Barbaro-grafie: i non-luoghi della differenza nella comunicazione mediatica

La scorsa estate il direttore di un noto giornale sportivo si è dimesso per le polemiche suscitate da un titolo in cui si definivano « cicciottelle » delle atlete italiane che hanno partecipato alle Olimpiadi di Rio. I telegiornali nazionali hanno dedicato servizi in prima serata all’accaduto.

Negli stessi giorni un giornalista di un noto quotidiano nazionale commentando un terribile episodio di violenze fisiche e psicologiche inferte a bambini in età prescolare dalle educatrici cui erano stati affidati, ha sottolineato stupefatto come queste violenze «non vengano dalla Barbagia profonda» – Barbagia è il nome di una delle regioni della Sardegna centrale – ma siano accadute nelle maggiori città italiane: Pisa, Roma, Bolzano.

L’implicito sotteso all’assunzione della Barbagia come termine di paragone è che in quei luoghi questa violenza sia normale, o che sarebbe normale aspettarsela, anche all’interno di contesti educativi. Questo implicito ha provocato il forte risentimento di molti, sardi e non, varie polemiche e insulti su Twitter, ma nessuna presa di posizione nazionale, mediatica o politica. Cosa significa questa reazione mancata ? Innanzitutto che ormai siamo abituati allo scadimento del giornalismo su carta stampata, caratterizzato da un eccesso quantitativo di informazioni dal taglio sensazionalistico e da scarsa documentazione. Si può infatti supporre l’affermazione di si basi su un immaginario che colloca la Sardegna nel solco di un libro come Padre Padrone, in cui Gavino Ledda narra la sua esperienza di bambino costretto al lavoro pastorale da un padre violento. Ma questa vicenda accadeva a Sedilo, un paese che non ha niente a che vedere con la Barbagia. Possibile che nessuno, nel giornale che ha pubblicato l’articolo, se ne sia accorto o abbia anche solo riletto e controllato lo scritto in questione ?

In questa vicenda però il giornalista – certo non un campione di metafore, ma l’unico che si è scusato – non può essere il solo oggetto di attenzione. Secondo noi vale infatti la pena di andare oltre la superficialità e il pregiudizio (che tuttavia una certa mediocrità ha il pregio di rendere evidenti) interrogandosi su come possa essere considerata in qualche modo credibile al punto da pubblicarla una definizione di una parte della Sardegna come il luogo crudele e feroce in cui è normale aspettarsi violenza verso i più piccoli? Cosa nasconde – in un inconscio culturale stavolta sì, profondo – un pensiero così stereotipato da assumere tratti di ridicolo?

Si tratta del rapporto – semiotico, avrebbero detto Umberto Eco e Juri Lotman – della cultura con la sua alterità, che crediamo sia riposto più in profondità rispetto al livello della critica sociologica delle routines informative.

É qui centrale la questione della costruzione del selvaggio: la definizione dell’altro come specchio rovesciato attraverso la cui barbarie si evidenzia la propria civiltà. È un’estremizzazione di quel «mettersi al centro dell’universo» che è un tratto tipico di ogni cultura, ma questo processo, talvolta, per concretizzarsi, ha bisogno di inventare un’alterità che non esiste e di costruirla come il proprio doppio irregolare.

Se questa lettura delle cose può sembrare estremizzazione essa stessa, invitiamo a riflettere sull’uso del termine «profondo», che il giornalista ha associato alla Barbagia. Privo di senso in sé – esiste forse una Barbagia «di superficie»? – l’aggettivo qualifica questo territorio come uno degli anfratti in cui ancora è custodito qualcosa di atavico e primordiale, uno stato di natura preculturale e ferino in cui si educano i figli con la violenza perpetrata da chi dovrebbe difenderli – alla cui pericolosità e verità originaria si guarda con un misto di fascinazione e di paura. Il contraltare perfetto dell’industria patinata del turismo di élite.

In Italia questo processo di rappresentazione dell’altro come selvaggio ha trovato nuova linfa con l’arrivo massiccio di migranti, che hanno aggiunto schiere di nuove alterità da cui distinguersi: è il meccanismo banale per cui ci si riferisce a dei gruppi criminali definendoli «banda di rumeni» o, qualche anno fa, quando erano i più numerosi, «clan di albanesi».

L’articolo in questione ha stupito e indignato proprio perché «la Barbagia profonda» è – con lo stesso meccanismo linguistico e semantico – tornata ad essere, dopo almeno un ventennio, il metro di paragone dell’inciviltà e della violenza, il luogo in cui ci si potrebbe aspettare – come in questo caso – di assistere a fatti orribili come, appunto, l’uso della violenza in contesti educativi.

Prima dell’incremento del fenomeno migratorio infatti – occorre ricordare – verso i sardi più e più volte la stampa e i mezzi d’informazione hanno utilizzato gli stessi termini poc’anzi citati – rapiti o rapinati da una «banda di sardi» – senza che mai, non casualmente, una definizione simile sia stata utilizzata per gruppi criminali provenienti, ad esempio, dalla Lombardia o dall’Umbria.

Si tratta, a nostro parere, di quel fenomeno che un autore come Michel Foucault ha chiamato «razzismo interno»: un processo per cui certe società hanno definito come metro di paragone negativo alcuni strati interni di esse, anziché identificare – come hanno fatto altre – la negatività da cui differenziarsi nel paragone con popoli lontani.

Tutto questo è difficile da capire ? Moltissimo, e per questo non suscita il clamore – e l’eco mediatico – delle « cicciottelle », ma invece il silenzio totale delle istituzioni della Sardegna e delle televisioni nazionali, che hanno evidentemente reputato il tutto un mero fatto di cronaca o ancora peggio un banale incidente di percorso.


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è ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma (Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale, Facoltà di Scieze politiche, sociologia, comunicazione), dove insegna Scienze semiotiche. Si interessa all’opera di Michel de Certeau e in generale a una lettura dello spazio urbano attenta al ruolo dell'alterità culturale e alle pratiche urbane. Le sue ricerche riguardano il rapporto fra spazio urbano e potere politico, in relazione in particolare alla trasformazione della città di Roma durante il fascismo e alla trasformazione delle frontiere nel contesto della globalizzazione contemporanea.


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