percepita per la sua valenza, ma isolando l’altro come Estraneo, Straniero, Nemico, impedisce la già ricordata “fusione di orizzonti” che significa invece sostituire i “giudizi” ai “pre-giudizi”, vedere con occhi diversi l’altro, acché lui possa vedere diversamente noi. Questo autentico cambio di paradigma, gnoseologico come esistenziale, è a nostro modo di vedere indispensabile per riconsiderare oggi il ruolo dell’intellettuale nel mondo della globalizzazione e del clash of civilisations.

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